“Piuttosto che speculare sui dettagli di un accordo, che anche se raggiunto faticherà a essere attuato è fondamentale rilevare i modi con cui Israele sta cercando di essere influente nell’impedire la fine di questa guerra, tanto quanto lo è stato nel determinarne l’inizio”. Lo dice a La Stampa l’analista Daniel Levy, presidente dell’ong U.S./Middle East Project. ” Potrebbe darsi che le trattative siano destinate al fallimento, a prescindere dalle macchinazioni israeliane, ma Israele, a quanto pare, non ne è convinto, visto l’impegno nell’agire come un sabotatore implacabile – prosegue -. Molti problemi che i negoziati cercano di risolvere sono stati creati da Israele e dagli Usa che hanno iniziato questa guerra: dalla necessità di riaprire lo Stretto di Hormuz all’assassinio di una leadership iraniana che si era impegnata a non dotarsi di armi nucleari, a un Iran con maggiore influenza e minore propensione a riporre la propria fiducia in un processo negoziato, e con maggiori esigenze economiche. Le intenzioni dello Stato ebraico, tuttavia, sono evidenti a tutti”.
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