Gas, stoccaggi Ue ai minimi storici: verso un taglio della domanda del 7%

La geopolitica, i prezzi elevati del gas e il rischio di ondate di freddo stanno aggravando la pressione sul settore energetico europeo. I bassi livelli di gas stoccato lasciano l’Ue con un margine di sicurezza ridotto di fronte al dirottamento delle spedizioni di gas naturale liquefatto verso l’Asia, a ulteriori turbolenze in Medio Oriente o alla perdita del Gnl russo a partire da gennaio 2027. L’Ue si appresta ad affrontare l’inverno con le riserve di gas al 72,4% della capacità al 3 ottobre, il livello più basso per questo periodo dell’anno dall’inizio delle registrazioni nel 2011. Un’ondata di freddo come quella del gennaio 2026 esaurirebbe più rapidamente le riserve di gas. A lanciare l’allarme e la Ieefa, l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, secondo cui dal prossimo novembre a marzo 20027 le riserve potrebbero fornire al mercato 7,3 miliardi di metri cubi (bcm) di gas in meno rispetto allo scorso inverno.

Insieme al divieto totale dell’Ue sulle importazioni di Gnl russo a partire da gennaio 2027, questa carenza potrebbe costringere il blocco a ridurre la domanda invernale di gas del 7%, ovvero 14 bcm, rispetto allo scorso inverno. Ciò non significa che le riserve dei 27 si esauriranno quest’inverno. Tuttavia, con il calo dei livelli di stoccaggio, il gas potrà essere prelevato più lentamente (a causa della pressione ridotta), rendendo più difficile soddisfare la domanda durante un’ondata di freddo a fine inverno.

L’Ieefa stima che coprire il deficit di stoccaggio con importazioni supplementari di gas costerebbe all’Ue 3 miliardi di euro. Poiché la guerra tra Stati Uniti e Iran ha fatto lievitare i prezzi del gas, si tratta di un costo superiore del 12% rispetto a quanto sarebbe costato lo stesso volume nel 2025. Di conseguenza, una maggiore dipendenza dallo stoccaggio del gas è diventata una pesante passività finanziaria per l’Europa. Gli operatori acquistano in estate, immagazzinano il gas e lo vendono in inverno. La differenza di prezzo (lo spread estate-inverno) costituisce il loro profitto.

Prima del 2022 lo stoccaggio di gas nell’Ue fungeva da cuscinetto stagionale: riempimento in estate, prelievo in inverno, con importazioni tramite gasdotti flessibili (principalmente dalla Russia) che assorbivano le oscillazioni della domanda. Ora, invece, l’Europa dipende dagli stoccaggi per superare l’inverno.

La quota degli stoccaggi sul consumo invernale di gas dell’Ue è salita dal 25% nel 2021–22 al 30% nel 2025–26, con un massimo quinquennale del 33% nel 2024–25, secondo Eurostat. In termini assoluti, i prelievi dagli stoccaggi nel 2024–25 sono stati di circa il 50% superiori rispetto ai due inverni precedenti.

Due tendenze spiegano questo fenomeno. In primo luogo, la domanda sta riprendendo slancio. Il consumo invernale di gas è sceso bruscamente da circa 222 miliardi di metri cubi nel 2021–22 a circa 185 miliardi di metri cubi nel 2022–23, poiché i prezzi elevati e le misure di emergenza per il risparmio di gas ne hanno ridotto la domanda. Il consumo è rimasto sostanzialmente stabile nel periodo 2023–24, per poi risalire a circa 200 miliardi di metri cubi negli ultimi due inverni, il che suggerisce che l’era dei facili tagli alla domanda potrebbe essere finita.

In secondo luogo, le importazioni di gas sono rimaste stabili tra il 2023 e il 2025, quindi l’Europa fa sempre più affidamento sugli stoccaggi per colmare il divario, rendendo mercato vulnerabile ai picchi di prezzo durante gli inverni caratterizzati da prelievi dagli stoccaggi superiori alle attese.

Nel frattempo, le immissioni estive negli stoccaggi si sono indebolite negli ultimi anni, registrando un calo del 30% tra il 2022 e il 2025. La Germania detiene la quota maggiore, pari a circa il 22% della capacità totale dell’Ue, seguita da Italia (18%), Paesi Bassi (13%), Francia (11%), Austria (9%) e Ungheria (6%). Insieme, questi sei paesi rappresentano circa l’80% della capacità totale di stoccaggio del gas dell’Ue.

A seguito dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, l’Ue ha richiesto agli Stati membri di riempire gli stoccaggi di gas al 90% entro il 1° novembre. Poiché la guerra tra Stati Uniti e Iran ha fatto impennare i prezzi del gas, la Commissione europea ha invitato i paesi ad abbassare i propri obiettivi all’80% per evitare acquisti dettati dal panico. Per la Ieefa “i responsabili politici e gli investitori dovrebbero considerare la crescente dipendenza dell’Europa dallo stoccaggio non come una richiesta di ulteriori infrastrutture per il gas, ma come un segnale finanziario che la sua dipendenza rappresenta un onere crescente. Ridurre la domanda di gas piuttosto che sovvenzionare lo stoccaggio è la soluzione di cui l’Europa ha bisogno”.

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Energia e Inflazione, Italia chiede altra flessibilità ma Ue alza muro: “Già concessa”

La bolla dell’energia rischia di esplodere con troppo fragore, meglio correre ai ripari. L’Italia ha già incassato il via libera Ue a sforare i conti per le spese legate al rinnovo del mix energetico per circa 14 miliardi, ma ora serve di più, perché la situazione potrebbe finire fuori controllo a stretto giro di posta nel mix mortifero con l’inflazione.

