Energia e Inflazione, Italia chiede altra flessibilità ma Ue alza muro: “Già concessa”

La bolla dell’energia rischia di esplodere con troppo fragore, meglio correre ai ripari. L’Italia ha già incassato il via libera Ue a sforare i conti per le spese legate al rinnovo del mix energetico per circa 14 miliardi, ma ora serve di più, perché la situazione potrebbe finire fuori controllo a stretto giro di posta nel mix mortifero con l’inflazione.

Per questo motivo la premier, Giorgia Meloni, ha preso carta e penna per scrivere a Ursula von der Leyen: “Stiamo ponendo in Europa un’altra questione importante, con una lettera che oggi ho inviato alla presidente della Commissione rispetto all’impatto sui conti pubblici dell’aumento dell’inflazione rispetto a quella programmata”. La premier sottolinea che non si tratta di una questione solo italiana, però il nostro Paese si trova a fronteggiare questioni come gli adeguamenti automatici per legge, pensioni e assegno unico, per esempio: “Non si può non tenere in considerazione questo cambio totale dei conti, che non dipende dalle scelte che fa l’esecutivo, ma dipende dalla situazione contingente. Chiediamo che anche questo venga considerato”.

Naturalmente, sulla stessa lunghezza è anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che definisce “ovvia” la nuova richiesta di flessibilità. “Il sentiero della spesa è nominale che stiamo rispettando e siamo tra i più bravi – spiega -. Il problema è che quel sentiero della spesa nominale contiene un tasso di inflazione programmato, all’epoca, da parte della Commissione, evidentemente molto inferiore: credo fosse l’1,8% rispetto a quello che si è verificato. Quindi, è chiaro che quel sentiero di spesa, visto che nel bilancio ci sono poste indicizzate all’inflazione, diventa difficile da mantenere. Ma non per noi, per tutti”. L’obiettivo ora è, dunque, far aggiungere il punto all’ordine del giorno della prossima riunione dell’Ecofin e nella prossima riunione del Consiglio europeo, tra due settimane.

Anche se da Bruxelles una prima risposta è già arrivata, addirittura prima che la missiva a von der Leyen arrivasse (è stata ricevuta nella serata di giovedì 1 ottobre, come confermato da un portavoce della Commissione Ue). Perché nel briefing con la stampa, a domanda dei cronisti, la portavoce della Commissione Ue, Paula Pinho, ha replicato senza esitazioni: “Abbiamo già concesso maggiore flessibilità agli Stati membri”. Peraltro, ricorda che proprio un paio di settimane fa Roma chiesto l’attivazione della clausola sui bilanci, relativa a difesa e, appunto, energia.

“Mentre entriamo nel quarto trimestre dell’anno, le speranze di una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente sono state deluse e i mercati energetici rimangono estremamente tesi – scrive Meloni a vdL -. Il prezzo del petrolio greggio in euro è superiore di quasi l’80 per cento rispetto all’inizio dell’anno; il gas naturale è più costoso del 156 per cento. Sebbene la maggior parte degli Stati membri sia intervenuta per frenare l’aumento dei prezzi dei carburanti e delle bollette, il reddito disponibile reale delle famiglie sta subendo un duro colpo, con l’inflazione complessiva che a settembre ha raggiunto un nuovo massimo. Inoltre, la competitività delle imprese europee è stata gravemente compromessa dall’aumento dei costi energetici. In questo contesto, i percorsi di spesa netta concordati nell’ambito del quadro di bilancio europeo lasciano un margine limitato per attenuare l’impatto sulle famiglie e sulle imprese senza ricorrere a misure di inasprimento in un momento caratterizzato da significativi rischi al ribasso per l’economia”.

La presidente del Consiglio, poi, continua: “Sebbene questa caratteristica delle regole di bilancio dell’Ue miri a garantire la solidità dei conti pubblici nel medio termine, dovremmo comunque cercare modi per utilizzare almeno una parte delle entrate aggiuntive al fine di attenuare l’aumento dei costi energetici in modo temporaneo e mirato”. Meloni annota ancora: “Tuttavia, vi è un altro problema legato alle regole di bilancio nel momento in cui aggiorniamo i nostri piani di bilancio per il 2027. Infatti, il tetto alla crescita della spesa netta è fissato in termini nominali e, in quanto tale, potrebbe non tenere pienamente conto dell’impatto di bilancio di un’inflazione che superi in modo significativo le proiezioni alla base del percorso di spesa netta concordato, ovvero del fatto che la spesa pubblica possa aumentare a causa di meccanismi e processi di mercato al di fuori del controllo del governo“.

