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La Ue cerca consenso sulle misure anticrisi, ma il price cap divide i governi

La Commissione europea cerca la quadra politica tra i Ventisette governi prima di presentare la prossima settimana, il 18 ottobre, il nuovo pacchetto di misure contro il caro energia. Nel fine settimana, Bruxelles porterà avanti i colloqui con gli Stati membri per mettere sul tavolo una proposta che unisca gli animi divisi su come ridurre i prezzi del gas, in modo che anche il via libera alle misure sia il più rapido possibile.

Le discussioni sono ancora in corso e andranno avanti nel weekend” per arrivare a presentare le proposte il prossimo martedì, ha confermato oggi il portavoce della Commissione Ue per l’energia, Tim McPhie, rispondendo al briefing con la stampa a una domanda sul nuovo pacchetto di misure. Al vaglio di Bruxelles anche un meccanismo di controllo dei prezzi del gas che possa ottenere il più ampio consenso possibile tra i governi. Come anticipato nelle linee dalla Commissione europea, il piano verterà su quattro pilastri: un indice dei prezzi alternativo al Ttf (Title Transfer Facility) di Amsterdam (il mercato di riferimento per gli scambi di gas) un aumento della riduzione della domanda di gas, un rafforzamento dell’attuale sistema di solidarietà tra gli Stati membri per il gas, e infine, una proposta per facilitare gli acquisti congiunti di gas attraverso la piattaforma lanciata ad aprile e mai effettivamente entrata in funzione.

La Commissione è convinta della necessità di introdurre un meccanismo immediato (e temporaneo) di controllo dei prezzi di gas, ma non è chiaro in che forma viste le divisioni tra i governi sul cosiddetto tetto al prezzo del gas, il price cap. I ministri dell’energia dei ventisette, all’informale di Praga dell’11-12 ottobre, hanno cercato di limare le divergenze e fare un appello comune alla Commissione europea per chiedere misure mirate contro i prezzi dell’energia. Da questa due giorni è infine emersa una lettera firmata dall’Italia, insieme alla Grecia, la Polonia, il Belgio e (per la prima volta) i Paesi Bassi per chiedere alla Commissione europea interventi mirati da introdurre a livello europeo per ridurre i prezzi del gas. Il documento in questione era stato firmato inizialmente anche dalla Germania, che invece ha deciso di sfilarsene all’ultimo.

Il non-paper era soprattutto un tentativo di trovare una mediazione tra i due schieramenti di Paesi contrapposti sulla questione: Italia, Belgio, Grecia e Polonia proponevano un corridoio dinamico per tutto il gas all’ingrosso importato nell’Ue; mentre Germania e Paesi Bassi hanno rilanciato a inizio settimana l’idea di un price-cap solo sul gas russo. Il compromesso raggiunto tra questi due gruppi di Paesi (o almeno dai Paesi Bassi e gli altri quattro) è un avvicinamento tra posizioni distanti, ma nei fatti non è risolutivo. Nel non-paper, i cinque governi chiedono alla Commissione Ue un intervento contro gli effetti del Ttf olandese sul gas proponendo due opzioni: modificare i riferimenti all’indice Ttf nei contratti pertinenti attraverso una misura legale e/o regolamentare dell’Ue; oppure applicare un “limite/corridoio di prezzo” al mercato all’ingrosso e la creazione di un meccanismo separato per far incontrare domanda e offerta in caso di superamento del limite di prezzo. Sono gli stessi cinque Paesi Ue a precisare però alla fine del documento che i “pareri divergono su questa opzione e sulla possibilità che tale misura sia possibile ed economicamente efficiente o che possa portare a razionamenti, arbitraggi o sussidi”.

A detta della ministra belga dell’energia, Tinne Van der Straeten, la lettera dovrebbe essere stata trasmessa alla Commissione europea ieri sera. Secondo il portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, l’Esecutivo non l’ha ancora formalmente ricevuta. Alla ricerca di un consenso più ampio possibile, sembra invece probabile che Bruxelles faccia marcia indietro sull’idea di introdurre un tetto massimo per il gas usato per la produzione di energia elettrica, sul modello iberico. Un’opzione su cui l’Italia si è detta contraria perché nei fatti andrebbe finanziata da risorse pubbliche e svantaggerebbe gli Stati senza grande spazio fiscale, ma su cui sembrano avere dubbi anche Germania e Paesi Bassi.

Nadia Bisson

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