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Maltempo, ricercatrice Cnr-Irpi: Prevenzione, studio e invasi per gestione integrata

Photo credit: profilo Facebook Massimo Olivetti Sindaco di Senigallia

Se c’è una cosa che il cambiamento climatico ci ha insegnato è che non si può tornare indietro, almeno non nel breve periodo. Per questo serve una gestione integrata per affrontare il tema dell’acqua”. Paola Salvati è ricercatrice del Cnr-Irpi (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche di Perugia) e di fronte agli eventi drammatici causati dal maltempo in Emilia Romagna e Marche parla della necessità di “una strategia”, capace di mettere in campo azioni diverse per mitigare e prevenire gli effetti di “eventi estremi con cui dobbiamo imparare a convivere”. “In futuro – dice a GEAperiodi di siccità possono alternarsi in modo repentino a eventi intensi di pioggia in rapida successione. Non c’è più un passaggio graduale”. Quanto sta accadendo nelle zone colpite dal maltempo, è il frutto, dice Salvati, di “una combinazione di eventi sfavorevoli”, che sono l’intensità (con picchi di pioggia fino a 200 mm nelle ultime 24 ore), la persistenza e l’estensione geografica. Ecco allora le drammatiche conseguenze al suolo: “Allagamenti, esondazione dei fiumi, numerose frane” che, a loro volta portano a “gravi danni, come l’isolamento dei paesi, la chiusura delle strade e ingenti costi economici per il ripristino” delle infrastrutture danneggiare, ma anche per intervenire nelle aree agricole.

Paola Salvati, ricercatrice Cnr-Irpi

Il suolo – spiega la ricercatrice – era già saturo a causa delle persistenti piogge estremi dell’inizio di maggio. Non essendo più in grado di assorbire l’acqua, questa resta in superficie e scorre”. E, a differenza delle zone interne dell’Appennino, a valle “il territorio è fortemente antropizzato e quindi il suolo impermeabilizzato. Perciò le ripercussioni nelle aree urbane sono molto gravi”. E se in altre occasioni “le piogge intense si sono manifestate con carattere molto localizzato”, dice Salvati, ora “stiamo vivendo una perturbazione molto estesa territorialmente. L’aumento delle portate dei fiumi avviene contemporaneamente su più bacini, aumentando quindi il rischio di esondazioni e frane”.

E allora cosa fare? “Agire su più fronti”, spiega la ricercatrice del Cnr-Irpi, cominciando dal “potenziare il sistema di previsione e allerta. Questa volta ha funzionato molto bene, anche se ci sono state delle vittime. Ma se un evento del genere fosse avvenuto senza un sistema preventivo di allerta sarebbe andata molto peggio”. Una gestione, dice “che ha funzionato bene. Certo, tutto è migliorabile, ma quando il sistema funziona anche il ripristino delle condizioni di normalità è più semplice”. E, ancora, è fondamentale “potenziare lo studio degli eventi. Cambiando la frequenza e l’intensità delle piogge è necessario conoscere quali sono i valori estremi che causano le frane e portano i fiumi a essere colmi”.

Da ricercatrice e cittadina dico che bisogna puntare a una gestione davvero integrata”, spiega l’esperta. “Non si può pensare di risolvere il problema della siccità e delle piene delle aste fluviale solo con la costruzione di bacini di accumulo o di altre opere di ingegneria idraulica”. Questo aspetto è, però, necessario “per mitigare le conseguenze dei fenomeni estremi. Raccogliere acqua e laminare le onde di piena vicino ai centri abitati è solo una delle tante cose che si devono fare”.

Quindi, conclude Paola Salvati, “bene le misure strutturali, ma puntiamo anche sulla conoscenza di ciò che sta accadendo ai processi fisici con il cambiamento climatico e le ripercussioni delle stesse sui cittadini nella loro vita quotidiana”.

Chiara Troiano

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