Trump minaccia l’Ue: “Tariffe al 100% a chi introduce la Digital Tax”

Torna la minaccia della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Unione europea. Il presidente americano Donald Trump lancia un duro avvertimento ai Paesi dell’Unione, intenzionati a introdurre la Digital Tax a carico delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, minacciando l’imposizione immediata di tariffe del 100% su tutte le merci esportate negli Usa.

In un messaggio pubblicato su Truth, il tycoon afferma che “qualsiasi Paese che imponga tale imposta sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti”, precisando che la misura prevarrà su ogni accordo commerciale già siglato o in corso di attuazione. Una presa di posizione che rischia di compromettere la tregua commerciale costruita negli ultimi mesi nei rapporti transatlantici.

L’intervento della Casa Bianca arriva all’indomani della decisione preliminare della Commissione europea di designare Amazon Web Services (Aws) e Microsoft Azure come “gatekeeper” nell’ambito del Digital Markets Act. La qualifica comporta nuovi obblighi in materia di interoperabilità, portabilità dei dati e concorrenza, con un significativo aumento degli oneri regolatori per i due colossi americani. Le principali associazioni del commercio statunitensi hanno definito la scelta europea un provvedimento discriminatorio nei confronti delle imprese Usa, sottolineando il paradosso di una stretta regolatoria proprio mentre Bruxelles e Washington stavano consolidando un’intesa per la riduzione delle barriere commerciali.

Ieri il Consiglio dell’Unione europea ha approvato in via definitiva i regolamenti che danno attuazione agli impegni assunti con la dichiarazione congiunta Ue-Usa del 21 agosto 2025. Le nuove norme eliminano i dazi europei residui sui beni industriali statunitensi, introducono contingenti tariffari agevolati per alcuni prodotti agricoli e ittici americani e prorogano la sospensione dei dazi sulle importazioni di astici. L’intesa prevede inoltre meccanismi di salvaguardia che consentono alla Commissione europea di sospendere rapidamente le preferenze tariffarie nel caso in cui Washington non rispetti gli impegni assunti o introduca misure discriminatorie. Il regolamento principale resterà in vigore fino alla fine del 2029, quando Bruxelles ne valuterà l’impatto economico complessivo.

La minaccia di Trump arriva su un asse economico che resta il più rilevante al mondo. L’Unione europea e gli Stati Uniti rappresentano infatti la più importante relazione bilaterale commerciale e di investimento globale: insieme concentrano circa il 30% degli scambi mondiali di beni e servizi e il 43% del Pil mondiale. Negli ultimi dieci anni il valore degli scambi transatlantici di beni e servizi è raddoppiato, superando nel 2025 i 1.700 miliardi di euro. A sostenere questa integrazione contribuiscono anche gli investimenti reciproci: nel 2024 le imprese europee e americane detenevano nei rispettivi mercati oltre 4.800 miliardi di euro di investimenti.

Da Bruxelles, intanto, la Commissione ribadisce la volontà di mantenere fede agli accordi. “Un accordo è un accordo”, ha dichiarato un portavoce, sottolineando che l’Unione sta rispettando gli impegni assunti sia sul fronte dell’azzeramento dei dazi sui beni industriali statunitensi sia su quello energetico. Dopo l’intesa del 2025, infatti, gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore di gas naturale liquefatto dell’Ue grazie al forte incremento delle importazioni.

La minaccia del presidente americano rischia ora di riaprire un conflitto commerciale proprio mentre le due sponde dell’Atlantico puntavano ad ampliare la cooperazione e a individuare nuovi settori nei quali ridurre ulteriormente le tariffe.

La siccità presenta il primo conto: rese agricole Ue a rischio, fino -5% Pil in Italia

Mentre l’Europa affronta l’ennesima ondata di calore, con decine di città da bollino rosso, un altro allarme arriva dai campi. La siccità che da mesi interessa ampie aree d’Europa sta erodendo una delle risorse più preziose per l’economia: l’acqua. E il conto rischia di essere salato non solo per gli agricoltori. Produzione alimentare, turismo, consumi energetici e crescita economica sono sempre più esposti a un rischio climatico che da emergenza si sta trasformando in una condizione strutturale. I numeri diffusi dall’Associazione Nazionale dei Consorzi di Bonifica e Irrigazione (Anbi), in collaborazione con l’hub europeo Radarmeteo/Hydrometeo, delineano uno scenario che va ben oltre la cronaca dell’estate.