Meloni porta, ovviamente, il caso Italia: “La dotazione di spesa direttamente influenzata da un’inflazione che supera in modo significativo le proiezioni alla base del piano di bilancio è pari al 20,4% del Pil. Altre componenti di spesa che subiranno l’impatto di un’inflazione più elevata già nel 2027 ammontano al 12,0% del Pil“. A Roma sono tutti “consapevoli del rischio di modificare le regole di bilancio di recente introduzione che perseguono un obiettivo che tutti condividiamo, ovvero la sostenibilità del debito. Siamo inoltre pienamente consapevoli degli impegni assunti dall’Italia nell’ambito della procedura per i disavanzi eccessivi in corso e della necessità di rispettare il percorso correttivo della spesa netta – aggiunge nella lettera -. Tuttavia, riteniamo che il quadro di bilancio lasci alla Commissione europea il margine necessario per tenere conto dei fattori rilevanti che ho appena evidenziato nel valutare ex ante la conformità alla regola di spesa in occasione dell’esame dei prossimi progetti di piano di bilancio”.

Per ora la situazione è tamponata dalle tariffe offerte sul mercato dalle varie aziende, come Enel, Eni, A2A, Hera che offrono possibilità di sconto sulle tariffe che vanno dal 30 al 50 percento del prezzo di mercato attuale. Ma il rischio è che questo possa non bastare: “Lo so, contro il caro energia bisogna fare di più, costruire soluzioni strutturali di lungo periodo”, dice con consapevolezza la stessa Meloni alla platea degli artigiani della Cna.

Quello delle bollette, ovviamente, non è l’unico fronte aperto su cui Palazzo Chigi deve tenere le antenne sempre dritte. Perché la questione carburanti non è affatto risolta (la benzina cala a 2,084 euro al litro e il gasolio a 2,285 euro sulla rete stradale; verde a 2,122 euro e diesel a 2,328 euro sulle autostrade), nonostante le iniziative di Eni, Ip e Q8 di applicare un price cap alla pompa, a cui oggi si aggiunge anche Tamoil, dopo le interlocuzioni dei giorni scorsi tra la Presidenza del Consiglio e il governo libico. “Abbiamo lanciato un appello alle società energetiche e sono fiera che Eni, Socar e Q8 abbiano già aderito – mette in luce sempre Meloni -. E voglio ringraziare anche Tamoil, che oggi si è aggiunta”.

Nel frattempo, il brent viaggia poco sopra i 100 dollari al barile e lo spread sui bund tedeschi a 10 anni sui 112 punti base, con un aumento oltre l’8%. Segnali di cui il governo tiene conto e che monitora attentamente, anche alla vigilia del Cdm che dovrà varare il nuovo Documento programmatico di finanza pubblica, al centro di un incontro a Palazzo Chigi tra la premier, Giorgia Meloni, i suoi vicepresidenti, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Lo spazio si restringe per la situazione geopolitica e i conti vanno fatti al centesimo. Anzi, visto l’andamento dei carburanti, anche al millesimo, se è il caso.

Autunno rovente, prezzi ai massimi da 3 anni: bolletta che scotta, rincari su cibo

L’autunno presenta il conto, e stavolta arriva direttamente al supermercato e nelle bollette. A settembre l’inflazione italiana è salita al 4,2% su base annua dal 3,3% di agosto, con un aumento dello 0,7% in un solo mese. È il valore più alto da tre anni e l’accelerazione arriva mentre tornano a correre energia, carburanti e prezzi degli alimentari freschi.

Secondo i dati preliminari dell’Istat, a spingere la risalita sono soprattutto i beni energetici, che passano dal +17% di agosto al +22,3% di settembre, mentre gli alimentari non lavorati accelerano al +5,5% dal +3,8%. Crescono anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona, al 2,9% dal 2,6%, e i servizi di trasporto, all’1,6% dallo 0,8%. L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sale all’1,7% dall’1,5%, mentre quella al netto della sola energia arriva al 2%.

A pesare sono soprattutto le voci che entrano ogni giorno nei bilanci delle famiglie. Il carrello della spesa sale all’1,7%, mentre i prodotti acquistati più frequentemente accelerano al 5,3% dal 4,3%. Nel complesso i beni segnano un aumento del 5,4% contro il 2,6% dei servizi. Tra le divisioni di spesa, abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili aumentano dell’11,1% su base annua, i trasporti dell’8,6%, mentre ristoranti e servizi di alloggio registrano un +3,2%.

Il rincaro dell’energia resta il principale motore della risalita. Per la componente regolamentata il tasso annuo sale al 25,9% dal 18,6% di agosto, mentre quella non regolamentata passa al 22,2% dal 17%. Nel dettaglio, il gas naturale nel mercato tutelato registra un aumento del 47,2%, l’elettricità tutelata del 9,7%; sul mercato libero il gas cresce del 16,7% e l’elettricità del 21,5%. Tra i carburanti, il diesel per autotrazione aumenta del 34,9% su base annua, il gasolio da riscaldamento del 38,5% e la benzina del 21,8%. Torna a salire anche la componente alimentare.

Nel complesso i prezzi dei beni alimentari aumentano dell’1,8%, ma i prodotti lavorati diminuiscono dello 0,3%, mentre quelli non lavorati segnano un +5,5%. Tra questi, verdura, ortaggi, tuberi, banane e legumi aumentano dell’8,4%, mentre frutta e frutta a guscio passano dal -1,7% di agosto al +0,6% di settembre.

