CLAUDIO DESCALZI AD ENI
Quando la guerra in Medio Oriente sarà finita, il contributo dei Paesi del Golfo sarà completamente diverso rispetto a quello dato finora. In commissione Attività produttive alla Camera, Claudio Descalzi mette in guardia dalle conseguenze di una crisi energetica che è “la peggiore dagli anni Ottanta”.
“Il rischio attribuito a quest’area sarà completamente differente“, le parole dell’ad di Eni. E per rischio intende una serie di fattori che avranno ricadute importanti sul resto del mondo. “Costo del denaro più alto, premi sulle assicurazioni e un’attenzione molto diversa da quella di prima”. Questo, mette in chiaro l’industriale, vale non solo per il Golfo, ma per tutte le aree che sono chiuse da Stretti, anche per il Mar Rosso, perché “c’è sempre la possibilità che questi Stretti vengano utilizzati come di ricatto o come richiesta per ottenere qualcosa“.
Al momento, il prezzo del greggio non ha ancora certificato la situazione energetica globale come un grosso problema. Questo perché sono stati utilizzati circa 400 milioni di barili di riserve da immettere nel mercato che, spiega l’ad, “hanno permesso di tenere i prezzi in un range fra i 90 e i 100 dollari”.
Dopo il 18 giugno, momento dell’intesa tra Iran e Usa, c’è stato un crollo del prezzo a 68 dollari al barile, tornato ora sugli 85. Dall’11 luglio, però scandisce Descalzi, “non è passata più neanche una nave quindi c’è un nuovo blocco”. E’ qualcosa che “cambia l’ordine delle cose a livello mondiale“, sottolinea.
Il problema è soprattutto sul gas, perché “il petrolio bene o male passa”, fa sapere. Non tutto, mancano ancora circa 9 milioni di barili all’appello, che sono rimasti bloccati, però l’Arabia Saudita è riuscita ad evacuare dei flussi di greggio attraverso il Mar Rosso e anche Abu Dhabi ha bypassato Hormuz.
“Non c’è questa possibilità per l’LNG”, sottolinea Descalzi, preoccupato soprattutto dallo stop totale al gas russo verso l’Europa a partire dall’1 gennaio 2027. A compensare quei flussi, riferisce, sono al momento soprattutto gli Stati Uniti “sicuramente il primo supplier dell’Europa“. Non ci sono problemi particolari per l’Italia, che ha mantenuto gli stoccaggi in linea con quelli dello scorso anno, grazie alle forniture di gas provenienti da oltre Mediterraneo: “Il Nord Africa non ci ha mai deluso in termini di supply del gas, hanno sempre rispettato in modo puntuale nel momento del bisogno dell’Italia, soprattutto hanno anche aumentato i volumi per darci una mano. Quello rimane una buona sicurezza, non a caso fra tutti i paesi europei siamo l’unico che è riuscito a dare una continuità sugli stoccaggi, che non è una cosa banale“, precisa Descalzi.
L’Italia infatti, con stoccaggi tra il 71 e il 72%, dovrebbe chiudere a ottobre molto al di sopra dei target che ha dato l’Europa del 75%, raggiungendo il 90%. Ma ci sono paesi europei che hanno il 40% di riserve e probabilmente chiuderanno intorno al 70%. “Nel momento in cui ci sarà più freddo, non solo i metri cubi russi, ma anche quelli stoccati saranno inferiori. Questa è una preoccupazione per tutta l’Europa che va a gas”, afferma.
Non danno una mano al Vecchio Continente le scelte fatte in questi anni. Soprattutto quella di dismettere le raffinerie: “C’è una mancanza di crudo non così elevata ma una mancanza di prodotti estremamente elevata”, conferma l’ad. L’Europa ridotto del 20% della capacità di raffinazione, con la quale “avremmo sicuramente dei costi inferiori”. Anche per questo “siamo in deficit di jet fuel che importiamo per un 35-40%, adesso forse anche di più“. In Italia c’è un bisogno di circa 5 milioni di tonnellate: “Con il biofuel potremmo compensare sicuramente, però – insiste – è una carenza importante“.
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