L’Italia spende mediamente 3,5 miliardi di euro all’anno per riparare i danni provocati dagli eventi naturali estremi. A questa cifra si sono aggiunti, negli ultimi quattro anni, circa 4 miliardi annui per compensare le perdite causate dalla siccità. Le proiezioni illustrate dall’Anbi in vista dell’Assemblea nazionale dei Consorzi di bonifica e irrigazione dell’1 e 2 luglio a Roma mostrano una tendenza che investe direttamente la crescita economica del Paese. Entro il 2040 le temperature potrebbero aumentare di almeno 2 gradi lungo la fascia tirrenica e nel Mezzogiorno, con il 17% del territorio nazionale esposto al rischio desertificazione. L’impatto economico stimato varia da una riduzione del Pil compresa tra il 3% e il 5% a una contrazione del turismo internazionale del 15% e di quello nazionale dell’8%.

Le conseguenze sarebbero ancora più marcate per il settore primario. Un aumento di 3 gradi rispetto alle temperature medie attuali potrebbe determinare un calo del 20% delle rese agricole e una riduzione del 10% delle attività ittiche. Non si tratta soltanto di un problema ambientale. Una minore produttività agricola significa minore disponibilità di materie prime alimentari, maggiore volatilità dei prezzi e ulteriore pressione sulle filiere agroalimentari europee, già alle prese con costi energetici elevati e tensioni geopolitiche che continuano a pesare sugli approvvigionamenti.

La fotografia dell’Italia di oggi restituisce intanto un Paese idricamente spaccato in due. Al Nord persistono condizioni di deficit, particolarmente accentuate nel Nord-Est e in un inedito Trentino-Alto Adige, dove nei primi cinque mesi del 2026 le precipitazioni sono risultate inferiori del 39% rispetto alla media dell’ultimo trentennio. Al contrario, nel Mezzogiorno si è passati dalla scarsità all’abbondanza d’acqua, con invasi prossimi alla saturazione in Sicilia, Calabria, Campania e Abruzzo. A confermare la crescente instabilità climatica è anche il numero degli eventi estremi. Dal primo gennaio sono state 1.029 le località interessate da fenomeni meteorologici di forte intensità, il 40% in più rispetto allo scorso anno. Le grandinate eccezionali hanno già raggiunto quota 584 contro le 236 registrate nell’intero 2025, mentre i tornado sono saliti a 80, dieci in più rispetto all’anno precedente.

Le preoccupazioni italiane trovano riscontro nelle analisi del Joint Research Centre (Jrc), il servizio scientifico della Commissione europea. Nell’ultimo bollettino sulle prospettive agricole, gli esperti osservano che “le condizioni di crescita in tutta Europa rimangono generalmente favorevoli“, ma avvertono che “la primavera secca e l’ondata di calore di maggio hanno ridotto le prospettive di resa dei raccolti invernali in alcune zone dell’Europa occidentale, centrale e orientale“. Il Jrc sottolinea inoltre che “crescono le preoccupazioni per i raccolti estivi, dove le riserve idriche del suolo rimangono scarse mentre la domanda di acqua è in aumento“. Le alte temperature e le scarse precipitazioni previste in ampie aree dell’Europa occidentale e centrale, aggiunge il Centro di ricerca comunitario, “intensificheranno lo stress idrico delle colture e potrebbero compromettere il potenziale di resa“. Le aree più esposte comprendono Francia, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia e Ucraina occidentale, dove la persistente mancanza di piogge ha ridotto l’umidità dei suoli e compromesso parte delle aspettative produttive.

In Italia centrale, rileva il Jrc, l’ondata di calore di fine maggio ha accelerato la maturazione dei cereali invernali, riducendo le previsioni di resa. In Sicilia, invece, caldo e siccità hanno penalizzato le fasi finali della coltivazione del grano duro, ridimensionando aspettative che fino a poche settimane fa apparivano particolarmente favorevoli. Per anni la siccità è stata raccontata come un’emergenza. I dati suggeriscono invece che stia diventando una componente permanente del quadro economico europeo.

Fronte comune Stellantis, Volkswagen e Renault: “Ora puntare davvero a Made in Europe”

Regole chiare, un quadro normativo “realistico”, sostegno mirato. E, ancora, una formula non proprio magica, ma sicuramente indicativa: 70:70 nell’Ue27. Stellantis, Volkswagen e Renault – che rappresentano il 60% della produzione automobilistica europea – hanno sottoscritto un impegno comune, inviato oggi ai membri del Parlamento europeo, per ribadire il sostegno al Made in Europe con “regole semplici e chiare e forti incentivi per potenziare la produzione nell’Ue”. L’industria automobilistica del Vecchio Continente, spiegano, “è pienamente impegnata a garantire un futuro solido al settore manifatturiero in Europa, ma ciò richiede un quadro normativo realistico”.