Il movimento dei prezzi non riguarda solo l’Italia. In Francia, secondo la stima preliminare dell’Insee, l’inflazione accelera al 3% dal 2,4% di agosto, con l’energia al +21,2%. In Germania il tasso sale al 3,3%, mentre i prezzi energetici aumentano del 14,9% e l’inflazione di fondo si ferma al 2,4%. Su questi numeri si riapre anche il confronto politico.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, rivendica il percorso seguito dal governo, ricordando che nell’ottobre 2022 l’inflazione era al 12,6% e attribuendo agli interventi successivi, dal decreto trasparenza al “carrello tricolore”, il contributo alla discesa dei prezzi. Antonio Misiani, responsabile Economia e finanza del Pd, parla invece di un’“emergenza caro vita” sempre più grave, mentre Stefano Patuanelli, vicepresidente M5S, contesta il richiamo al carrello tricolore e sostiene che la discesa del 2023 fosse legata soprattutto alla dinamica dei prezzi energetici e all’effetto statistico del confronto con il 2022. Da Avs, Peppe De Cristofaro definisce il nuovo dato una “batosta” per lavoratori, pensionati e ceto medio.

Il conto dei rincari viene messo in evidenza anche dalle associazioni. Il Codacons stima una maggiore spesa annua di 1.389 euro per una famiglia tipo e di 1.918 euro per un nucleo con due figli; l’Unione nazionale consumatori calcola un aumento medio del costo della vita di 1.108 euro, di cui 445 per abitazione, elettricità e gas e 307 per i trasporti. Assoutenti richiama il +5,5% degli alimentari non lavorati e stima 185 euro di maggiore spesa annua per una famiglia con due figli. Confesercenti segnala il ritorno dell’inflazione al livello più alto da tre anni, mentre Confcommercio sottolinea che l’inflazione core resta “ben sotto il 2%” e attribuisce la ripresa alle tensioni energetiche e agli alimentari non lavorati. A settembre anche l’indice armonizzato Ipca accelera al 4,1% su base annua dal 3,2% di agosto e registra un aumento del 2% su base mensile, anche per effetto della fine dei saldi estivi. L’inflazione acquisita per il 2026 sale così al 3,1%, quella di fondo all’1,9%.

L’Ocse rivede al rialzo le stime del Pil in Italia: +0,9% nel 2026. Urso: “E’ la strada giusta”

L’Ocse ha rivisto al rialzo le stime di crescita per l’Italia, portando a +0,9% quelle del 2026, in aumento rispetto allo 0,4% indicato nelle previsioni di giugno. Anche per il 2027 la stima di crescita del Pil è dello 0,9%, invariata rispetto al dato precedente. Sul fronte dell’inflazione, la previsione è stabile al 3% per quest’anno, ma nel 2027 è prevista al 2,6%, in rialzo rispetto al 2,2% di giugno. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il dato è “confortante”. “Siamo sulla strada giusta – dice – e ora dobbiamo fronteggiare l’emergenza energetica”.

L’economia globale, spiega l’Ocse nell’ultimo Interim Economic Outlook ,ha superato meglio del previsto lo shock dell’approvvigionamento energetico innescato dal conflitto in Medio Oriente, ma le persistenti pressioni inflazionistiche e l’incertezza pesano sulle prospettive a breve termine. L’impatto dello shock petrolifero è stato attenuato da un maggiore ricorso a rotte di approvvigionamento alternative, dal ricorso alle scorte – compreso il rilascio coordinato delle riserve strategiche nelle economie dell’Ocse –, da un aumento della produzione al di fuori del Golfo e da una minore domanda di petrolio, in particolare da parte della Cina. I forti investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a sostenere il commercio e la crescita economica.

Le prospettive prevedono una crescita globale del 2,9% nel 2026 e del 3,0% nel 2027. “L’evoluzione del conflitto in Medio Oriente rimane altamente incerta e continuerà a rappresentare un rischio considerevole per le proiezioni di base”, spiega l’Ocse. La crescita del Pil negli Stati Uniti è prevista al 2,2% nel 2026, per poi moderarsi al 2,1% nel 2027. Nell’area dell’euro, la crescita dovrebbe attestarsi all’1% sia nel 2026 che nel 2027. La crescita della Cina è prevista al 4,5% nel 2026 e al 4,2% nel 2027.

Le pressioni inflazionistiche persisteranno: l’inflazione nel G20 dovrebbe ora risultare più elevata nel 2026 e nel 2027 rispetto a quanto previsto in precedenza, riflettendo l’impennata dei prezzi globali dell’energia. L’inflazione nelle economie del G20 dovrebbe attestarsi al 4,1% nel 2026, per poi attenuarsi al 3,6% nel 2027.

“La crescita globale ha tenuto meglio del previsto, ma le riserve che hanno assorbito lo shock energetico si stanno esaurendo. La crescita è più debole rispetto allo scorso anno e l’inflazione è nuovamente in aumento”, spiega il segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann. “I governi – aggiunge – devono indirizzare il sostegno dove è più necessario e riportare la spesa pubblica su un percorso sostenibile. Devono inoltre costruire le basi per una crescita a lungo termine, con competenze più solide, approvvigionamenti energetici più diversificati e una più rapida adozione dell’intelligenza artificiale”.

