Il caldo non è più un episodio stagionale, ma una condizione che si sta allungando nel tempo. E i prossimi anni rischiano di confermare questa tendenza. Secondo il nuovo report dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo, World Meteorological Organization), realizzato con il Met Office britannico, il pianeta continuerà a registrare temperature su livelli record almeno fino al 2030, con anomalie particolarmente marcate nell’Artico.
Il dossier ‘Global Annual-to-Decadal Update’ stima che tra il 2026 e il 2030 le temperature medie globali si collocheranno tra +1,3°C e +1,9°C rispetto al periodo preindustriale 1850-1900. Un intervallo che conferma la traiettoria di lungo periodo del riscaldamento globale, con una probabilità dell’86% che almeno un anno del quinquennio superi il 2024 come anno più caldo mai registrato. Particolarmente rilevante il dato sulla soglia dei +1,5°C: secondo lo studio, esiste una probabilità del 91% che venga temporaneamente superata almeno una volta entro il 2030. “È previsto l’arrivo di El Niño per la fine del 2026, il che aumenta le probabilità che il 2027 sia il prossimo anno da record”, spiega Leon Hermanson, autore principale del rapporto.
Scenario che trova riscontro con quanto sta avvenendo in questi giorni in Europa e nel Mediterraneo, con la prima grande ondata di calore. La risalita di aria calda di origine africana sta investendo il Centro-Nord italiano, con città come Milano, Torino, Venezia e Genova alle prese con notti tropicali e massime oltre i 35°C, sottolinea l’ultimo bollettino dell’Anbi. In montagna la situazione è ancora più evidente: lo zero termico si è spinto fino a 4000-4500 metri, mentre in Valle d’Aosta si registrano temperature eccezionali anche oltre i 2000 metri, con valori tipici di piena estate già a fine primavera.
È in questo contesto che il Nord Italia si trova nuovamente a fare i conti con lo spettro della siccità. Le scarse nevicate invernali hanno ridotto la capacità di ricarica delle riserve idriche, che non riescono a rigenerarsi in vista dell’estate. Situazione diversa al Sud, che grazie alle piogge dei primi mesi del 2026 è uscito da una fase di crisi idrica pluriennale, pur restando esposto alle prossime ondate di calore. Il quadro si riflette nelle rilevazioni settimanali dell’Osservatorio Anbi, che descrivono un Paese idricamente sempre più fragile e disomogeneo. Al Nord i grandi laghi risultano in calo: il Maggiore al 93,1%, il Como al 77,7% e il Garda al 78,6%, mentre l’Iseo si mantiene su livelli elevati. In Lombardia le riserve idriche sono inferiori di circa il 27% rispetto alla media.
Criticità diffuse anche nel bacino del Po, dove la portata in prossimità del delta segna un calo marcato e un deficit idrico superiore al 65% rispetto alla media storica. “Il riapparire di isole e distese di terra nell’alveo del più importante fiume italiano fa correre la memoria alla siccitosissima estate del 2022: oggi come allora siamo in balia di Giove Pluvio”, sottolinea Massimo Gargano, direttore generale Anbi. In Veneto i flussi del fiume Adige sono tornati a scendere sotto i 69 metri cubi al secondo (-76%), ovvero il valore sotto al quale le barriere anti-sale risultano inefficaci. Anche in Emilia-Romagna diversi corsi d’acqua viaggiano su livelli eccezionalmente bassi, con punte fino al -79% sul Savio, così come in Toscana l’Arno e l’Ombrone restano ben sotto i valori di riferimento. Fiumi in sofferenza anche nel Centro Italia e invasi in calo in diverse regioni del Sud.
L’Italia si avvicina così a una stagione estiva che si preannuncia ancora una volta sotto il segno del caldo estremo e con un territorio sempre più assetato.
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