Gli economisti Claudia Marchini e Alexander Popov hanno costruito un indice inedito, il Democracy-Weighted Trade Index, che misura quanto siano democratici i Paesi da cui l’Ue importa beni e servizi. L’indice va da 0 (solo dittature) a 1 (solo democrazie mature). Dopo un picco di 0,59 nel 1999, il valore è sceso a 0,41 nel 2022. È un dato che contraddice le dichiarazioni di principio della politica commerciale europea, da sempre incentrata su diritti umani, giustizia sociale e sostenibilità. Tutto questo lo riprota La Stampa che mette anche in luce come da un nuovo studio della Banca centrale europea emerga che in venticinque anni il profilo democratico dei partner commerciali dell’Ue-15 sia peggiorato in modo sistematico. Come dimostrano i casi di Russia e Cina. Si legge ancora sul quotidiano torinese che il crescente legame economico con regimi autoritari pone rischi strategici e di sicurezza. Le tecnologie chiave del Green Deal — batterie, turbine eoliche, pannelli solari — richiedono metalli rari come litio, cobalto, rame e nichel, quasi tutti provenienti da Paesi autoritari come Cina, Russia e Repubblica Democratica del Congo. Qui, in particolare per il cobalto, sono state documentate violazioni dei diritti umani e sfruttamento minorile. Francoforte avverte: “Affrontare le emissioni di CO? Non deve significare ignorare le violazioni dei diritti umani”.
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