URSULA VON DER LEYEN PRESIDENTE COMMISSIONE EUROPEA, LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI
La bolla dell’energia rischia di esplodere con troppo fragore, meglio correre ai ripari. L’Italia ha già incassato il via libera Ue a sforare i conti per le spese legate al rinnovo del mix energetico per circa 14 miliardi, ma ora serve di più, perché la situazione potrebbe finire fuori controllo a stretto giro di posta nel mix mortifero con l’inflazione.
Per questo motivo la premier, Giorgia Meloni, ha preso carta e penna per scrivere a Ursula von der Leyen: “Stiamo ponendo in Europa un’altra questione importante, con una lettera che oggi ho inviato alla presidente della Commissione rispetto all’impatto sui conti pubblici dell’aumento dell’inflazione rispetto a quella programmata”. La premier sottolinea che non si tratta di una questione solo italiana, però il nostro Paese si trova a fronteggiare questioni come gli adeguamenti automatici per legge, pensioni e assegno unico, per esempio: “Non si può non tenere in considerazione questo cambio totale dei conti, che non dipende dalle scelte che fa l’esecutivo, ma dipende dalla situazione contingente. Chiediamo che anche questo venga considerato”.
Naturalmente, sulla stessa lunghezza è anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che definisce “ovvia” la nuova richiesta di flessibilità. “Il sentiero della spesa è nominale che stiamo rispettando e siamo tra i più bravi – spiega -. Il problema è che quel sentiero della spesa nominale contiene un tasso di inflazione programmato, all’epoca, da parte della Commissione, evidentemente molto inferiore: credo fosse l’1,8% rispetto a quello che si è verificato. Quindi, è chiaro che quel sentiero di spesa, visto che nel bilancio ci sono poste indicizzate all’inflazione, diventa difficile da mantenere. Ma non per noi, per tutti”. L’obiettivo ora è, dunque, far aggiungere il punto all’ordine del giorno della prossima riunione dell’Ecofin e nella prossima riunione del Consiglio europeo, tra due settimane.
Anche se da Bruxelles una prima risposta è già arrivata, addirittura prima che la missiva a von der Leyen arrivasse (è stata ricevuta nella serata di giovedì 1 ottobre, come confermato da un portavoce della Commissione Ue). Perché nel briefing con la stampa, a domanda dei cronisti, la portavoce della Commissione Ue, Paula Pinho, ha replicato senza esitazioni: “Abbiamo già concesso maggiore flessibilità agli Stati membri”. Peraltro, ricorda che proprio un paio di settimane fa Roma chiesto l’attivazione della clausola sui bilanci, relativa a difesa e, appunto, energia.
“Mentre entriamo nel quarto trimestre dell’anno, le speranze di una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente sono state deluse e i mercati energetici rimangono estremamente tesi – scrive Meloni a vdL -. Il prezzo del petrolio greggio in euro è superiore di quasi l’80 per cento rispetto all’inizio dell’anno; il gas naturale è più costoso del 156 per cento. Sebbene la maggior parte degli Stati membri sia intervenuta per frenare l’aumento dei prezzi dei carburanti e delle bollette, il reddito disponibile reale delle famiglie sta subendo un duro colpo, con l’inflazione complessiva che a settembre ha raggiunto un nuovo massimo. Inoltre, la competitività delle imprese europee è stata gravemente compromessa dall’aumento dei costi energetici. In questo contesto, i percorsi di spesa netta concordati nell’ambito del quadro di bilancio europeo lasciano un margine limitato per attenuare l’impatto sulle famiglie e sulle imprese senza ricorrere a misure di inasprimento in un momento caratterizzato da significativi rischi al ribasso per l’economia”.
La presidente del Consiglio, poi, continua: “Sebbene questa caratteristica delle regole di bilancio dell’Ue miri a garantire la solidità dei conti pubblici nel medio termine, dovremmo comunque cercare modi per utilizzare almeno una parte delle entrate aggiuntive al fine di attenuare l’aumento dei costi energetici in modo temporaneo e mirato”. Meloni annota ancora: “Tuttavia, vi è un altro problema legato alle regole di bilancio nel momento in cui aggiorniamo i nostri piani di bilancio per il 2027. Infatti, il tetto alla crescita della spesa netta è fissato in termini nominali e, in quanto tale, potrebbe non tenere pienamente conto dell’impatto di bilancio di un’inflazione che superi in modo significativo le proiezioni alla base del percorso di spesa netta concordato, ovvero del fatto che la spesa pubblica possa aumentare a causa di meccanismi e processi di mercato al di fuori del controllo del governo“.
Meloni porta, ovviamente, il caso Italia: “La dotazione di spesa direttamente influenzata da un’inflazione che supera in modo significativo le proiezioni alla base del piano di bilancio è pari al 20,4% del Pil. Altre componenti di spesa che subiranno l’impatto di un’inflazione più elevata già nel 2027 ammontano al 12,0% del Pil“. A Roma sono tutti “consapevoli del rischio di modificare le regole di bilancio di recente introduzione che perseguono un obiettivo che tutti condividiamo, ovvero la sostenibilità del debito. Siamo inoltre pienamente consapevoli degli impegni assunti dall’Italia nell’ambito della procedura per i disavanzi eccessivi in corso e della necessità di rispettare il percorso correttivo della spesa netta – aggiunge nella lettera -. Tuttavia, riteniamo che il quadro di bilancio lasci alla Commissione europea il margine necessario per tenere conto dei fattori rilevanti che ho appena evidenziato nel valutare ex ante la conformità alla regola di spesa in occasione dell’esame dei prossimi progetti di piano di bilancio”.
Per ora la situazione è tamponata dalle tariffe offerte sul mercato dalle varie aziende, come Enel, Eni, A2A, Hera che offrono possibilità di sconto sulle tariffe che vanno dal 30 al 50 percento del prezzo di mercato attuale. Ma il rischio è che questo possa non bastare: “Lo so, contro il caro energia bisogna fare di più, costruire soluzioni strutturali di lungo periodo”, dice con consapevolezza la stessa Meloni alla platea degli artigiani della Cna.
Quello delle bollette, ovviamente, non è l’unico fronte aperto su cui Palazzo Chigi deve tenere le antenne sempre dritte. Perché la questione carburanti non è affatto risolta (la benzina cala a 2,084 euro al litro e il gasolio a 2,285 euro sulla rete stradale; verde a 2,122 euro e diesel a 2,328 euro sulle autostrade), nonostante le iniziative di Eni, Ip e Q8 di applicare un price cap alla pompa, a cui oggi si aggiunge anche Tamoil, dopo le interlocuzioni dei giorni scorsi tra la Presidenza del Consiglio e il governo libico. “Abbiamo lanciato un appello alle società energetiche e sono fiera che Eni, Socar e Q8 abbiano già aderito – mette in luce sempre Meloni -. E voglio ringraziare anche Tamoil, che oggi si è aggiunta”.
Nel frattempo, il brent viaggia poco sopra i 100 dollari al barile e lo spread sui bund tedeschi a 10 anni sui 112 punti base, con un aumento oltre l’8%. Segnali di cui il governo tiene conto e che monitora attentamente, anche alla vigilia del Cdm che dovrà varare il nuovo Documento programmatico di finanza pubblica, al centro di un incontro a Palazzo Chigi tra la premier, Giorgia Meloni, i suoi vicepresidenti, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Lo spazio si restringe per la situazione geopolitica e i conti vanno fatti al centesimo. Anzi, visto l’andamento dei carburanti, anche al millesimo, se è il caso.
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