Aumentano migranti ‘ambientali’: 216 mln persone costrette a spostarsi entro 2050

La crisi climatica in atto è oramai un’emergenza planetaria. Se è vero che nessuno si può ritenere al sicuro da disastri come inondazioni, siccità, ondate di caldo, tempeste estreme e incendi, a pagare il prezzo più alto sono i gruppi sociali più fragili. Eppure, nonostante i continui appelli della comunità scientifica, dei rappresentanti delle organizzazioni internazionali e delle migliaia di giovani che scendono in piazza a manifestare con gli scioperi globali per il clima, le azioni necessarie per mitigare gli effetti del riscaldamento globale e sviluppare politiche di adattamento ai cambiamenti climatici sono ancora insufficienti. Anzi, le concentrazioni di gas serra continuano a crescere, raggiungendo nuovi massimi storici, e le emissioni di combustibili fossili sono ora al di sopra dei livelli rilevati prima della pandemia dovuta al Covid-19. Una questione oramai inderogabile, come segnala Legambiente che, in occasione della della Giornata nazionale della Memoria e dell’Accoglienza, ha presentato il dossier ‘Migranti ambientali, gli impatti della crisi climatica‘, per ricordare che ci stiamo avvicinando sempre più a un punto di non ritorno che sta già portando a conseguenze sia ambientali sia socioeconomiche devastanti, a livello globale e regionale. Un numero che oscilla tra 3 miliardi e 300 milioni e 3 miliardi 600 milioni di persone, oltre il 40% della popolazione mondiale, vive in contesti di “estrema vulnerabilità ai cambiamenti climatici”, segnala l’organizzazione: “lasciare la propria terra, migrare, rappresenta sempre più l’unica alternativa per rispondere agli impatti degli eventi meteorologici estremi e degli stress ambientali che depauperano i territori nel lungo periodo e che mettono a rischio il sostentamento, gli insediamenti, la salute e la sopravvivenza dei più vulnerabili“, scrive nel rapporto. Tra le macroregioni più a rischio l’Africa occidentale, centrale e orientale, l’Asia meridionale, l’America centrale e meridionale, i piccoli stati insulari in via di sviluppo e l’Artico: in queste aree, tra il 2010 e il 2020 la mortalità umana a causa di eventi estremi come inondazioni, tempeste e siccità è stata 15 volte superiore rispetto alle regioni che presentano una minore vulnerabilità.

Se si dà uno sguardo al numero degli sfollamenti per calamità naturali nel 2021, l’Internal Displacement Monitoring Centre, ha registrato circa 23 milioni 700 mila spostamenti forzati. Un dato che seppur significativo non permette di comprendere la reale portata delle migrazioni che hanno come causa o concausa gli stress ambientali correlati alla crisi climatica che dialogano drammaticamente con le questioni sociali, economiche e politiche. Secondo il rapporto statistico annuale dell’UNHCR, Global Trends, 89 milioni e 300 mila persone nel mondo sono state costrette ad abbandonare le proprie case in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e altre motivazioni. Un dato estremamente alto, mai registrato prima dall’Agenzia delle Nazioni Unite, che segna un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente e che è raddoppiato nell’arco di 10 anni. Nonostante le analisi dell’Onu parlino sempre più della crescita esponenziale del numero di persone costrette ad abbandonare le proprie terre a causa di disastri ambientali amplificati dal riscaldamento globale, ancora non esiste una relativa tutela a livello internazionale. Eppure, vivere in “un’ambiente pulito, sano e sostenibile” è finalmente diventato un diritto sancito, almeno sulla carta, lo scorso 26 luglio dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Per un’agenda di pace e sviluppo occorre un cambio di paradigma immediato che metta al centro la questione della giustizia climatica – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale LegambienteSe è vero che nessuno si può ritenere al sicuro da eventi estremi come inondazioni, siccità, ondate di calore, tempeste e incendi, a pagare il prezzo più alto sono i gruppi sociali più fragili. Auspichiamo che la ventisettesima Conferenza delle Parti (COP) delle Nazioni Unite del prossimo novembre in Egitto possa essere l’occasione per trovare un accordo che tenga insieme le politiche di mitigazione, adattamento, compensazione e aiuto economico e tecnologico per le comunità più vulnerabili; ampliando anche le forme di protezione a tutela da chi fugge dagli effetti della crisi ambientale e climatica, vuoto normativo che va colmato sia a livello nazionale che internazionale”.

Nadia Bisson

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