I rischi rimangono orientati al ribasso. L’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine sta accrescendo le pressioni fiscali sui governi. I rapidi investimenti nell’intelligenza artificiale stanno stimolando la crescita, ma si basano sempre più su finanziamenti esterni, il che potrebbe amplificare una correzione del mercato qualora i rendimenti attesi non si concretizzassero. Gli sviluppi legati alle condizioni meteorologiche potrebbero aggravare le attuali pressioni sui prezzi delle materie prime e spingere al rialzo i prezzi dei generi alimentari. Alla luce di queste sfide, le prospettive evidenziano le priorità chiave per i responsabili politici. Le banche centrali dovrebbero rimanere vigili e garantire che le aspettative di inflazione siano ben ancorate. Sono necessari sforzi più incisivi per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche. Le misure volte ad attenuare l’impatto economico dello shock energetico dovranno essere mirate e temporanee, in modo da mantenere gli incentivi al risparmio energetico.

Inflazione, crisi Hormuz presenta nuovo conto: bollette e carburanti trascinano prezzi

L’inflazione italiana continua la sua corsa ad agosto, collocandosi al 3,3% annuo, in rialzo dal 2,9% di luglio e con un aumento dello 0,5% sul mese. La dinamica è, però, molto diversa tra le componenti: l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, scende all’1,5% dall’1,6%, con rincari concentrati soprattutto sull’energia e con effetti su bollette, carburanti e trasporti.

Secondo i dati definitivi diffusi dall’Istat, l’aumento dell’inflazione riflette infatti principalmente la crescita degli energetici, sia regolamentati sia non regolamentati. I primi passano dal 14,8% al 18,6% annuo, i secondi dall’11,4% al 17%. Nel complesso, i beni energetici aumentano del 17,1% su base annua e del 2,9% su base mensile. L’aumento mensile degli energetici regolamentati è del 3%, quello dei non regolamentati del 2,9%.

La divisione abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili è quella che dà il contributo più consistente all’inflazione complessiva. I prezzi salgono del 9,1% annuo e contribuiscono per 1,084 punti percentuali alla crescita del 3,3%. Sul mercato tutelato il gas registra un aumento del 31% annuo e del 6,2% mensile, mentre l’elettricità cresce del 9,7% in un anno. Sul mercato libero, l’elettricità aumenta del 18,6% (+1,4% mensile) e il gas dell’11,3% (-0,2%).

Anche i carburanti accelerano. La benzina aumenta del 16,3% rispetto ad agosto 2025 e del 6,3% rispetto a luglio. Il gasolio per autotrazione cresce del 26,7% annuo e del 5,2% mensile. Per il gasolio destinato al riscaldamento l’aumento arriva al 31,8% su base annua e al 10,7% sul mese. Nell’indice armonizzato, combustibili liquidi e carburanti per i mezzi di trasporto personali salgono complessivamente del 20,6% annuo, con un aumento del 5,6% rispetto a luglio.

La dinamica dei prezzi riflette anche gli effetti della crisi nello Stretto di Hormuz e della guerra in Ucraina, con le tensioni sui mercati energetici che si trasferiscono progressivamente dai prezzi delle materie prime a quelli pagati da famiglie e imprese.

I trasporti contribuiscono ulteriormente all’inflazione, con 0,943 punti percentuali e prezzi in aumento del 6,1% annuo e del 2,3% in un mese. Più contenuta invece la dinamica degli alimentari: i prodotti alimentari e le bevande analcoliche crescono dell’1,2%, mentre il cosiddetto carrello della spesa rallenta allo 0,9% dall’1%. Nel complesso, i beni accelerano dal 3,2% al 4,1%, mentre i servizi rallentano dal 2,7% al 2,4%. L’inflazione acquisita per il 2026 è al 2,9%, mentre l’indice armonizzato dei prezzi al consumo cresce del 3,2% annuo e dello 0,1% sul mese.

Le associazioni dei consumatori mettono l’accento sull’effetto dei rincari sui bilanci familiari. Il Codacons stima che, a parità di consumi, l’inflazione del 3,3% possa tradursi in una maggiore spesa annua di 1.091 euro per una famiglia media e di 1.507 euro per un nucleo con due figli. L’Unione Nazionale Consumatori indica invece un aggravio di 882 euro per una famiglia media, 1.120 euro per una coppia con un figlio e 1.199 euro per una coppia con due figli, chiedendo interventi su accise, bollette e Iva sul gas. Fapi richiama inoltre l’impatto dei costi energetici su micro e piccole imprese.

L’accelerazione dei prezzi riguarda l’intera area euro e il dato italiano si trova in linea con la media. Secondo la stima preliminare di Eurostat, ad agosto l’inflazione sale al 3,3% dal 2,9% di luglio, con l’energia al 14,3% dal 10,3%. Tra le principali economie, la Germania si attesta al 2,9%, mentre la Spagna balza al 4,3%.