Il marchio europeo deve avere un obiettivo preciso, cioè “sostenere la competitività, attrarre investimenti e tenere conto del divario di costi che ci separa dai concorrenti globali”. Solo “se riusciremo a gestire bene questa sfida, l’Europa potrà rimanere una potenza automobilistica mondiale”. Una posizione, quella dell’industria, che si sposa con quella dell’esecutivo comunitario, che da tempo porta avanti una progettazione proprio legata al Made in Europe, per scongiurare il tracollo del settore e resistere alla concorrenza, non sempre leale, dei giganti asiatici.

Ma le tre case alzano l’asticella. Per avere un marchio “semplice, raggiungibile e coerente in tutta l’Ue”, spiegano, è necessario introdurre una formula ben precisa: in sostanza chiedono alle istituzioni comunitarie “di creare un quadro volto a garantire che il 70% dei veicoli venduti dalle case automobilistiche in Europa provenga per il 70% dai 27 paesi dell’Ue: ’70:70 nell’UE27′”. Una soglia del 70% di contenuto di valore regionale, infatti, fornisce non solo “un parametro di riferimento chiaro e praticabile, che riflette l’intera catena del valore, dalla progettazione alla produzione avanzata”, ma anche – e soprattutto – offre all’industria “la chiarezza di cui ha bisogno per investire”.

Il ‘Made in Europe’, poi, non dovrebbe limitarsi a compensare i costi, ma “incentivare attivamente la localizzazione e il reshoring”. Questo significa “un sostegno forte e mirato” al settore europeo delle batterie, “una flessibilità pragmatica” – specialmente per le auto di piccole dimensioni – e politiche che rendano i veicoli elettrici “più accessibili, costruendo al contempo una catena di approvvigionamento europea resiliente”.

Già lo scorso febbraio, l’amministratore delegato di Stellantis, Antonio Filosa, e il ceo di Volkswagen, Oliver Blume, avevano presentato in una lettera aperta congiunta proposte dettagliate su come rafforzare l’industria automobilistica europea. Le proposte si ricollegavano proprio all’iniziativa Made in Europe del commissario europeo per l’Industria, Stéphane Séjourné. “In un mondo in cui altri difendono con orgoglio le proprie industrie – scrivevano – l’Europa deve decidere con urgenza se vuole diventare un mercato per gli altri o rimanere una potenza manifatturiera e industriale anche in futuro. Se attuata correttamente, una strategia Made in Europe può trasformarsi in una vera storia di successo europea”.

Temi, questi, che saranno al centro del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, che guarderà alla competitività come “pietra miliare” dell’economia. . L’obiettivo, fanno sapere da Bruxelles, è sviluppare “una comprensione comune” delle sfide e fornire orientamenti alla Commissione sulla via da seguire. “L’Europa deve fare la sua parte in ambito economico, ma al tempo stesso una concorrenza leale a livello mondiale richiede condizioni di parità”, spiega il Consiglio.

Ucraina, Meloni: “Con Russia negozi l’Ue con figura autorevole, nessuna delega a Usa”

La linea dell’Italia nella guerra Russia-Ucraina non cambia: sostenere Kiev e mantenere la pressione su Mosca per costringere all’apertura di una “seria stagione negoziale”. Giorgia Meloni riferisce alle Camere in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno e chiarisce che sosterrà il ventesimo pacchetto di sanzioni europee perché “fino a quando la Russia rifiuterà un cessate il fuoco e l’avvio di trattative reali sarà necessario mantenere alta la pressione politica ed economica”.

Bisogna, spiega la premier, costruire le condizioni della pace, lavorando insieme agli alleati a “solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina, una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo”. Obiettivo per il quale è, sottolinea, “indispensabile” preservare l’unità euroatlantica, rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida “non sempre facile ma necessaria”. Solo che “coordinamento non significa delega”, precisa la presidente del Consiglio. Perché in qualsiasi scenario di pace serio tra Ucraina e Russia, diverse condizioni “dipendono dall’Europa, riguardano l’Europa, impattano sull’Europa ed è l’Europa a doverle negoziare“.

Per la premier, l’Unione europea deve essere pronta a guidare questo dialogo senza £procedere a tentoni con formati variabili” non adeguatamente rappresentativi, cosa che, sottolinea, “produce solo frammentazione, confusione, debolezza. Il tema vero, per la prima ministra, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che “allo Stato nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”.

Per questo motivo insiste sulla necessità di individuare una “figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell’Europa”. 