Per questo motivo la premier, Giorgia Meloni, ha preso carta e penna per scrivere a Ursula von der Leyen: “Stiamo ponendo in Europa un’altra questione importante, con una lettera che oggi ho inviato alla presidente della Commissione rispetto all’impatto sui conti pubblici dell’aumento dell’inflazione rispetto a quella programmata”. La premier sottolinea che non si tratta di una questione solo italiana, però il nostro Paese si trova a fronteggiare questioni come gli adeguamenti automatici per legge, pensioni e assegno unico, per esempio: “Non si può non tenere in considerazione questo cambio totale dei conti, che non dipende dalle scelte che fa l’esecutivo, ma dipende dalla situazione contingente. Chiediamo che anche questo venga considerato”.

Naturalmente, sulla stessa lunghezza è anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che definisce “ovvia” la nuova richiesta di flessibilità. “Il sentiero della spesa è nominale che stiamo rispettando e siamo tra i più bravi – spiega -. Il problema è che quel sentiero della spesa nominale contiene un tasso di inflazione programmato, all’epoca, da parte della Commissione, evidentemente molto inferiore: credo fosse l’1,8% rispetto a quello che si è verificato. Quindi, è chiaro che quel sentiero di spesa, visto che nel bilancio ci sono poste indicizzate all’inflazione, diventa difficile da mantenere. Ma non per noi, per tutti”. L’obiettivo ora è, dunque, far aggiungere il punto all’ordine del giorno della prossima riunione dell’Ecofin e nella prossima riunione del Consiglio europeo, tra due settimane.

Anche se da Bruxelles una prima risposta è già arrivata, addirittura prima che la missiva a von der Leyen arrivasse (è stata ricevuta nella serata di giovedì 1 ottobre, come confermato da un portavoce della Commissione Ue). Perché nel briefing con la stampa, a domanda dei cronisti, la portavoce della Commissione Ue, Paula Pinho, ha replicato senza esitazioni: “Abbiamo già concesso maggiore flessibilità agli Stati membri”. Peraltro, ricorda che proprio un paio di settimane fa Roma chiesto l’attivazione della clausola sui bilanci, relativa a difesa e, appunto, energia.

“Mentre entriamo nel quarto trimestre dell’anno, le speranze di una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente sono state deluse e i mercati energetici rimangono estremamente tesi – scrive Meloni a vdL -. Il prezzo del petrolio greggio in euro è superiore di quasi l’80 per cento rispetto all’inizio dell’anno; il gas naturale è più costoso del 156 per cento. Sebbene la maggior parte degli Stati membri sia intervenuta per frenare l’aumento dei prezzi dei carburanti e delle bollette, il reddito disponibile reale delle famiglie sta subendo un duro colpo, con l’inflazione complessiva che a settembre ha raggiunto un nuovo massimo. Inoltre, la competitività delle imprese europee è stata gravemente compromessa dall’aumento dei costi energetici. In questo contesto, i percorsi di spesa netta concordati nell’ambito del quadro di bilancio europeo lasciano un margine limitato per attenuare l’impatto sulle famiglie e sulle imprese senza ricorrere a misure di inasprimento in un momento caratterizzato da significativi rischi al ribasso per l’economia”.

La presidente del Consiglio, poi, continua: “Sebbene questa caratteristica delle regole di bilancio dell’Ue miri a garantire la solidità dei conti pubblici nel medio termine, dovremmo comunque cercare modi per utilizzare almeno una parte delle entrate aggiuntive al fine di attenuare l’aumento dei costi energetici in modo temporaneo e mirato”. Meloni annota ancora: “Tuttavia, vi è un altro problema legato alle regole di bilancio nel momento in cui aggiorniamo i nostri piani di bilancio per il 2027. Infatti, il tetto alla crescita della spesa netta è fissato in termini nominali e, in quanto tale, potrebbe non tenere pienamente conto dell’impatto di bilancio di un’inflazione che superi in modo significativo le proiezioni alla base del percorso di spesa netta concordato, ovvero del fatto che la spesa pubblica possa aumentare a causa di meccanismi e processi di mercato al di fuori del controllo del governo“.

Meloni porta, ovviamente, il caso Italia: “La dotazione di spesa direttamente influenzata da un’inflazione che supera in modo significativo le proiezioni alla base del piano di bilancio è pari al 20,4% del Pil. Altre componenti di spesa che subiranno l’impatto di un’inflazione più elevata già nel 2027 ammontano al 12,0% del Pil“. A Roma sono tutti “consapevoli del rischio di modificare le regole di bilancio di recente introduzione che perseguono un obiettivo che tutti condividiamo, ovvero la sostenibilità del debito. Siamo inoltre pienamente consapevoli degli impegni assunti dall’Italia nell’ambito della procedura per i disavanzi eccessivi in corso e della necessità di rispettare il percorso correttivo della spesa netta – aggiunge nella lettera -. Tuttavia, riteniamo che il quadro di bilancio lasci alla Commissione europea il margine necessario per tenere conto dei fattori rilevanti che ho appena evidenziato nel valutare ex ante la conformità alla regola di spesa in occasione dell’esame dei prossimi progetti di piano di bilancio”.

Per ora la situazione è tamponata dalle tariffe offerte sul mercato dalle varie aziende, come Enel, Eni, A2A, Hera che offrono possibilità di sconto sulle tariffe che vanno dal 30 al 50 percento del prezzo di mercato attuale. Ma il rischio è che questo possa non bastare: “Lo so, contro il caro energia bisogna fare di più, costruire soluzioni strutturali di lungo periodo”, dice con consapevolezza la stessa Meloni alla platea degli artigiani della Cna.