La Bce ha già reagito al nuovo rialzo dell’inflazione. Nell’ultimo meeting del 10 settembre il Consiglio direttivo ha deciso all’unanimità di aumentare di 25 punti base tutti e tre i tassi di riferimento: da oggi il tasso sui depositi è al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,90%. La Banca centrale europea ha indicato nelle nuove proiezioni un’inflazione media del 3% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,1% nel 2028, con la componente al netto di energia e alimentari rispettivamente al 2,5%, 2,6% e 2,3%. La presidente Christine Lagarde ha ribadito che le prossime decisioni saranno prese riunione per riunione, sulla base dei dati. Tra i rischi indicati dalla Bce resta proprio quello legato alle pressioni sui prezzi dell’energia.

agricoltura

Prezzi alimentari ai massimi da 3 anni: grano, olio e zucchero riaccendono inflazione

I prezzi mondiali delle principali materie prime alimentari tornano a salire e raggiungono il livello più alto da oltre tre anni. A luglio l’indice Fao dei prezzi alimentari si è attestato a 131,1 punti, in aumento dello 0,6% rispetto a giugno e al primo rialzo dopo tre mesi consecutivi di calo. Il dato resta ancora lontano dai massimi della crisi alimentare del 2022, ma segnala un nuovo aumento delle pressioni sui mercati internazionali, sostenuto soprattutto da cereali, oli vegetali e zucchero. Su base annua l’indice risulta superiore dell’1%, ma è ancora inferiore di 29,1 punti, pari al 18,2%, rispetto al picco raggiunto nel marzo 2022.

La distanza dai livelli record evita di parlare di una nuova emergenza alimentare, ma la dinamica delle singole componenti mostra un ritorno dei fattori di rischio che negli ultimi anni avevano alimentato la volatilità dei prezzi: clima, tensioni geopolitiche, energia e difficoltà logistiche.

A guidare il rialzo sono soprattutto i cereali. L’indice Fao relativo al comparto è salito a 113,8 punti, con un incremento del 3,4% su base mensile e del 6,9% rispetto a luglio 2025. Il mercato del grano è stato il principale motore della crescita, con quotazioni internazionali aumentate del 5,8% in un solo mese e ormai superiori del 9,9% rispetto a un anno fa. A pesare sono le preoccupazioni sulla continuità delle esportazioni dal Mar Nero, ancora condizionate dalle tensioni geopolitiche e dai danni alle infrastrutture di esportazione.

A questo si aggiungono gli effetti delle ondate di calore che hanno colpito diversi Paesi produttori, aumentando i timori sulle rese agricole. In rialzo anche il mais, cresciuto del 3,6% rispetto a giugno. Le quotazioni hanno risentito delle condizioni climatiche nella Corn Belt statunitense, dove caldo e siccità hanno alimentato dubbi sulle prospettive produttive. Anche l’aumento dei prezzi energetici ha contribuito a sostenere il mercato, attraverso il legame tra costi agricoli, carburanti e domanda di biocarburanti.

Il comparto più sensibile per i mercati resta però quello degli oli vegetali. L’indice Fao è salito a 195,7 punti, il livello più elevato dal giugno 2022, con una crescita del 2% mensile. Il rialzo è stato trainato soprattutto dall’olio di palma e dall’olio di soia. Nel primo caso ha inciso la forte domanda del settore biodiesel in Indonesia, insieme al recupero del petrolio; per la soia hanno pesato gli acquisti internazionali e la maggiore competitività sui mercati globali. Proprio il legame tra oli vegetali ed energia rappresenta uno dei nodi più rilevanti per le prospettive future. L’aumento dell’utilizzo di alcune materie prime agricole per la produzione di biocarburanti crea infatti una competizione crescente tra domanda alimentare e domanda energetica, rendendo i prezzi più esposti anche alle oscillazioni del mercato petrolifero.

Anche lo zucchero ha registrato un forte recupero, con un aumento del 5,6% rispetto a giugno, sebbene le quotazioni restino inferiori dell’8% su base annua. A sostenere il mercato sono i timori legati al caldo e alla siccità nell’Unione europea e in Asia, oltre alle aspettative su una maggiore domanda di etanolo in Brasile, che potrebbe ridurre la disponibilità di canna da zucchero destinata alla produzione alimentare.

Di segno opposto carne e lattiero-caseari. L’indice Fao della carne è sceso del 2,8% a luglio, segnando la prima flessione mensile dell’anno, frenato dall’aumento dell’offerta di pollame e carne suina e dalla debolezza della domanda asiatica per la carne bovina. In controtendenza solo la carne ovina, che ha raggiunto nuovi massimi per la scarsità dell’offerta esportabile dall’Oceania. Continua inoltre la correzione dei prodotti lattiero-caseari, con l’indice in calo dello 0,7% e ai minimi da ottobre 2023. A trascinare verso il basso il comparto sono stati soprattutto burro e latte in polvere, mentre i formaggi hanno registrato un primo recupero dopo mesi di debolezza.