Rinnovabili, via libera Ue a piano italiano da 23 mld. Pichetto: “Fer X strumento strategico”

Via libera da parte di Bruxelles al piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, in linea con gli obiettivi del Clean Industrial Deal. La Commissione europea ha approvato il regime di aiuti di Stato che punta a una transizione “verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo Ue in materia di energie rinnovabili fissato per il 2030”. L’ok riguarda lo schema di decreto Fer X che, a regime, spiega il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, “consente di proseguire il percorso di realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili mature”. Uno strumento “strategico” per il ministro Gilberto Pichetto Fratin, “per rafforzare l’autonomia energetica del Paese, ridurre la dipendenza dall’estero e garantire continuità al meccanismo transitorio entrato in vigore nel 2025”.

Con questo programma, dice Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva per una transizione pulita, giusta e competitiva, “l’Italia sosterrà la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, attraverso diverse tecnologie come l’eolico onshore, il solare e l’idroelettrico, per raggiungere gli obiettivi del Clean Industrial Deal”. Si prevede, infatti, che gli impianti aggiungeranno complessivamente 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità da fonti green in Italia, di cui 10 GW riservati agli impianti fino a 1 MW di potenza e i restanti 27,15 GW destinati agli impianti di maggiore dimensione.

Il testo sarà ora trasmesso alla Corte dei Conti per la registrazione, passaggio che precederà la pubblicazione sul sito del Ministero. Il via libera europeo, dice ancora Pichetto, “rappresenta un tassello importante nel percorso di accelerazione della transizione energetica nazionale, favorendo investimenti, innovazione e maggiore sicurezza del sistema energetico italiano”.

Gli aiuti assumeranno la forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali (CfD) che prevedono un bonus per ogni kWh di elettricità prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento. Se i prezzi del mercato elettrico sono inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se sono superiori, le aziende rimborseranno la differenza. I CfD avranno una durata di 20 anni. Gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per realizzare ciascun singolo progetto. Gli aiuti, assicura Bruxelles, “saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per realizzare ciascun singolo progetto”.

Spetta ora all’Italia organizzare una procedura competitiva separata per le tecnologie solari ed eoliche con capacità superiore a 1 MW, in cui i candidati dovranno rispettare ulteriori criteri di preselezione previsti dalla legge sull’industria a zero emissioni nette. Gli impianti con potenza inferiore a 1 MW possono beneficiare direttamente del regime, senza partecipare a una procedura di gara. In questo caso, il prezzo di esercizio è stabilito amministrativamente dall’Autorità di regolamentazione per energia reti e ambiente. Il budget di 23 miliardi di euro del programma si basa su stime dei prezzi di mercato e il sostegno netto effettivo potrebbe essere considerevolmente inferiore in caso di prezzi di mercato superiori alle aspettative.

Sul fronte delle rinnovabili, però, in Italia resta il problema delle autorizzazioni. “Dobbiamo sbloccare ulteriormente i progetti che sono ancora fermi”, dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Se è vero che negli ultimi tre anni “la produzione di energia energia elettrica da fonte rinnovabile è aumentata del 40%”, ora bisogna “andare avanti con uno shock autorizzatorio”, avverte il titolare del Mimit con il concorso delle Regioni. Insomma, è necessario, “accelerare ulteriormente” e, “nel contempo tornare a imboccare la strada del nucleare sicuro e pulito, cosa che stiamo facendo col disegno di legge che è in corso di approvazione al Parlamento su cui auspico che le forze di sinistra concorrano positivamente”.

Corte Usa bocca i dazi al 10% di Trump. Lui sente von der Leyen: “Ue rispetti intesa o da 4 luglio tariffe salgono”

Una nuova scure si è abbattuta sulla politica tariffaria statunitense. La Corte federale commerciale si è pronunciata contro i dazi globali del 10% imposti dal presidente Donald Trump, stabilendo che tariffe generalizzate non sono giustificate in base a una legge commerciale degli anni ’70. Il tribunale in sostanza si è pronunciata a favore delle piccole imprese che avevano contestato i dazi doganali, entrati in vigore il 24 febbraio. La sentenza è stata emessa con due voti a favore e uno contrario, con un giudice che ha affermato che era prematuro concedere la vittoria alle piccole imprese ricorrenti. Le aziende avevano sostenuto che le nuove tariffe rappresentavano un tentativo di aggirare una sentenza storica della Corte Suprema degli Stati Uniti che aveva annullato le tariffe imposte dal presidente repubblicano nel 2025 ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act. 

La partita dei dazi, insomma, è destinata a restare aperta ancora a lungo. Nella serata di giovedì Trump e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno avuto una conversazione telefonica, definita da entrambi “ottima e positiva”. Nel corso della telefonata i due leader hanno discusso di molti argomenti, tra cui, dice Trump, “la nostra totale convergenza sul fatto che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare”. “I recenti avvenimenti hanno dimostrato che i rischi per la stabilità regionale e la sicurezza globale sono troppo elevati”, gli fa eco von der Leyen.

