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Far prevalere l’uomo sul progresso, promuovere la dignità del lavoro, non concentrare il possesso dei dati nelle mani di pochi potenti, non affidare alla tecnologia il potere di decidere sulla vita e la morte delle persone in guerra, rilanciare il multilateralismo. Nel 135° anniversario della ‘Rerum novarum’, scritta da Leone XIII in risposta alla rivoluzione industriale, Papa Leone XIV riflette nella sua prima enciclica, ‘Magnifica humanitas’, sulla Dottrina sociale della Chiesa nel tempo dell’intelligenza artificiale e la presenta in Aula del Sinodo.
Non era mai accaduto che un Papa fosse presente nell’Aula in cui viene presentato al pubblico un suo documento magisteriale. L’appello di Robert Prevost, in un momento storico che riabilita la guerra come strumento di politica internazionale, è a “far crescere la tecnica senza far regredire il cuore”, a non sostituire né superare l’umanità “magnifica e ferita”, ad accogliere i progressi della tecnica per “alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove”, purché l’umanità “non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore”.
Nella “quarta rivoluzione industriale” rappresentata dalla transizione digitale, il Pontefice rimarca l’importanza di tutelare la dignità e il valore del lavoro: “I nuovi modi di lavorare non sono necessariamente migliori”, spiega, perché la tecnologia può “dequalificare i lavoratori, relegarli a funzioni marginali, sottoporli a sorveglianza automatizzata” . Al contrario, occorre progettare sistemi “centrati sulla persona e non solo sulla prestazione”: la tecnologia può sollevare l’uomo da mansioni gravose o ripetitive, ma non deve portare alla disoccupazione in nome della riduzione dei costi e dell’aumento del profitto.
Forte è il richiamo a non sottovalutare l’impatto dell’IA sull’ambiente. Gli attuali sistemi “richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in maniera intensiva”, ricorda il Papa, considerando essenziale “sviluppare soluzioni tecnologiche più sostenibili”. L’impatto ambientale ha ricadute importanti anche sulla condizione di lavoro delle filiere, data anche dalla “brutale” estrazione delle risorse necessarie alla produzione dei microprocessori: “In alcune regioni del mondo, adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose nella frantumazione dei materiali da cui si ricavano le terre rare. Corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”, denuncia il Papa. La richiesta è che il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo diventi appannaggio degli Stati, non, come accade ora, di “grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione”: “Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze”.
Nel documento Prevost usa una parola che gli sta a cuore: ‘disarmare’ l’Ia: “Vuol dire rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita“, precisa riferendosi a un compito “ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune”. “La parola è forte, lo so – afferma in Aula del Sinodo – ma è stata scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare vie da seguire per l’umanità”.
Il Papa rileva poi la necessità di superare il Pil come parametro del grado di sviluppo di un Paese e, sulla scia di San Paolo VI, rimarca l’interdipendenza tra pace e sviluppo, auspicando una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni “soprattutto a favore dei Paesi e dei gruppi più vulnerabili”.
Infine, l’invito a rilanciare il multilateralismo, perché, scandisce Leone, le organizzazioni internazionali, in particolare l’Onu, restano “strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore, sostenendo il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti”. La Santa Sede sostiene e accompagna questo impegno, pur riconoscendo che “la debolezza attuale dell’Onu e del sistema politico internazionale rivela la necessità di riforme profonde”.
Per la prima volta, oltre a cardinali e ricercatori, accanto al Pontefice siedono esperti di hi-tech, come Cristopher Olah, co-fondatore di Anthropic. “Ogni laboratorio di IA all’avanguardia opera all’interno di un insieme di incentivi e vincoli che a volte possono entrare in conflitto con il fare la cosa giusta. La pressione di restare commercialmente sostenibili e di rimanere all’avanguardia nella ricerca. La pressione geopolitica. E le più antiche e semplici pressioni dell’orgoglio e dell’ambizione“, confessa Olah dicendosi “grato a Sua Santità e alla Chiesa per aver intrapreso questo lavoro di discernimento”. “Abbiamo bisogno che una parte sempre maggiore del mondo — comunità religiose, società civile, studiosi, governi — faccia ciò che Sua Santità ha fatto qui: contribuire a orientare gli eventi in una direzione migliore. Abbiamo bisogno di critici informati che segnalino ai laboratori quando stanno fallendo. Abbiamo bisogno di voci morali che gli incentivi non possano piegare“.
Il Papa, a braccio, accetta l’invito a “camminare insieme per trovare un nuovo percorso per l’umanità”. “Oggi è solo l’inizio”, garantisce il fondatore di Anthropic, parlando dell’avvio di una “lunga collaborazione” e di una “potente dimostrazione della forma che questo progetto globale di buona volontà potrebbe assumere”: “Che sia anche un primo passo decisivo verso un futuro di speranza per una magnifica umanità”.
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