Guerra e crisi Hormuz spingono inflazione: a maggio +3,2% su anno

Cresce ancora l’inflazione nel nostro Paese. A maggio, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra una variazione del +0,4% su base mensile e del +3,2% su base annua (da +2,7% di aprile), confermando la stima preliminare dell’Istat. A pesare sull’accelerazione – e di molto – è la dinamica dei prezzi degli energetici non regolamentati e di quelli regolamentati, che passano rispettivamente da +9,6% a +12,5% e da +5,3% a +5,6%, segno che la crisi mediorientale e la situazione nello Stretto di Hormuz stanno lasciando una traccia più che tangibile che, per il Codacons, ammonta a circa mille euro all’anno per famiglia. A crescere, però, è anche il costo dei servizi relativi ai trasporti (da +0,6% a +1,7%) e di quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6% a +3,0%).

Escludendo i beni con una forte volatilità, quindi energetici e alimentari freschi, a maggio l’inflazione di fondo accentua il ritmo di crescita (da +1,6% a +1,7%), così come quella al netto dei soli beni energetici (da +1,9% a +2,1%). I prezzi dei beni e quelli dei servizi registrano un’accelerazione su base annua, rispettivamente da +3,1% a +3,4% e da +2,4% a +2,8%. Di conseguenza, il differenziale tra il comparto dei servizi e quello dei beni si attesta a -0,6 punti percentuali, rispetto ai -0,7 punti percentuali del mese precedente. Il tasso di variazione tendenziale dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona scende a +1,9% (da +2,3% registrato ad aprile), mentre quello dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto sale leggermente (da +4,2% a +4,4%).

La variazione congiunturale dell’indice generale riflette soprattutto l’aumento dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,4%), degli energetici non regolamentati (+0,4%), degli alimentari non lavorati e degli energetici regolamentati (+0,3% per entrambi); diminuiscono i prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-0,6%). Il tasso di inflazione acquisito a maggio è pari a +2,6% per l’indice generale e a +1,5% per la componente di fondo. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) evidenzia una variazione pari a +0,3% su base mensile e a +3,2% su base annua (da +2,8% del mese precedente); la stima preliminare era +3,3%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale pari a +0,3% e una tendenziale di +3,0%.

Considerando le singole voci, a crescere di più sono il gasolio per riscaldamento (+36,8%), gioielli (+29,5%), gasolio per mezzi da trasporto (+25,4%), legumi (+22,8%), carciofi (+19,9%) e pomodori (+18,4%). “Gli incrementi dei prezzi non rientreranno a breve, e anche con la riapertura dello stretto di Hormuz e il crollo del petrolio la situazione nell’immediato non migliorerà”, avverte il Codacons. I listini dei carburanti, infatti, impiegheranno settimane per tornare ai livelli pre-guerra.

I dati dell’Istat rappresentano per l’Unione nazionale consumatori, “un balzo astronomico”. In appena tre mesi, da febbraio a maggio, “i prezzi sono decollati del 2%, pari a 505 euro su base annua per famiglia media, 734 euro per coppia con 2 figli, 660 per coppia con un figlio”, spiega l’associazione.

Consumi in crescita ma effetto guerra non ancora arrivato: rischio fiammata prezzi

Aumento dei consumi in Italia, a dispetto dei venti contrari. Nonostante le incertezze sul fronte geopolitico e un’inflazione che comincia a pesare sul carrello della spesa, la domanda interna mostra segnali di tenuta. Secondo Istat, a marzo le vendite al dettaglio sono in aumento sia in valore (+0,8%) sia in volume (+0,7%) rispetto al mese precedente. In crescita sia il comparto degli alimentari (+0,9% in valore e +0,5% in volume) sia i beni non alimentari (rispettivamente +0,7% e +0,9%). Su base tendenziale, le vendite al dettaglio registrano una crescita del 3,7% in valore e del 2,1% in volume: +4,3% in valore e +1,5% in volume gli alimentari e rispettivamente +3,3% e +2,7% i non alimentari.

Dati che suggeriscono come l’impatto della guerra in Medio Oriente, principalmente con la spinta sui prezzi, non si sia ancora manifestato pienamente. Considerando il primo trimestre, i consumi vedono un incremento in valore (+0,6%) e in volume (+0,2%), mentre rispetto a marzo 2025 la spesa è in aumento per tutte le forme distributive: la grande distribuzione (+3,7%), le imprese operanti su piccole superfici (+3,1%), le vendite al di fuori dei negozi (+3,4%) e, in modo più significativo, il commercio online (+11,2%).

“Manca ancora l’effetto Iran. I dati positivi sono solo un miraggio purtroppo destinato presto a svanire. A marzo, infatti, il rialzo dell’inflazione era ancora contenuto, da 1,5% di febbraio a 1,7%, e il caro energia e i rincari dei carburanti non si erano ancora trasferiti sui prezzi finali dei prodotti, se non in minima parte su voli aerei internazionali e alcuni tipi di frutta” dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc), prevedendo un peggioramento ad aprile nonostante le vendite di Pasqua. Anche il Codacons sostiene che a marzo le conseguenze del conflitto siano state “solo parzialmente” trasferite sui listini al dettaglio, con le vendite alimentari che crescono in valore di quasi il triplo rispetto ai volumi.