Poi, naturalmente, il capitolo tariffe. “Ho pazientemente atteso che l’Ue adempisse alla propria parte dello storico accordo che abbiamo concordato con Turnberry, in Scozia – attacca il repubblicano – il più grande accordo commerciale di sempre! accettato di concederle tempo fino al 250° anniversario del nostro Paese”, cioè il 4 luglio “in caso contrario, purtroppo, i dazi salterebbero immediatamente a livelli molto più elevati”. Più sintetica la presidente della Commissione europea, che in una nota, ribadisce che “rimaniamo pienamente impegnati, da entrambe le parti, alla sua attuazione. Si stanno compiendo buoni progressi verso la riduzione delle tariffe entro l’inizio di luglio”.

Consiglio, Commissione e Parlamento Ue non hanno trovato l’accordo per un’intesa tra Unione europea e Stati Uniti sui dazi, con Donald Trump che ha già minacciato di alzare le tariffe su auto e camion Made in Europe al 25%. Il trilogo ha deciso di tornare al tavolo il 19 maggio per un secondo round di colloqui con l’Europa che si dice comunque “ottimista” “Ci aspettiamo che il prossimo trilogo, che si terrà ancora questo mese, porti auspicabilmente a un accordo definitivo”, spiega un portavoce ricordando che il recente accordo sulle materie prime critiche “è un esempio concreto di ciò che l’Ue e gli Usa possono ottenere sulle sfide globali condivise quando lavorano fianco a fianco, e continueremo sicuramente con questo spirito”. I contatti tra le parti, quindi, “sono in corso”.

Scorte jet fuel ai minimi da 6 anni. Ma Ue assicura: “Nessuna carenza”

Il mercato sta sottovalutando le conseguenze di un lockdown energetico”. Ne è certo il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), Fatih Birol, che in un’intervista al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung rilancia il monito sulla “più grave crisi petrolifera della storia”. “Allo scoppio ufficiale della guerra nel Medio Oriente diverse petroliere e metaniere erano già in rotta verso le loro destinazioni”, ma ora si sta creando un vuoto: “A marzo non sono state caricate nuove petroliere”.

Le conseguenze non riguardano solo il prezzo – che resta alto sui benchmark internazionali – ma soprattutto la disponibilità fisica. Il rischio è una riduzione dell’attività delle raffinerie a livello globale, con effetti diretti su jet fuel e gasolio. Già l’Aie aveva indicato che, ai livelli attuali, le scorte di cherosene sarebbero sufficienti per circa sei settimane. In alcuni Paesi, avverte, questo può tradursi in disagi nel trasporto aereo fino alla cancellazione di voli, mentre il comparto industriale resta esposto alla carenza di gasolio.

Un allarme condiviso anche dal settore dell’aviazione. “La valutazione dell’Aie sulle possibili carenze di carburante per aerei è preoccupante. Abbiamo stimato che entro la fine di maggio si potrebbero iniziare a vedere cancellazioni in Europa per mancanza di jet fuel. In alcune parti dell’Asia questo sta già accadendo”, ha dichiarato Willie Walsh, direttore generale della Iata, richiamando la necessità di rafforzare le rotte alternative di approvvigionamento e invitando le autorità “a predisporre piani chiari e coordinati, nel caso in cui diventi necessario introdurre forme di razionamento, compresa la gestione degli slot aeroportuali”.

Gli analisti di Kpler sottolineano un quadro disomogeneo. L’offerta di diesel rimane “relativamente solida, sostenuta da una buona flessibilità nelle importazioni e da livelli di scorte ancora stabili”. Il jet fuel invece affronta una fase più marcata di irrigidimento. Le scorte dovrebbero scendere da oltre 50 giorni a meno di 30 entro luglio e la dipendenza dai flussi mediorientali “limita fortemente la possibilità di sostituzione delle forniture”. Questo squilibrio rende il jet fuel molto più vincolato rispetto al diesel, sostenendo prezzi e margini più elevati. Con un’offerta in calo e minore copertura tramite hedging, le compagnie aeree più esposte rischiano maggiori costi e difficoltà operative nel picco estivo.

