TARANTO-ARCELORMITTAL EX ILVA, GLI IMPIANTI ACCIAIERIA ACCIAIERIE IMPIANTO SIDERURGICO SIDERURGIA ARCELOR MITTAL
L’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto deve chiudere. Anche la Cassazione riconosce la bontà della decisione della Corte d’appello di Milano e rigetta i ricorsi di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, Ilva in as, Acciaierie d’Italia Spa in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia Holding Spa, che hanno provato a bloccare la procedura nata dall’azione giudiziaria promossa da un gruppo di 11 cittadini tarantini.
E’ di 70 pagine la sentenza della Suprema Corte, che parte da un concetto chiarissimo: “Diritto alla vita e alla salute (oltre che all’ambiente sano) e diritto al lavoro non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto”. Per i giudici delle Sezioni Unite Civili, presieduti dal Primo Presidente, Pasquale D’Ascola, è giusta la considerazione che “l’impatto dello stabilimento di Taranto su popolazione e ambiente è da decenni oggetto di un ampio dibattito che, tuttavia, non ha trovato sbocco in soluzioni definitive”. Del resto, nero su bianco, c’è scritto che nello stabilimento pugliese “sono ancora presenti 2.140 tonnellate di amianto (sostanza la cui nocività è indiscussa) all’interno dei cowpers degli altiforni, con funzione di isolante termico, ‘entrocontenuto’ nell’intercapedine tra la corazza esterna in acciaio e lo strato di mattoni refrattari”. Tutto ciò “è sufficiente a che tale sostanza debba essere presa in considerazione ai fini dell’Aia, sulla base dell’interpretazione del diritto unionale fornito in corso di causa dalla Corte di giustizia Ue”.
Dunque, per la Cassazione è condivisibile che la Corte d’appello di Milano “sulla scorta dei principi di precauzione (Tua), di prevenzione (Tfue) e di causalità attenuata, abbia formulato un giudizio di pericolosità attuale e rilevante sulla base delle plurime risultanze probatorie acquisite, tanto da non ritenere necessario ricorrere ad apposita consulenza tecnica d’ufficio, anche alla luce di dati pacifici, tra i quali i numerosi e frequenti incidenti verificatisi nello stabilimento (attestati nei vari rapporti Ispra) e l’obsolescenza o fatiscenza degli impianti”.
La reazione di Palazzo Chigi arriva nel tardo pomeriggio, con una nota: “Il Governo non può che prendere atto della pronuncia della Cassazione su ex Ilva, che disattende le motivate conclusioni della Procura generale della stessa Cassazione“. L’esecutivo assicura che “non si sottrarrà all’esercizio delle proprie responsabilità, come ha fatto finora, come confermato dal decreto legge entrato in vigore qualche giorno fa e come ribadito nell’incontro con i sindacati svolto a Palazzo Chigi martedì scorso“. Ma “è evidente che questa sentenza, il cui contenuto va approfondito, complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli“. Le gare per la cessione di tutti gli asset prosegue, con Jindal defilata ma ancora in corsa e la cordata italiana che aspetta prima di muovere i propri passi.
Per il Codacons, però, quella della Suprema Corte è “una decisione storica“. Ora c’è l’altro grande problema da risolvere: che fine faranno i 20mila lavoratori dell’ex colosso italiano della siderurgia? Senza contare che in ballo ci sono anche le sorti dell’indotto. La reazione dei sindacati parte da una considerazione unanime: ora va impressa una decisa accelerazione agli accordi sottoscritti nell’ultima riunione a Palazzo Chigi con il governo. “È necessario investire risorse straordinarie per pianificare la decarbonizzazione degli impianti e al contempo acquistare bramme e coils per assicurare continuità alla produzione e all’occupazione”, chiede Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil. Inoltre, “serve dare corso alle manutenzioni e alle bonifiche ma soprattutto alle verticalizzazioni di tutti gli impianti, da Taranto a Genova, fino a Novi Ligure e Racconigi”.
Altro punto in comunque dei metalmeccanici è la necessità di un nuovo incontro urgente a Palazzo Chigi “per condividere il percorso di attuazione del verbale del 27 ottobre scorso – continua Fiom –, in particolare su alcuni punti fondamentali: definizione del piano industriale, individuazione del soggetto industriale, realizzazione del piano sociale per garantire salario e occupazione per tutti, attivazione del piano di rigenerazione dell’occupazione con nuovi investitori nelle aree industriali dell’ex Ilva per la garanzia occupazionale”.
Il leader Uilm, Davide Sperti, considera la sentenza della Cassazione una “pietra tombale sulla produzione primaria”, ma il suo principale interesse adesso è che non lo sia anche sul futuro occupazionale: “C’è stato un impegno importante due sere fa a Palazzo Chigi, adesso quegli impegni vanno accelerati dal punto di vista di strumenti di risarcimento, visto che si parla di esposizione e i lavoratori sono i primi a essere impattati sugli impianti”. Inoltre, servono “prepensionamenti e una serie di strumenti aggiuntivi, oltre a progetti di reindustrializzazione e investimenti su tutto ciò che non è impattato dalla sentenza della magistratura”. Perché “il destino dei lavoratori è molto più importante di quello della siderurgia”.
Fim-Cisl, poi, ritiene “fondamentale la continuità produttiva, intesa su un ciclo di produzione d’acciaio green – avvisano i segretari, Ferdinando Uliano e Valerio D’Alò -. Questo responsabilizza ancor di più il governo, che dovrà mettere in campo tutto ciò che è possibile affinché la realizzazione degli impianti di Dri e di forni elettrici, così come dichiarato nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi, venga realizzata nel minor tempo possibile”. Fim torna a chiedere “un ruolo centrale dello Stato nella difesa di questo asset strategico”, appellandosi “ancora una volta a tutte le istituzioni, affinché si uniscano a noi nella costruzione di un futuro industriale”.
L’eco di ciò che accadrà a Taranto si riverbera inevitabilmente sugli altri stabilimenti in Liguria e Piemonte. I presidenti delle due Regioni, Marco Bucci e Alberto Cirio, prendono atto della decisione della Corte di Cassazione “senza entrare nel merito della sentenza”, ma ritengono “indispensabile dare seguito alle soluzioni già prospettate per garantire la continuità produttiva degli stabilimenti di Genova Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi”. Per i due governatori “è quindi urgente che si avviino processi di approvvigionamento dei materiali per gli stabilimenti di Piemonte e Liguria anche da fonti esterne allo stabilimento di Taranto, superando qualsiasi vincolo di esclusività che al momento ne compromette l’operatività. La priorità è assicurare che questi stabilimenti continuino a produrre, salvaguardando occupazione, competenze industriali e prospettive produttive dei territori”. Su questo obiettivo rinnovano la collaborazione con il governo chiedendo alle strutture commissariali “di procedere con determinazione e tempi certi”.
All’esecutivo rivolge l’appello anche la sindaca di Genova, Silvia Salis: “Non è più tempo di attendere, la procedura di vendita deve essere definita con massima urgenza, poiché dal suo esito dipendono la salvaguardia di una produzione strategica per il Paese come l’acciaio, la riqualificazione degli impianti e, soprattutto, il futuro di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Il governo ora deve dare delle risposte”.
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