“Qualsiasi soluzione emerga, dovrà tenere conto delle preoccupazioni regionali”. Così Majed Al Ansari, advisor del primo ministro e portavoce del ministro degli Esteri di Doha, che poi sono la stessa persona: ossia lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani che proprio in questi giorni sta tessendo la sua rete diplomatica ai massimi livelli negli Usa. In una intervista a Repubblica spiega: “Dire che la mediazione è fallita, e quindi che vada messa in discussione come strumento, è come dire che il paziente è morto, quindi bisogna staccare la spina. Invece questa è un’ottima ragione per investire di più nella mediazione, anche se non darà un risultato automatico”. E ancora: “Il Qatar dialoga con tutti e cerchiamo di usare la nostra posizione per trovare un terreno comune in varie aree. Siamo stati coinvolti nel coordinamento regionale. La mediazione è guidata dal Pakistan, ma noi ci stiamo coordinando strettamente e lavoriamo molto da vicino con gli americani, sia sulla nostra postura difensiva sia sulle possibili soluzioni regionali”. Hormuz rimane il tema centrale della crisi: “Resta il principale punto di pressione sull’economia internazionale, anche per gli iraniani. Chiudere Hormuz è stato, in parte, il modo dell’Iran per dire: se noi non possiamo esportare petrolio, nessuno esporta petrolio. Noi puntiamo a un accordo che arrivi rapidamente e includa la riapertura dello Stretto”. E “Non approviamo che si crei una situazione in cui lo Stretto di Hormuz possa essere monetizzato da una sola parte. La libertà di navigazione è un principio consolidato, che non deve essere compromesso, e la chiusura dello Stretto di Hormuz o il suo utilizzo come strumento di pressione non farebbero che aggravare la crisi ed esporre a pericolo gli interessi vitali dei Paesi della regione”.
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