Tale dinamica sarebbe già emersa in Europa. Secondo i dati di Insights Global citati da Argus, nella settimana conclusa il 15 aprile le riserve di jet fuel nell’hub Amsterdam-Rotterdam-Anversa (Ara) sono scese ai minimi degli ultimi sei anni. Le scorte sono calate del 7,6% in una settimana, a circa 600.000 tonnellate, il livello più basso da aprile 2020. Il calo segue una tendenza iniziata a fine gennaio, aggravata dall’interruzione dei flussi dal Golfo Persico dopo le tensioni tra Stati Uniti e Iran e dal successivo dirottamento delle forniture verso il Regno Unito in vista della domanda estiva. Le scorte di nafta sono scese del 13,9%, ai minimi da un anno, mentre la benzina è aumentata del 2,5% grazie a una domanda interna più debole e a minori esportazioni verso alcune regioni africane. Gli operatori segnalano anche un calo dell’interesse per la miscelazione, segnale di un mercato europeo della benzina più saturo del previsto.

A fronte di questi segnali di tensione, dalle istituzioni europee arriva però un invito alla cautela. “Stiamo monitorando attentamente gli sviluppi nei mercati energetici, compreso quello del carburante per aerei. E voglio essere molto chiaro: negli ultimi due giorni sono circolate alcune notizie secondo cui l’Europa potrebbe essere vicina all’esaurimento delle scorte di carburante per aerei. Ciò non riflette accuratamente la situazione”, ha dichiarato il commissario europeo per i Trasporti e il Turismo sostenibile Apostolos Tzitzikostas al termine della riunione informale dei ministri del Turismo a Nicosia.

Il carburante per aerei, ha ricordato, “fa parte di un mercato globale, rifornito in modo continuo e sostenuto da produzione, importazioni e scorte”, sottolineando anche la presenza di una significativa capacità di raffinazione all’interno dell’Europa. “Siamo consapevoli che i mercati del carburante per aerei sono più tesi e vengono monitorati attentamente”, ha aggiunto, evidenziando come l’Europa disponga di scorte di emergenza in linea con la normativa Ue, attivabili se necessario in coordinamento con il mercato. “In questa fase, tuttavia, il mercato sta gestendo questa tensione e non vi sono prove di effettive carenze”, ha concluso Tzitzikostas. “Non vi è inoltre alcuna indicazione di carenze sistematiche di carburante che potrebbero portare a cancellazioni diffuse di voli in tutta Europa”.

incendi

Incendi, 2025 anno peggiore in Europa: in fiamme oltre 1 milione di ettari

Lo scorso anno l’Unione europea ha vissuto la stagione di incendi boschivi più devastante mai registrata, con oltre un milione di ettari di terreno bruciato – un’area grande all’incirca quanto Cipro. E’ quanto emerge dai nuovi dati del Sistema europeo di informazione sugli Incendi boschivi (EFFIS), gestito dal Centro comune di ricerca della Commissione europea.

Il monitoraggio satellitare ha rivelato che 7.783 roghi hanno devastato 25 paesi dell’Ue, bruciando 1.079.538 ettari di terreno. La stagione è iniziata insolitamente presto, con oltre 100.000 ettari già distrutti alla fine di marzo. La situazione è peggiorata drasticamente durante l’estate, in particolare nel Mediterraneo, dove una prolungata ondata di caldo in agosto ha provocato 22 incendi di grandi dimensioni solo in Portogallo e Spagna, bruciando 460.585 ettari, cioè quasi la metà della superficie totale bruciata nell’Ue. Al di fuori dell’Unione, i roghi hanno devastato 2,2 milioni di ettari in Europa, Medio Oriente e Nord Africa, con l’Ucraina che ha subito l’impatto più grave, rappresentando il 30% della superficie totale bruciata e il 39% di tutti gli Incendi monitorati dall’EFFIS.

L’Italia ha registrato importanti perdite lo scorso anno, con una superficie totale bruciata pari a 96.539 ettari, quasi il doppio della media. Distribuiti su 1.910 incendi, l’85% dei danni si è verificato nella stagione estiva, quando è scoppiato anche un rogo di oltre 5500 ettari nella provincia di Trapani. Altri 23 incendi hanno superato i 500 ettari, un numero significativamente superiore ai 6 registrati nel 2024. Un quarto della superficie totale bruciata (27.220 ettari) si è verificato in siti Natura 2000.

Gli incendi del 2025, spiega Bruxelles, hanno messo in evidenza “nuovi modelli preoccupanti”: stagioni più precoci e più lunghe, con focolai che si sono accesi già a marzo; ondate di calore più frequenti e intense, che hanno alimentato un comportamento estremo del fuoco; roghi boschivi che si sono estesi a latitudini più elevate, interessando regioni precedentemente considerate a basso rischio. Questa stagione da record non è un caso isolato, ma un richiamo “a una risposta europea più forte e coordinata”.