Quello delle bollette, ovviamente, non è l’unico fronte aperto su cui Palazzo Chigi deve tenere le antenne sempre dritte. Perché la questione carburanti non è affatto risolta (la benzina cala a 2,084 euro al litro e il gasolio a 2,285 euro sulla rete stradale; verde a 2,122 euro e diesel a 2,328 euro sulle autostrade), nonostante le iniziative di Eni, Ip e Q8 di applicare un price cap alla pompa, a cui oggi si aggiunge anche Tamoil, dopo le interlocuzioni dei giorni scorsi tra la Presidenza del Consiglio e il governo libico. “Abbiamo lanciato un appello alle società energetiche e sono fiera che Eni, Socar e Q8 abbiano già aderito – mette in luce sempre Meloni -. E voglio ringraziare anche Tamoil, che oggi si è aggiunta”.

Nel frattempo, il brent viaggia poco sopra i 100 dollari al barile e lo spread sui bund tedeschi a 10 anni sui 112 punti base, con un aumento oltre l’8%. Segnali di cui il governo tiene conto e che monitora attentamente, anche alla vigilia del Cdm che dovrà varare il nuovo Documento programmatico di finanza pubblica, al centro di un incontro a Palazzo Chigi tra la premier, Giorgia Meloni, i suoi vicepresidenti, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Lo spazio si restringe per la situazione geopolitica e i conti vanno fatti al centesimo. Anzi, visto l’andamento dei carburanti, anche al millesimo, se è il caso.

Ombra, suoli, acqua: le città europee devono riprogettarsi per il clima

Il Landscape Festival – I Maestri del Paesaggio, la manifestazione promossa a Bergamo dall’associazione culturale Arketipos e dal Comune di Bergamo, è stato presentato oggi al Parlamento europeo, a due giorni dall’apertura della sua sedicesima edizione. L’incontro Il nuovo Rinascimento del verde. Il Landscape Festival di Bergamo si è tenuto nell’edificio Spinelli di Bruxelles su iniziativa dell’europarlamentare Giorgio Gori, sindaco di Bergamo dal 2014 al 2024. Presenti Vittorio Rodeschini, presidente di Arketipos e Andrea Cassone, presidente di AIAPP, l’associazione che riunisce i progettisti italiani.

Il tema portato davanti alle istituzioni europee è tanto concreto quanto poco presidiato: il cambiamento climatico obbliga le città a ripensare la forma dei propri spazi, e questo ripensamento non è soltanto una questione di infrastrutture o di impianti. Si gioca sulla temperatura dei suoli, sulla presenza di ombra, sul ritorno dell’acqua e delle zone umide dentro il tessuto urbano. Sono decisioni di progetto, prima che di ingegneria. E devono entrare nell’agenda ordinaria delle amministrazioni comunali, non restare confinate nei piani straordinari.

IL CLIMA SI MISURA A LIVELLO DEL SUOLO. I dati italiani più recenti dicono quanto sia largo il margine. Il progetto MIRIFICUS (acronimo di Monitoraggio di Interventi di Riforestazione Urbana), coordinato dal CNR-IBE con il supporto di ISPRA, ha misurato via satellite l’effetto degli interventi di riforestazione urbana a Roma e a Firenze. A Firenze, nelle stesse ore e nella stessa città, le aree urbane alberate registrano temperature superficiali di 35,9 gradi contro i 44,6 gradi dei tessuti edificati compatti: quasi nove gradi di differenza. Il divario medio tra aree urbane e aree rurali si attesta intorno ai 5,6 gradi, e a Napoli arriva a superare i 9. Dove si interviene con nuova vegetazione, la riduzione della temperatura superficiale supera i 4 gradi nelle ore centrali della giornata.

Il meccanismo è duplice: l’ombra intercetta la radiazione prima che raggiunga il suolo, e l’evapo-traspirazione delle piante sottrae calore all’aria. A questo si aggiunge il ruolo dell’acqua: le zone umide urbane, i sistemi di drenaggio naturale, le superfici permeabili raffrescano e allo stesso tempo assorbono le precipitazioni intense che il clima rende sempre più frequenti. Nessuno di questi effetti dipende però dalla sola quantità di verde. Dipende da dove l’ombra cade, da come le chiome sono disposte rispetto ai percorsi delle persone, da quali specie resistono alle nuove condizioni, da come l’acqua viene trattenuta. Cioè dal progetto.

BERGAMO APRIRPISTA. Bergamo si presenta a Bruxelles con due credenziali che raramente si trovano insieme. La prima è istituzionale: dall’aprile 2022 Bergamo è una delle cento città selezionate dalla Commissione europea per la missione sulle città climaticamente neutre e intelligenti entro il 2030, una delle nove italiane insieme a Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino. La seconda è culturale, e in questo caso è ciò che distingue Bergamo dalle altre novantanove: da sedici anni la città ospita la principale piattaforma italiana di confronto internazionale sul progetto di paesaggio, che ogni settembre porta in città i progettisti che stanno ridisegnando lo spazio pubblico in Europa e fuori.

È questa combinazione che il Festival ha proposto come metodo esportabile: un obiettivo climatico vincolante e una comunità di progetto capace di dargli forma. L’edizione 2026, dal 4 al 20 settembre, ne è la dimostrazione. Dopo quindici anni Piazza Vecchia abbandona il format della grande installazione vegetale per il progetto “Così è se vi appare” della paesaggista Cristina Mazzucchelli, che restituisce centralità alla piazza invece di coprirla e lavora sui suoi bordi, sui dehors, sull’ombra e sull’uso quotidiano dello spazio. All’Antico Lavatoio di via Mario Lupo, l’installazione Urban Haven # Rifugio Urbano dell’architetto Katuscia Ratto costruisce un modello di vivibilità urbana pensato esplicitamente per il tempo del riscaldamento globale. Dal 16 al 19 settembre l’Università degli studi di Bergamo ospita gli appuntamenti di alta formazione, con l’International Meeting of Landscape and Garden del 18 e 19 settembre: tra i relatori il belga Bas Smets, autore del concetto di biospheric urbanism, lo spagnolo Martí Franch, l’americana Martha Schwartz e lo studio californiano Terremoto.