Cauta anche la lettura di Federdistribuzione, che considera anche il clima di fiducia di consumatori e imprese. Secondo la recente rilevazione Ipsos Doxa, quasi 9 italiani su 10 (89%) hanno già adottato comportamenti di contenimento della spesa. In ambito alimentare, le famiglie cercano offerte e promozioni (48%), ponendo più attenzione alla riduzione degli sprechi (35%). Inoltre, quasi un italiano su quattro (23%) ha ridotto la quantità di prodotti acquistati, mentre il 16% dichiara di aver diminuito l’attenzione alla qualità.

Restano dunque i timori per i prossimi mesi: Confesercenti avverte che “gli andamenti dei primi giorni di maggio rendono improbabile un rientro rapido delle pressioni inflazionistiche. Ne risentirà inevitabilmente la spesa delle famiglie e, se le tensioni attuali dovessero permanere, si prospetta un indebolimento dei consumi già nel corso del secondo trimestre”. Secondo gli esperti di Confcommercio, “è chiaro che sul versante dei consumi i moderati miglioramenti degli ultimi mesi non riescono a compensare le importanti perdite subite dalle vendite al dettaglio nel medio periodo, soprattutto per le imprese di minori dimensioni. Ed è altrettanto ovvio che permangono rischi rilevanti per una seconda parte dell’anno più complicata”.

Boom dei prezzi alimentari in Italia: dal 2021 fare la spesa costa il 25% in più

Prima la ripresa dalla pandemia, poi gli shock energetici causati dalla guerra in Ucraina scatenata dalla Russia. Sono queste quelle che Istat definisce le “principali determinanti” della crescita dei prezzi dei beni alimentari in Italia. Una vera e propria impennata: da ottobre 2021 a ottobre 2025 hanno registrato aumenti del 24,9%, quasi 8 punti sopra l’inflazione generale misurata dall’Ipca (+17,3%). E se l’Italia è messa male, le altre principali economie Ue fanno anche peggio. L’Istat ricorda che i prezzi del cibo sono infatti aumentati, nel periodo in esame, del 29% per l’area euro (+32,3 nella Ue), del 32,8% in Germania, del 29,5% in Spagna. Solo la Francia ha registrato incrementi leggermente inferiori (23,9%).

Nel focus allegato all’ultima ‘Nota di andamento dell’economia italiana’, l’istituto nazionale di statistica rileva che i prezzi degli alimentari iniziano a crescere nella seconda metà del 2021, subiscono un’impennata dall’inizio del 2022 fino alla metà del 2023, e continuano ad aumentare, seppure a tassi più moderati, anche nel periodo successivo. Si arriva a settembre 2025 con prezzi in aumento del 26,8% rispetto all’ottobre 2021 e incrementi molto ampi per i prodotti vegetali (+32,7%), latte, formaggi e uova (+28,1%) e pane e cereali (+25,5%). L’impatto è facile da immaginare, considerando che i beni alimentari rappresentano oltre un quinto del valore economico dei beni e servizi consumati dalle famiglie italiane e che la sola componente cibo rappresenta il 16,6% della spesa media. Istat sottolinea che si tratta di “beni in prevalenza necessari” e si caratterizzano “per la rigidità della loro domanda rispetto ad aumenti di prezzo”. L’impatto risulta dunque “rilevante” sul potere di acquisto delle famiglie, soprattutto quelle a più basso reddito, in considerazione della maggiore quota dei beni alimentari rispetto al totale dei consumi.

Come si è arrivati fin qui lo spiega sempre Istat, con una fotografia plastica: a partire dalla seconda metà del 2021 sono iniziate a manifestarsi pressioni al rialzo dei prezzi internazionali delle materie prime alimentari dovute alla fase di ripresa economica post pandemica. In tale contesto, in presenza di una domanda crescente e di frizioni nell’approvvigionamento dovute ai riassestamenti delle catene globali dopo la pandemia, si è verificata una contrazione dell’offerta mondiale determinata anche da eventi metereologici avversi nei principali paesi esportatori. A partire da febbraio 2022, l’invasione dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni internazionali contro la Russia (con il blocco delle importazioni di gas) hanno determinato forti pressioni inflattive sui beni energetici. Nello stesso periodo hanno infatti continuato a crescere i prezzi delle materie prime alimentari. Lo shock energetico ha inoltre colpito anche indirettamente il settore alimentare, attraverso gli incrementi dei prezzi di altri prodotti intermedi, in particolare i fertilizzanti (il cui prezzo – rileva Istat – è più che raddoppiato dall’inizio del 2021 alla fine del 2022).

Un effetto a cascata: gli incrementi del prezzo dei prodotti alimentari non lavorati si sono trasmessi poi a quelli lavorati. Così i prezzi alla produzione dell’industria alimentare sono aumentati del 21,4%, tra il terzo trimestre del 2021 e il terzo del 2023, data un’analoga crescita delle materie prime agricole. Negli ultimi due anni, i prezzi hanno continuato ad aumentare “ma a tassi notevolmente più contenuti”, spiega Istat. A tale dinamica ha contribuito il recupero dei margini di profitto delle imprese del settore agricolo, mantenutisi su livelli particolarmente bassi nel periodo 2021-2022.