Lo scorso 25 marzo 2026, la Commissione europea ha adottato una nuova strategia per affrontare la crescente minaccia degli incendi boschivi che copre l’intero ciclo del rischio di catastrofi – prevenzione, preparazione, risposta e recupero – e definisce azioni concrete sia a livello Ue che nazionale. La strategia promuove paesaggi resilienti agli incendi attraverso la gestione sostenibile del territorio e il ripristino della natura, rafforza l’allerta precoce e il monitoraggio tramite EFFIS e Copernicus e potenzia la capacità antincendio attraverso una flotta aerea antincendio dell’Ue, il preposizionamento dei vigili del fuoco e un nuovo centro antincendio europeo a Cipro.

Affronta inoltre la preparazione della popolazione, la ripresa post-incendio e l’integrazione del rischio di incendi boschivi nei quadri di finanziamento dell’Ue.

Crolla sentiment economico: guerra Golfo pesa già sulla Ue

Il sentiment economico europeo torna a deteriorarsi a marzo, risentendo in modo evidente delle tensioni geopolitiche e del nuovo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente. Secondo l’ultima indagine della Commissione Ue, l’indicatore Esi (Economic Sentiment Indicator) è sceso a 96,7 nell’Unione europea e a 96,6 nell’area euro, allontanandosi ulteriormente dalla media di lungo periodo pari a 100 e confermando il peggioramento già avviato a febbraio. A pesare è soprattutto il crollo della fiducia di consumatori e commercio al dettaglio, mentre industria e servizi mostrano una maggiore tenuta, pur con segnali di indebolimento nelle aspettative. La fiducia nell’industria resta sostanzialmente stabile, grazie a un miglioramento nella valutazione degli ordini.

Tuttavia, le prospettive di produzione risultano in calo. Nei servizi, il peggioramento delle attese sulla domanda segnala un possibile rallentamento nei prossimi mesi. Il dato più preoccupante riguarda tuttavia le famiglie. La fiducia dei consumatori nell’Ue è scesa bruscamente ai minimi degli ultimi due anni e mezzo, riflettendo un forte peggioramento delle aspettative sulla situazione economica generale e sulle condizioni finanziarie future. Le famiglie riducono gli acquisti, soprattutto di beni durevoli, e preferiscono accumulare risparmi. Il conflitto in Medio Oriente e il conseguente aumento dei prezzi energetici stanno incidendo rapidamente sul potere d’acquisto delle famiglie, già sotto pressione negli ultimi anni.

I rincari dei carburanti, solo in parte attenuati dagli interventi pubblici, alimentano il timore di una nuova fiammata inflazionistica. Lato imprese, le aspettative sui prezzi di vendita sono aumentate in tutti i settori, con un’accelerazione particolarmente marcata nell’industria, dove l’indicatore ha raggiunto i livelli più elevati dal 2023. L’aumento dei costi energetici e le nuove tensioni sulle catene di approvvigionamento stanno infatti spingendo le aziende a rivedere al rialzo i listini. Anche i consumatori percepiscono i rincari, con aspettative sui prezzi in forte rialzo nei prossimi dodici mesi.

Il peggioramento del quadro si riflette anche nel mercato del lavoro. L’indicatore delle aspettative occupazionali Eei ( Employment Expectations Indicator) è sceso a 97,3 punti nell’Ue e a 96,4 punti nell’eurozona, penalizzato soprattutto dalla revisione al ribasso dei piani di assunzione nel commercio e nei servizi. Contestualmente, aumentano i timori delle famiglie sulla disoccupazione futura. Il contesto di crescente preoccupazione è confermato dal deciso aumento (+3 punti) dell’indicatore di incertezza economica (Economic Uncertainty Indicator, Eui), che segnala un peggioramento diffuso delle aspettative sia tra le imprese sia tra i consumatori. Mentre a livello europeo il quadro mostra segnali di indebolimento diffuso, in Italia il peggioramento appare ancora più marcato, soprattutto tra i consumatori. Secondo l’ultima rilevazione Istat, a marzo l’indice di fiducia è sceso a 92,6 punti, ai minimi da ottobre 2023, con un calo di cinque punti su base mensile. Il peggioramento riguarda tutte le componenti, con un forte deterioramento delle aspettative economiche e un incremento delle previsioni di disoccupazione. Per le imprese l’indice si è mostrato sostanzialmente stabile.