LA PROPOSTA ALL’EUROPA: NON SOLO QUANTO, MA COME. Da qui la proposta avanzata al Parlamento europeo. L’Unione europea dispone già degli strumenti finanziari per accompagnare l’adattamento delle città: il programma LIFE finanzia soluzioni basate sulla natura ed è aperto agli enti locali, con co-finanziamenti fino al 60 per cento. Il punto non è la disponibilità delle risorse, ma i criteri con cui vengono assegnate. Oggi i bandi premiano soprattutto grandezze misurabili in modo semplice: metri quadri de-pavimentati, alberi messi a dimora, superfici permeabili recuperate. Sono indicatori necessari, ma insufficienti. Una piazza può essere de-pavimentata e alberata e restare uno spazio che nessuno attraversa volentieri.

L’auspicio è quindi che i programmi europei per l’adattamento urbano introducano sistematicamente criteri di qualità progettuale accanto a quelli quantitativi: l’effettiva ombreggiatura dei percorsi realmente utilizzati dalle persone, il comfort termico percepito e non solo la temperatura misurata, la continuità con il tessuto urbano esistente, l’accessibilità, la manutenibilità nel tempo, la qualità dello spazio come luogo in cui si sta. In una parola, che l’Europa finanzi non soltanto spazi più freschi, ma spazi belli per le persone che li vivono.
Non è una proposta senza precedenti. L’Unione europea ha già codificato questo approccio con il New European Bauhaus, che valuta i progetti su tre dimensioni – sostenibilità, inclusione e qualità estetica – e che con la New European Bauhaus Facility 2025-2027 dispone di circa 120 milioni di euro l’anno. Ciò che si auspica è che quei criteri escano dal perimetro dei bandi dedicati ed entrino nei programmi ordinari di finanziamento della rigenerazione urbana, come quelli Horizon, e dell’adattamento climatico, LIFE per esempio, dove passa gran parte delle risorse per la trasformazione delle città.

“Per promuovere la cultura del paesaggio e dare avvio ad un “Nuovo Rinascimento” è necessario rivolgere lo sguardo verso l’Europa. Il Landscape Festival lo fa da anni, organizzando una giornata di studi dedicata alla Convenzione Europea del Paesaggio del Consiglio d’Europa. Per la prima volta, però, ci rivolgiamo alle istituzioni dell’Unione Europea e, in particolare, al Parlamento Europeo” dichiara Vittorio Rodeschini, presidente di Arketipos.

UN METODO CHE HA GIA’ LASCIATO SEGNI IN CITTA’. L’appuntamento di Bruxelles ha portato all’attenzione delle istituzioni europee il percorso costruito a Bergamo in sedici edizioni: una collaborazione stabile tra Comune e Arketipos, allargata ad AIAPP e all’Università degli studi di Bergamo, e condivisa con imprese e professionisti attorno a una visione comune del paesaggio. Un metodo che ha lasciato in città interventi permanenti, dalle bordure di erbacee perenni di via Torquato Tasso progettate da Nigel Dunnett al progetto “Viale alle Porte” di Peter Fink per via Autostrada. Anche il progetto 2026 di Piazza Vecchia è pensato per lasciare indicazioni concrete all’Amministrazione oltre i giorni della manifestazione.

Trump minaccia l’Ue: “Tariffe al 100% a chi introduce la Digital Tax”

Torna la minaccia della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Unione europea. Il presidente americano Donald Trump lancia un duro avvertimento ai Paesi dell’Unione, intenzionati a introdurre la Digital Tax a carico delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, minacciando l’imposizione immediata di tariffe del 100% su tutte le merci esportate negli Usa.

In un messaggio pubblicato su Truth, il tycoon afferma che “qualsiasi Paese che imponga tale imposta sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti”, precisando che la misura prevarrà su ogni accordo commerciale già siglato o in corso di attuazione. Una presa di posizione che rischia di compromettere la tregua commerciale costruita negli ultimi mesi nei rapporti transatlantici.

L’intervento della Casa Bianca arriva all’indomani della decisione preliminare della Commissione europea di designare Amazon Web Services (Aws) e Microsoft Azure come “gatekeeper” nell’ambito del Digital Markets Act. La qualifica comporta nuovi obblighi in materia di interoperabilità, portabilità dei dati e concorrenza, con un significativo aumento degli oneri regolatori per i due colossi americani. Le principali associazioni del commercio statunitensi hanno definito la scelta europea un provvedimento discriminatorio nei confronti delle imprese Usa, sottolineando il paradosso di una stretta regolatoria proprio mentre Bruxelles e Washington stavano consolidando un’intesa per la riduzione delle barriere commerciali.

Ieri il Consiglio dell’Unione europea ha approvato in via definitiva i regolamenti che danno attuazione agli impegni assunti con la dichiarazione congiunta Ue-Usa del 21 agosto 2025. Le nuove norme eliminano i dazi europei residui sui beni industriali statunitensi, introducono contingenti tariffari agevolati per alcuni prodotti agricoli e ittici americani e prorogano la sospensione dei dazi sulle importazioni di astici. L’intesa prevede inoltre meccanismi di salvaguardia che consentono alla Commissione europea di sospendere rapidamente le preferenze tariffarie nel caso in cui Washington non rispetti gli impegni assunti o introduca misure discriminatorie. Il regolamento principale resterà in vigore fino alla fine del 2029, quando Bruxelles ne valuterà l’impatto economico complessivo.

