“Qatar, Kuwait e Bahrein condividono la dipendenza dallo Stretto e, in diversa misura, dall’Arabia Saudita come ponte terrestre verso il mondo. Eppure adottano politiche opposte. Ogni Paese ha un proprio Dna di politica estera, costruito dalla storia e dal rapporto con l’Iran. Il Qatar parla con tutti, anche con chi lo colpisce. Il Bahrein, pur essendo piccolo, poco diversificato e vulnerabile, non cerca l’accomodamento: pesano le vecchie rivendicazioni iraniane sull’arcipelago e il conflitto tra la monarchia sunnita e la maggioranza sciita. Il Kuwait aveva scelto una diplomazia discreta – ‘noi non colpiamo voi, voi non colpite noi’ – ma gli attacchi subiti anche durante la tregua lo hanno spinto prima a irrigidirsi e poi a riaprire il dialogo. Senza ottenere, finora, maggiore sicurezza”. Così a La Stampa la geografa dell’università di Haifa e studiosa del Golfo Moran Zaga. Poi aggiunge sugli Accordi di Abramo, vicini alla crisi: “Prima della guerra sì. Il governo Netanyahu danneggiava l’immagine dei partner arabi e gli Emirati si sentivano isolati, anche per la competizione con Riad. La guerra ha però prodotto un paradosso: Israele è apparso come uno dei pochi attori regionali dotati di capacità difensive e offensive reali. Per diversi Paesi è diventato un asset, anche senza relazioni ufficiali. I legami con Abu Dhabi si sono rafforzati e gli Emirati escono da questa fase più connessi agli Stati Uniti e alla regione. I problemi politici restano, ma la sicurezza ha ridato sostanza agli Accordi”.
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