“Il salario giusto non è uno slogan. Il decreto 1° maggio sostiene l’idea che il lavoro non possa diventare la variabile residuale di una competizione al ribasso finanziata, direttamente o indirettamente, con risorse della collettività. È una scelta di sistema che introduce un principio di coerenza all’interno di una contraddizione del mercato del lavoro italiano. Da una parte l’ordinamento prevede che le imprese beneficiarie di incentivi pubblici debbano rispettare i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Dall’altra, nel dinamismo contrattuale testimoniato dal numero dei contratti depositati al Cnel si sono annidati anche fenomeni di concertazione al ribasso”. Lo scrive in un suo intervento su Il Sle 24 Ore la ministra del Lavoro Marina Calderone. Si legge ancora: “Il punto centrale del provvedimento è semplice, tutt’altro che simbolico: le risorse pubbliche non possono finanziare il dumping contrattuale. Se un’impresa intende accedere a benefici contributivi o incentivi pubblici, quindi, deve garantire trattamenti economici complessivi almeno pari a quelli assicurati dai contratti delle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Non solo al singolo lavoratore ‘incentivato’, ma in riferimento al complessivo assetto dell’impresa”.
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