La minaccia di Trump arriva su un asse economico che resta il più rilevante al mondo. L’Unione europea e gli Stati Uniti rappresentano infatti la più importante relazione bilaterale commerciale e di investimento globale: insieme concentrano circa il 30% degli scambi mondiali di beni e servizi e il 43% del Pil mondiale. Negli ultimi dieci anni il valore degli scambi transatlantici di beni e servizi è raddoppiato, superando nel 2025 i 1.700 miliardi di euro. A sostenere questa integrazione contribuiscono anche gli investimenti reciproci: nel 2024 le imprese europee e americane detenevano nei rispettivi mercati oltre 4.800 miliardi di euro di investimenti.

Da Bruxelles, intanto, la Commissione ribadisce la volontà di mantenere fede agli accordi. “Un accordo è un accordo”, ha dichiarato un portavoce, sottolineando che l’Unione sta rispettando gli impegni assunti sia sul fronte dell’azzeramento dei dazi sui beni industriali statunitensi sia su quello energetico. Dopo l’intesa del 2025, infatti, gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore di gas naturale liquefatto dell’Ue grazie al forte incremento delle importazioni.

La minaccia del presidente americano rischia ora di riaprire un conflitto commerciale proprio mentre le due sponde dell’Atlantico puntavano ad ampliare la cooperazione e a individuare nuovi settori nei quali ridurre ulteriormente le tariffe.

La siccità presenta il primo conto: rese agricole Ue a rischio, fino -5% Pil in Italia

Mentre l’Europa affronta l’ennesima ondata di calore, con decine di città da bollino rosso, un altro allarme arriva dai campi. La siccità che da mesi interessa ampie aree d’Europa sta erodendo una delle risorse più preziose per l’economia: l’acqua. E il conto rischia di essere salato non solo per gli agricoltori. Produzione alimentare, turismo, consumi energetici e crescita economica sono sempre più esposti a un rischio climatico che da emergenza si sta trasformando in una condizione strutturale. I numeri diffusi dall’Associazione Nazionale dei Consorzi di Bonifica e Irrigazione (Anbi), in collaborazione con l’hub europeo Radarmeteo/Hydrometeo, delineano uno scenario che va ben oltre la cronaca dell’estate.

L’Italia spende mediamente 3,5 miliardi di euro all’anno per riparare i danni provocati dagli eventi naturali estremi. A questa cifra si sono aggiunti, negli ultimi quattro anni, circa 4 miliardi annui per compensare le perdite causate dalla siccità. Le proiezioni illustrate dall’Anbi in vista dell’Assemblea nazionale dei Consorzi di bonifica e irrigazione dell’1 e 2 luglio a Roma mostrano una tendenza che investe direttamente la crescita economica del Paese. Entro il 2040 le temperature potrebbero aumentare di almeno 2 gradi lungo la fascia tirrenica e nel Mezzogiorno, con il 17% del territorio nazionale esposto al rischio desertificazione. L’impatto economico stimato varia da una riduzione del Pil compresa tra il 3% e il 5% a una contrazione del turismo internazionale del 15% e di quello nazionale dell’8%.

Le conseguenze sarebbero ancora più marcate per il settore primario. Un aumento di 3 gradi rispetto alle temperature medie attuali potrebbe determinare un calo del 20% delle rese agricole e una riduzione del 10% delle attività ittiche. Non si tratta soltanto di un problema ambientale. Una minore produttività agricola significa minore disponibilità di materie prime alimentari, maggiore volatilità dei prezzi e ulteriore pressione sulle filiere agroalimentari europee, già alle prese con costi energetici elevati e tensioni geopolitiche che continuano a pesare sugli approvvigionamenti.

La fotografia dell’Italia di oggi restituisce intanto un Paese idricamente spaccato in due. Al Nord persistono condizioni di deficit, particolarmente accentuate nel Nord-Est e in un inedito Trentino-Alto Adige, dove nei primi cinque mesi del 2026 le precipitazioni sono risultate inferiori del 39% rispetto alla media dell’ultimo trentennio. Al contrario, nel Mezzogiorno si è passati dalla scarsità all’abbondanza d’acqua, con invasi prossimi alla saturazione in Sicilia, Calabria, Campania e Abruzzo. A confermare la crescente instabilità climatica è anche il numero degli eventi estremi. Dal primo gennaio sono state 1.029 le località interessate da fenomeni meteorologici di forte intensità, il 40% in più rispetto allo scorso anno. Le grandinate eccezionali hanno già raggiunto quota 584 contro le 236 registrate nell’intero 2025, mentre i tornado sono saliti a 80, dieci in più rispetto all’anno precedente.

Le preoccupazioni italiane trovano riscontro nelle analisi del Joint Research Centre (Jrc), il servizio scientifico della Commissione europea. Nell’ultimo bollettino sulle prospettive agricole, gli esperti osservano che “le condizioni di crescita in tutta Europa rimangono generalmente favorevoli“, ma avvertono che “la primavera secca e l’ondata di calore di maggio hanno ridotto le prospettive di resa dei raccolti invernali in alcune zone dell’Europa occidentale, centrale e orientale“. Il Jrc sottolinea inoltre che “crescono le preoccupazioni per i raccolti estivi, dove le riserve idriche del suolo rimangono scarse mentre la domanda di acqua è in aumento“. Le alte temperature e le scarse precipitazioni previste in ampie aree dell’Europa occidentale e centrale, aggiunge il Centro di ricerca comunitario, “intensificheranno lo stress idrico delle colture e potrebbero compromettere il potenziale di resa“. Le aree più esposte comprendono Francia, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia e Ucraina occidentale, dove la persistente mancanza di piogge ha ridotto l’umidità dei suoli e compromesso parte delle aspettative produttive.

