“Ho novantun anni e tutti i miei progetti politici sono ridotti a brandelli. Sto qui a piangere la sinistra americana, la sinistra israeliana. Tutti coloro che desideravano una qualche forma di trasformazione, quel genere di trasformazione che sognavamo negli Anni 60, o quel genere di pace in Medio Oriente. Oggi invece vedo una violenza davvero deprimente. Lo scontro in Ucraina, Israele e tutti i suoi vicini, e gli Stati Uniti coinvolti in una guerra dalla quale Trump, evidentemente, vuole tirarsi fuori”. Lo dice in un’intervista a La Stampa Michael Walzer, intellettuale e filosofo politico, professore emerito alla Princeton University. Poi aggiunge sugli Stati Uniti: “Siamo un Paese in cui la violenza è episodica e sempre in agguato. E ci sono individui – come l’ultimo attentatore di Trump, un uomo qualunque della California – che girano con i fucili in valigia. Nessuno parla più nemmeno di controllo delle armi né di adottare misure in tal senso”. E ancora: ” La cultura della violenza è nella fibra degli Stati Uniti ed è inoltre evidente che, a livello politico, manchi la volontà di affrontare il problema e di tentare concretamente di porvi rimedio. L’aspetto più straordinario dell’attentato a Trump è che l’aggressore sia ancora vivo. È una dimostrazione di moderazione davvero ammirevole da parte degli uomini del Secret Service”. E ancora: “Sono sempre stato un ottimista. Ho sempre sostenuto che c’erano motivi per sperare. La mia paura è che, qualora Trump non riuscisse a uscire dal conflitto con l’Iran, decida di inasprirlo, compiendo qualcosa di davvero orrendo. Non vedo, all’interno della comunità internazionale, una forza politica capace di agire in modo costruttivo. E nutro ancora dei sogni, forse delle fantasie, che l’Unione Europea possa emergere come una forza politica più potente. Tuttavia, qui a novembre ci saranno le elezioni e tutti i sondaggi dicono che i repubblicani di Trump verranno sconfitti. Ci saranno le elezioni anche in Israele – l’altra mia preoccupazione – e sembra che Netanyahu cadrà. Quindi il mondo sarà appena un po’ migliore. È per questo che vivo, ora. Che a novembre il mondo diventi appena un po’ migliore”.
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