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FOCUS Commercio cambia geografia: porti Mediterraneo al centro, Italia hub globale

di Andrea Francato



Il commercio mondiale non arretra, cambia geografia. Guerre, tensioni geopolitiche e nuove alleanze stanno ridisegnando la mappa globale, riportando il Mediterraneo al centro degli scambi e assegnando a porti e logistica un ruolo sempre più decisivo. È la fotografia scattata dal 13esimo Rapporto ‘Italian Maritime Economy’ di Srm, il centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo, presentato oggi a Napoli.

A cambiare gli equilibri sono soprattutto le crisi che hanno interessato il Medio Oriente, il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi del traffico marittimo mondiale. Prima dell’ultima escalation da quel passaggio transitavano il 37% del commercio mondiale di greggio, il 28% del Gpl, il 19% del Gnl e dei prodotti raffinati, il 13% dei prodotti chimici e il 9% dei veicoli. L’area del Golfo resta inoltre decisiva per l’approvvigionamento di fertilizzanti, elio e numerose materie prime strategiche.
La quasi totale chiusura dello Stretto ha interrotto flussi equivalenti a circa il 10% della produzione mondiale di petrolio e al 5% di quella di gas, coinvolgendo anche l’1,4% della flotta container globale. L’effetto si è visto immediatamente sui costi dell’energia, sui premi assicurativi e sui noli marittimi. Le compagnie hanno risposto allungando le rotte, aumentando il ricorso al transhipment e sviluppando collegamenti intermodali tra nave e trasporto terrestre per limitare gli effetti sulle catene di approvvigionamento.

Il rapporto osserva però che il commercio mondiale non è in contrazione: sta semplicemente cambiando assetto. Le materie prime rappresentano il 73% dei volumi trasportati via mare, mentre i container concentrano il 66% del valore degli scambi. Tra i diversi segmenti continua a crescere soprattutto il Gnl, con un incremento medio del 5% l’anno tra il 2005 e il 2025. Dopo la normalizzazione registrata nel 2024, inoltre, le tensioni internazionali hanno riportato sotto pressione le supply chain: a marzo 2026 il relativo indice di stress risultava superiore del 28% rispetto a marzo 2024.

Anche il confronto commerciale tra Stati Uniti e Cina sta modificando la geografia degli scambi. Nel 2025 le importazioni americane dalla Cina si sono ridotte del 30%, mentre quelle provenienti dai Paesi dell’ASEAN sono aumentate del 29%, favorendo il trasferimento di attività produttive verso Vietnam, Thailandia e Cambogia. Pechino ha compensato rafforzando la propria presenza in Africa (+25,8%) e nel Sud-Est asiatico (+13,4%). Sullo sfondo prende forma anche il corridoio India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec), che secondo Srm potrebbe intercettare flussi commerciali per circa 170 miliardi di euro.

A beneficiare di questo riassetto è soprattutto il Mediterraneo. Nel 2025 i principali porti container dell’area hanno movimentato oltre 72 milioni di Teu, il 5,9% in più rispetto all’anno precedente. L’area euro-mediterranea vale ormai il 31% del commercio mondiale, pari a circa 7.600 miliardi di dollari, mentre gli scambi al suo interno superano i 4.400 miliardi. Tanger Med si conferma il primo porto container del Mediterraneo con 11,1 milioni di Teu (+18,8%), mentre il traffico intra-mediterraneo cresce del 6,3%. Le previsioni indicano un ulteriore aumento del 15% entro il 2030, superiore alla media mondiale.

In questo contesto anche i porti italiani continuano a crescere. Nel 2025 hanno movimentato 511 milioni di tonnellate di merci (+3,5%), mentre il traffico container è salito a 12,8 milioni di Teu (+7,1%), sostenuto soprattutto dal transhipment (+13,3%). L’Italia resta il primo Paese europeo nello short sea shipping con 304 milioni di tonnellate movimentate e una quota del 15,6%. Più in generale il commercio estero italiano ha raggiunto i 1.235,6 miliardi di euro (+3,2%), confermando il Paese al settimo posto nel mondo per valore delle esportazioni. Il trasporto marittimo pesa per il 25% dell’interscambio in valore e per il 49% in quantità, mentre la Blue Economy genera 76,6 miliardi di euro di valore aggiunto e oltre un milione di occupati.

Il rapporto richiama però anche i rischi. Gli scali dell’Adriatico e del Nord-Est sono i più esposti agli sviluppi nell’area del Mar Nero, mentre quelli maggiormente integrati nei traffici transatlantici risentono delle tensioni commerciali e delle nuove regole europee, dall’ETS al FuelEU Maritime. Per questo SRM indica come priorità il rafforzamento dell’intermodalità ferro-mare. Tra Sea Modal Shift e Ferrobonus sono previsti incentivi per circa 252 milioni di euro fino al 2028, ai quali si aggiungono oltre 13 miliardi di investimenti destinati a migliorare accessibilità, collegamenti ferroviari, digitalizzazione e resilienza del sistema portuale.

L’ultimo richiamo riguarda il Golfo, sempre più importante anche per l’economia italiana. Negli ultimi tre anni l’export verso Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è aumentato di oltre il 50%; nel 2025 gli scambi marittimi con i Paesi dell’area hanno raggiunto circa 21 miliardi di euro e il 21% delle importazioni italiane di petrolio e gas continua a transitare attraverso lo Stretto di Hormuz. Un’eventuale nuova crisi, conclude Srm, avrebbe effetti diretti non solo sulla sicurezza energetica del Paese, ma anche su filiere come chimica, metallurgia, automotive, agroalimentare, meccanica e manifattura avanzata.

redazione

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