In Italia centrale, rileva il Jrc, l’ondata di calore di fine maggio ha accelerato la maturazione dei cereali invernali, riducendo le previsioni di resa. In Sicilia, invece, caldo e siccità hanno penalizzato le fasi finali della coltivazione del grano duro, ridimensionando aspettative che fino a poche settimane fa apparivano particolarmente favorevoli. Per anni la siccità è stata raccontata come un’emergenza. I dati suggeriscono invece che stia diventando una componente permanente del quadro economico europeo.

Fronte comune Stellantis, Volkswagen e Renault: “Ora puntare davvero a Made in Europe”

Regole chiare, un quadro normativo “realistico”, sostegno mirato. E, ancora, una formula non proprio magica, ma sicuramente indicativa: 70:70 nell’Ue27. Stellantis, Volkswagen e Renault – che rappresentano il 60% della produzione automobilistica europea – hanno sottoscritto un impegno comune, inviato oggi ai membri del Parlamento europeo, per ribadire il sostegno al Made in Europe con “regole semplici e chiare e forti incentivi per potenziare la produzione nell’Ue”. L’industria automobilistica del Vecchio Continente, spiegano, “è pienamente impegnata a garantire un futuro solido al settore manifatturiero in Europa, ma ciò richiede un quadro normativo realistico”.

Il marchio europeo deve avere un obiettivo preciso, cioè “sostenere la competitività, attrarre investimenti e tenere conto del divario di costi che ci separa dai concorrenti globali”. Solo “se riusciremo a gestire bene questa sfida, l’Europa potrà rimanere una potenza automobilistica mondiale”. Una posizione, quella dell’industria, che si sposa con quella dell’esecutivo comunitario, che da tempo porta avanti una progettazione proprio legata al Made in Europe, per scongiurare il tracollo del settore e resistere alla concorrenza, non sempre leale, dei giganti asiatici.

Ma le tre case alzano l’asticella. Per avere un marchio “semplice, raggiungibile e coerente in tutta l’Ue”, spiegano, è necessario introdurre una formula ben precisa: in sostanza chiedono alle istituzioni comunitarie “di creare un quadro volto a garantire che il 70% dei veicoli venduti dalle case automobilistiche in Europa provenga per il 70% dai 27 paesi dell’Ue: ’70:70 nell’UE27′”. Una soglia del 70% di contenuto di valore regionale, infatti, fornisce non solo “un parametro di riferimento chiaro e praticabile, che riflette l’intera catena del valore, dalla progettazione alla produzione avanzata”, ma anche – e soprattutto – offre all’industria “la chiarezza di cui ha bisogno per investire”.

Il ‘Made in Europe’, poi, non dovrebbe limitarsi a compensare i costi, ma “incentivare attivamente la localizzazione e il reshoring”. Questo significa “un sostegno forte e mirato” al settore europeo delle batterie, “una flessibilità pragmatica” – specialmente per le auto di piccole dimensioni – e politiche che rendano i veicoli elettrici “più accessibili, costruendo al contempo una catena di approvvigionamento europea resiliente”.

Già lo scorso febbraio, l’amministratore delegato di Stellantis, Antonio Filosa, e il ceo di Volkswagen, Oliver Blume, avevano presentato in una lettera aperta congiunta proposte dettagliate su come rafforzare l’industria automobilistica europea. Le proposte si ricollegavano proprio all’iniziativa Made in Europe del commissario europeo per l’Industria, Stéphane Séjourné. “In un mondo in cui altri difendono con orgoglio le proprie industrie – scrivevano – l’Europa deve decidere con urgenza se vuole diventare un mercato per gli altri o rimanere una potenza manifatturiera e industriale anche in futuro. Se attuata correttamente, una strategia Made in Europe può trasformarsi in una vera storia di successo europea”.

Temi, questi, che saranno al centro del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, che guarderà alla competitività come “pietra miliare” dell’economia. . L’obiettivo, fanno sapere da Bruxelles, è sviluppare “una comprensione comune” delle sfide e fornire orientamenti alla Commissione sulla via da seguire. “L’Europa deve fare la sua parte in ambito economico, ma al tempo stesso una concorrenza leale a livello mondiale richiede condizioni di parità”, spiega il Consiglio.

Ucraina, Meloni: “Con Russia negozi l’Ue con figura autorevole, nessuna delega a Usa”

La linea dell’Italia nella guerra Russia-Ucraina non cambia: sostenere Kiev e mantenere la pressione su Mosca per costringere all’apertura di una “seria stagione negoziale”. Giorgia Meloni riferisce alle Camere in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno e chiarisce che sosterrà il ventesimo pacchetto di sanzioni europee perché “fino a quando la Russia rifiuterà un cessate il fuoco e l’avvio di trattative reali sarà necessario mantenere alta la pressione politica ed economica”.

Bisogna, spiega la premier, costruire le condizioni della pace, lavorando insieme agli alleati a “solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina, una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo”. Obiettivo per il quale è, sottolinea, “indispensabile” preservare l’unità euroatlantica, rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida “non sempre facile ma necessaria”. Solo che “coordinamento non significa delega”, precisa la presidente del Consiglio. Perché in qualsiasi scenario di pace serio tra Ucraina e Russia, diverse condizioni “dipendono dall’Europa, riguardano l’Europa, impattano sull’Europa ed è l’Europa a doverle negoziare“.

Per la premier, l’Unione europea deve essere pronta a guidare questo dialogo senza £procedere a tentoni con formati variabili” non adeguatamente rappresentativi, cosa che, sottolinea, “produce solo frammentazione, confusione, debolezza. Il tema vero, per la prima ministra, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che “allo Stato nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”.

Per questo motivo insiste sulla necessità di individuare una “figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell’Europa”. 