La guerra ha dunque finora colpito soprattutto il sentiment, senza ancora tradursi in un calo significativo dell’attività produttiva. Tuttavia, il peggioramento delle aspettative e l’aumento dei costi suggeriscono che gli effetti sull’economia reale potrebbero emergere nei prossimi mesi, soprattutto in assenza di una rapida stabilizzazione del quadro geopolitico. In questo scenario, la Banca Centrale Europea si trova nuovamente di fronte a un delicato equilibrio: frenare l’inflazione senza soffocare la già fragile fiducia di consumatori e imprese, mentre l’incertezza geopolitica continua a pesare sull’economia. Con la fase acuta della crisi nel Golfo, le opinioni degli analisti restano divergenti. Bloomberg prevede fino a tre rialzi dei tassi da 25 punti base, con il primo già a fine aprile, mentre altre stime indicano un massimo di due ritocchi.

stoccaggio gas

Iran, mercato Gnl sotto pressione: Europa parte già in svantaggio per le scorte

Si profila un’estate calda per i mercati energetici europei, soprattutto per le possibili fiammate dei prezzi del gas. Se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi oltre aprile, i Paesi del Vecchio continente si troveranno a fronteggiare una concorrenza spietata con l’Asia (e la Turchia) per i carichi di Gnl, aumentando la dipendenza da Stati Uniti e Africa occidentale. Gli attacchi all’hub di Ras Laffan hanno cominciato a farsi sentire sui mercati globali fin nei primi giorni di marzo 2026. Il 2 marzo, all’inizio della guerra tra Iran e Israele, il Qatar ha annunciato la sospensione della produzione di Gnl e ha dichiarato lo stato di forza maggiore a causa dei danni subiti.

Le autorità di Doha hanno stimato che ci potrebbero volere fino a 5 anni per ripristinare i volumi normali pre-conflitto. In totale nell’area interessata dal conflitto tra Usa-Israele e Iran fino a 19 milioni di tonnellate di Gnl potrebbero essere fuori servizio entro la fine di maggio, con rischi al ribasso se le valutazioni dei danni dovessero peggiorare. Kpler stima una riduzione di circa 15 milioni di tonnellate dal Qatar, almeno 3 milioni dagli Emirati Arabi e la quota residuale dall’Oman.

Le conseguenze sul fronte della produzione sono significative. “Ras Laffan è cruciale per l’equilibrio del mercato globale – spiega l’analista di Kpler, Charles Costerousse -. Se la struttura resta chiusa a lungo, chiunque importa gas dovrà rivedere le proprie strategie”. Il complesso industriale, con una capacità annua di circa 77 milioni di tonnellate, ha visto ridurre la produzione di almeno 11-13 milioni di tonnellate. Anche se la guerra finisse domani, la ripresa non sarà immediata. Ogni unità produttiva (treno) richiede settimane per essere riavviata da ferma. E con danni più estesi serviranno mesi.

La domanda globale rende la competizione per il Gnl più intensa che mai, con i contratti spot che hanno registrato un’impennata. Ulteriore pressione potrebbe essere esercitata dalla Turchia che importa dall’Iran circa 8 miliardi di metri cubi all’anno via gasdotto. Possibili interruzioni ai flussi spingerebbero le autorità energetiche a cercare alternative sul Gnl, aumentando la concorrenza.

Non è infatti solo una questione di calo di volumi: il problema è che tutti si contendono il Gnl che resta. Con scorte stagionali in Europa inferiori alla media, molti importatori si sono trovati a competere con buyer asiatici disposti a pagare di più pur di assicurarsi i carichi.

Consumatori forti come Cina, Giappone e Corea del Sud partono da una posizione di vantaggio avendo – a fine marzo – stoccaggi leggermente migliori della media a cui attingere (rispettivamente al 51%, al 45% e al 56%). Di conseguenza, ricorda Kpler, il periodo di picco per il rifornimento delle scorte si sposta da aprile-maggio a giugno-luglio. In Europa, invece, depositi più vuoti e la necessità di rifornirsi in vista dell’estate rendono la competizione sui mercati spot ancora più intensa.

Nell’Europa nord-occidentale le scorte sono particolarmente scarse. E nonostante dati di fine marzo migliori del previsto, il fabbisogno di rifornimento estivo rimane considerevole. La piattaforma Gie-Agsi segnala una media di riempimento appena sotto il 29% al 22 marzo, -10 punti percentuali rispetto al 2025. Per rimpinguare i siti serviranno 67 miliardi di metri cubi di gas, equivalenti a circa 700 carichi di Gnl, con un incremento del 35% su base annuale.

Considerando lo scenario più negativo, ovvero il prolungamento della guerra nel Golfo, l’Europa si affaccerà dunque alla stagione di iniezione aumentando notevolmente la richiesta di Gnl da Stati Uniti e Africa, di fatto sostituendo una dipendenza regionale (quella con la Russia) con un’altra.

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