“La perdita delle forniture di petrolio dal Golfo Persico ha scatenato la corsa ad accaparrarsi barili di altre origini. E gli Stati Uniti in particolare stanno esportando volumi record di greggio – secondo le stime oltre 5 milioni di barili al giorno questo mese, il 30% più che a marzo – a prezzi che la forte richiesta spinge a livelli ben superiori alle quotazioni di riferimento sui mercati finanziari: un boom di spedizioni che porta un sollievo solo parziale alle enormi carenze di offerta provocate dalla guerra in Medio Oriente e che, pur generando profitti per le compagnie a stelle e strisce, si scontra con una serie di criticità che potrebbero limitarne i benefici”. E’ quanto si legge sul Sole 24 Ore che delinea la situazione a guerra in corso nel Medio Oriente. Secondo il quotidiano di Confindustria, attirate dai prezzi molto più elevati all’estero, navi cisterna cariche di carburanti ”made in Usa” stanno salpando persino dalla costa orientale degli Usa, un’area a consumi elevati (che comprende anche New York) e dotata di una rete inadeguata di oleodotti, che di solito è costretta ad importare: oggi anche di qui le forniture lasciano il Paese, dirette per la rotta più breve verso l’Europa, dove vengono pagate meglio (è il caso soprattutto di gasolio e cherosene per aerei, che il Vecchio continente si procurava in gran parte nel Golfo Persico).
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