Rinnovabili, via libera Ue a piano italiano da 23 mld. Pichetto: “Fer X strumento strategico”

Via libera da parte di Bruxelles al piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, in linea con gli obiettivi del Clean Industrial Deal. La Commissione europea ha approvato il regime di aiuti di Stato che punta a una transizione “verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo Ue in materia di energie rinnovabili fissato per il 2030”. L’ok riguarda lo schema di decreto Fer X che, a regime, spiega il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, “consente di proseguire il percorso di realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili mature”. Uno strumento “strategico” per il ministro Gilberto Pichetto Fratin, “per rafforzare l’autonomia energetica del Paese, ridurre la dipendenza dall’estero e garantire continuità al meccanismo transitorio entrato in vigore nel 2025”.

Con questo programma, dice Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva per una transizione pulita, giusta e competitiva, “l’Italia sosterrà la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, attraverso diverse tecnologie come l’eolico onshore, il solare e l’idroelettrico, per raggiungere gli obiettivi del Clean Industrial Deal”. Si prevede, infatti, che gli impianti aggiungeranno complessivamente 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità da fonti green in Italia, di cui 10 GW riservati agli impianti fino a 1 MW di potenza e i restanti 27,15 GW destinati agli impianti di maggiore dimensione.

Il testo sarà ora trasmesso alla Corte dei Conti per la registrazione, passaggio che precederà la pubblicazione sul sito del Ministero. Il via libera europeo, dice ancora Pichetto, “rappresenta un tassello importante nel percorso di accelerazione della transizione energetica nazionale, favorendo investimenti, innovazione e maggiore sicurezza del sistema energetico italiano”.

Gli aiuti assumeranno la forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali (CfD) che prevedono un bonus per ogni kWh di elettricità prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento. Se i prezzi del mercato elettrico sono inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se sono superiori, le aziende rimborseranno la differenza. I CfD avranno una durata di 20 anni. Gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per realizzare ciascun singolo progetto. Gli aiuti, assicura Bruxelles, “saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per realizzare ciascun singolo progetto”.

Spetta ora all’Italia organizzare una procedura competitiva separata per le tecnologie solari ed eoliche con capacità superiore a 1 MW, in cui i candidati dovranno rispettare ulteriori criteri di preselezione previsti dalla legge sull’industria a zero emissioni nette. Gli impianti con potenza inferiore a 1 MW possono beneficiare direttamente del regime, senza partecipare a una procedura di gara. In questo caso, il prezzo di esercizio è stabilito amministrativamente dall’Autorità di regolamentazione per energia reti e ambiente. Il budget di 23 miliardi di euro del programma si basa su stime dei prezzi di mercato e il sostegno netto effettivo potrebbe essere considerevolmente inferiore in caso di prezzi di mercato superiori alle aspettative.

Sul fronte delle rinnovabili, però, in Italia resta il problema delle autorizzazioni. “Dobbiamo sbloccare ulteriormente i progetti che sono ancora fermi”, dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Se è vero che negli ultimi tre anni “la produzione di energia energia elettrica da fonte rinnovabile è aumentata del 40%”, ora bisogna “andare avanti con uno shock autorizzatorio”, avverte il titolare del Mimit con il concorso delle Regioni. Insomma, è necessario, “accelerare ulteriormente” e, “nel contempo tornare a imboccare la strada del nucleare sicuro e pulito, cosa che stiamo facendo col disegno di legge che è in corso di approvazione al Parlamento su cui auspico che le forze di sinistra concorrano positivamente”.

Corte Usa bocca i dazi al 10% di Trump. Lui sente von der Leyen: “Ue rispetti intesa o da 4 luglio tariffe salgono”

Una nuova scure si è abbattuta sulla politica tariffaria statunitense. La Corte federale commerciale si è pronunciata contro i dazi globali del 10% imposti dal presidente Donald Trump, stabilendo che tariffe generalizzate non sono giustificate in base a una legge commerciale degli anni ’70. Il tribunale in sostanza si è pronunciata a favore delle piccole imprese che avevano contestato i dazi doganali, entrati in vigore il 24 febbraio. La sentenza è stata emessa con due voti a favore e uno contrario, con un giudice che ha affermato che era prematuro concedere la vittoria alle piccole imprese ricorrenti. Le aziende avevano sostenuto che le nuove tariffe rappresentavano un tentativo di aggirare una sentenza storica della Corte Suprema degli Stati Uniti che aveva annullato le tariffe imposte dal presidente repubblicano nel 2025 ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act. 

La partita dei dazi, insomma, è destinata a restare aperta ancora a lungo. Nella serata di giovedì Trump e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno avuto una conversazione telefonica, definita da entrambi “ottima e positiva”. Nel corso della telefonata i due leader hanno discusso di molti argomenti, tra cui, dice Trump, “la nostra totale convergenza sul fatto che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare”. “I recenti avvenimenti hanno dimostrato che i rischi per la stabilità regionale e la sicurezza globale sono troppo elevati”, gli fa eco von der Leyen.

Poi, naturalmente, il capitolo tariffe. “Ho pazientemente atteso che l’Ue adempisse alla propria parte dello storico accordo che abbiamo concordato con Turnberry, in Scozia – attacca il repubblicano – il più grande accordo commerciale di sempre! accettato di concederle tempo fino al 250° anniversario del nostro Paese”, cioè il 4 luglio “in caso contrario, purtroppo, i dazi salterebbero immediatamente a livelli molto più elevati”. Più sintetica la presidente della Commissione europea, che in una nota, ribadisce che “rimaniamo pienamente impegnati, da entrambe le parti, alla sua attuazione. Si stanno compiendo buoni progressi verso la riduzione delle tariffe entro l’inizio di luglio”.

Consiglio, Commissione e Parlamento Ue non hanno trovato l’accordo per un’intesa tra Unione europea e Stati Uniti sui dazi, con Donald Trump che ha già minacciato di alzare le tariffe su auto e camion Made in Europe al 25%. Il trilogo ha deciso di tornare al tavolo il 19 maggio per un secondo round di colloqui con l’Europa che si dice comunque “ottimista”.  “Ci aspettiamo che il prossimo trilogo, che si terrà ancora questo mese, porti auspicabilmente a un accordo definitivo”, spiega un portavoce ricordando che il recente accordo sulle materie prime critiche “è un esempio concreto di ciò che l’Ue e gli Usa possono ottenere sulle sfide globali condivise quando lavorano fianco a fianco, e continueremo sicuramente con questo spirito”. I contatti tra le parti, quindi, “sono in corso”.

Scorte jet fuel ai minimi da 6 anni. Ma Ue assicura: “Nessuna carenza”

“Il mercato sta sottovalutando le conseguenze di un lockdown energetico”. Ne è certo il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), Fatih Birol, che in un’intervista al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung rilancia il monito sulla “più grave crisi petrolifera della storia”. “Allo scoppio ufficiale della guerra nel Medio Oriente diverse petroliere e metaniere erano già in rotta verso le loro destinazioni”, ma ora si sta creando un vuoto: “A marzo non sono state caricate nuove petroliere”.

Le conseguenze non riguardano solo il prezzo – che resta alto sui benchmark internazionali – ma soprattutto la disponibilità fisica. Il rischio è una riduzione dell’attività delle raffinerie a livello globale, con effetti diretti su jet fuel e gasolio. Già l’Aie aveva indicato che, ai livelli attuali, le scorte di cherosene sarebbero sufficienti per circa sei settimane. In alcuni Paesi, avverte, questo può tradursi in disagi nel trasporto aereo fino alla cancellazione di voli, mentre il comparto industriale resta esposto alla carenza di gasolio.

Un allarme condiviso anche dal settore dell’aviazione. “La valutazione dell’Aie sulle possibili carenze di carburante per aerei è preoccupante. Abbiamo stimato che entro la fine di maggio si potrebbero iniziare a vedere cancellazioni in Europa per mancanza di jet fuel. In alcune parti dell’Asia questo sta già accadendo”, ha dichiarato Willie Walsh, direttore generale della Iata, richiamando la necessità di rafforzare le rotte alternative di approvvigionamento e invitando le autorità “a predisporre piani chiari e coordinati, nel caso in cui diventi necessario introdurre forme di razionamento, compresa la gestione degli slot aeroportuali”.

Gli analisti di Kpler sottolineano un quadro disomogeneo. L’offerta di diesel rimane “relativamente solida, sostenuta da una buona flessibilità nelle importazioni e da livelli di scorte ancora stabili”. Il jet fuel invece affronta una fase più marcata di irrigidimento. Le scorte dovrebbero scendere da oltre 50 giorni a meno di 30 entro luglio e la dipendenza dai flussi mediorientali “limita fortemente la possibilità di sostituzione delle forniture”. Questo squilibrio rende il jet fuel molto più vincolato rispetto al diesel, sostenendo prezzi e margini più elevati. Con un’offerta in calo e minore copertura tramite hedging, le compagnie aeree più esposte rischiano maggiori costi e difficoltà operative nel picco estivo.

Tale dinamica sarebbe già emersa in Europa. Secondo i dati di Insights Global citati da Argus, nella settimana conclusa il 15 aprile le riserve di jet fuel nell’hub Amsterdam-Rotterdam-Anversa (Ara) sono scese ai minimi degli ultimi sei anni. Le scorte sono calate del 7,6% in una settimana, a circa 600.000 tonnellate, il livello più basso da aprile 2020. Il calo segue una tendenza iniziata a fine gennaio, aggravata dall’interruzione dei flussi dal Golfo Persico dopo le tensioni tra Stati Uniti e Iran e dal successivo dirottamento delle forniture verso il Regno Unito in vista della domanda estiva. Le scorte di nafta sono scese del 13,9%, ai minimi da un anno, mentre la benzina è aumentata del 2,5% grazie a una domanda interna più debole e a minori esportazioni verso alcune regioni africane. Gli operatori segnalano anche un calo dell’interesse per la miscelazione, segnale di un mercato europeo della benzina più saturo del previsto.

A fronte di questi segnali di tensione, dalle istituzioni europee arriva però un invito alla cautela. “Stiamo monitorando attentamente gli sviluppi nei mercati energetici, compreso quello del carburante per aerei. E voglio essere molto chiaro: negli ultimi due giorni sono circolate alcune notizie secondo cui l’Europa potrebbe essere vicina all’esaurimento delle scorte di carburante per aerei. Ciò non riflette accuratamente la situazione”, ha dichiarato il commissario europeo per i Trasporti e il Turismo sostenibile Apostolos Tzitzikostas al termine della riunione informale dei ministri del Turismo a Nicosia.

Il carburante per aerei, ha ricordato, “fa parte di un mercato globale, rifornito in modo continuo e sostenuto da produzione, importazioni e scorte”, sottolineando anche la presenza di una significativa capacità di raffinazione all’interno dell’Europa. “Siamo consapevoli che i mercati del carburante per aerei sono più tesi e vengono monitorati attentamente”, ha aggiunto, evidenziando come l’Europa disponga di scorte di emergenza in linea con la normativa Ue, attivabili se necessario in coordinamento con il mercato. “In questa fase, tuttavia, il mercato sta gestendo questa tensione e non vi sono prove di effettive carenze”, ha concluso Tzitzikostas. “Non vi è inoltre alcuna indicazione di carenze sistematiche di carburante che potrebbero portare a cancellazioni diffuse di voli in tutta Europa”.