Secondo le associazioni dei consumatori sono dati che spiegano la depressione dei consumi. “I maxi rincari nel settore alimentare non solo impoveriscono le famiglie, ma portano a profonde modifiche nelle abitudini degli italiani, al punto che una famiglia su tre è stata costretta nell’ultimo anno a tagliare la spesa per cibi e bevande” spiega il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, secondo cui gli aumenti dei listini alimentari proseguono ancora oggi: a fronte di una inflazione nazionale all’1,2%, alcuni prodotti registrano “rincari fortissimi”. Ad ottobre la carne balza del +5,8% su anno con punte del +7,9% per la carne bovina, le uova segnano un +7,2%, formaggi e latticini +6,8%, burro +6,7%, riso +4,6%. Per altri prodotti gli aumenti sono addirittura a due cifre: il cioccolato sale del +10,2%, il caffè del +21,1%, il cacao del +21,8%. Insomma, le famiglie italiane spendono sempre di più per un carrello sempre più vuoto: da ottobre 2021 ad oggi le vendite alimentari nel nostro Paese sono crollate in volume del -8,8%. Il Codacons chiama in causa Mister Prezzi e l’Antitrust “affinché avviino una approfondita indagine sull’andamento dei listini alimentari in Italia” dato che i listini “non sono tornati alla normalità” quando le emergenze sono terminate e hanno dato vita “a una forma di speculazione sulla pelle dei consumatori“.

A settembre il carrello della spesa rallenta a +3,1%. Inflazione -0,2% su mese e +1,6% su anno

A settembre, i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona decelerano (da +3,4% a +3,1%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto accelerano (da +2,3% a +2,6%). Lo rende noto l’Istat. La decelerazione è dovuta all’ effetto del rallentamento dei prezzi degli alimentari non lavorati (da +5,6% a +4,8%; +0,6% su agosto). In dettaglio, si attenua il ritmo di crescita dei prezzi sia di frutta fresca o refrigerata (da +8,8% a +5,5%; -1,5% su agosto) sia dei vegetali freschi o refrigerati diversi dalle patate (da +5,1% a +2,8%; +3,2% su agosto). La dinamica tendenziale dei prezzi degli alimentari lavorati resta stabile (a +2,7%; -0,5% su agosto).

Complessivamente, a settembre, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, evidenzia una variazione del -0,2% su base mensile e del +1,6% su base annua (come nel mese precedente), confermando la stima preliminare.

La stabilità del tasso d’inflazione, spiega l’Istat, “sottende andamenti differenziati dei diversi aggregati di spesa”: sono in rallentamento i prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +3,5% a +2,4%), degli alimentari non lavorati (da +5,6% a +4,8%) e in accelerazione quelli degli energetici regolamentati (da +12,9% a +13,9%), a cui si aggiunge la ripresa dei prezzi degli energetici non regolamentati (da -6,3% a -5,2%).

A settembre l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, decelera (da +2,1% a +2,0%), come quella al netto dei soli beni energetici (da +2,3% a +2,1%). La dinamica tendenziale è stabile per i prezzi dei beni (+0,6%), mentre quella dei servizi si attenua lievemente (da +2,7% a +2,6%). Dunque, il differenziale inflazionistico tra il comparto dei servizi e quello dei beni scende a +2,0 punti percentuali, dai +2,1 p.p. del mese precedente.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta di 1,3% su agosto, per effetto della fine dei saldi estivi di cui il NIC non tiene conto, e dell’1,8% rispetto a settembre 2024 (da +1,6% del mese precedente), confermando la stima preliminare. Nel terzo trimestre 2025 i prezzi al consumo, misurati dall’IPCA, evidenziano aumenti più contenuti per le famiglie con bassi livelli di spesa (+1,7%) e lievemente più alti per quelle con livelli di spesa elevati (+1,8%).

Per Assoutenti, “una famiglia con due figli solo per bere e mangiare deve mettere oggi in conto una maggiore spesa da +343 euro annui rispetto al 2024”, mentre “se si considera la generalità dei consumatori, la stangata alimentare complessiva raggiunge in Italia i 6,2 miliardi di euro su base annua”. Il Codacons lancia l’allarme sulla “stangata d’autunno”.  In termini di spesa e considerati i consumi totali delle famiglie,  “equivale ad un maggiore esborso pari a +529 euro annui per la famiglia tipo, +731 euro per un nucleo con due figli”. In sostanza, dice l’Unione nazionale consumatori, “le famiglie sono sempre inguaiate e le loro tasche si svuotano ancor di più”. 

In calo prezzi frutta ma +80% fragole e +26% albicocche, balzo latte (+20% annuale)

Calano i prezzi mensili all’ingrosso dell’ortofrutta, con alcune eccezioni, ma balzano quelli del latte spot e della carne di maiale. Stabilità per i vini mentre il settore ittico si segnala per la sua forte competitività. Ancora una volta, la panoramica della Borsa merci telematica italiana (Bmti) restituisce una fotografia contrastata dell’agroalimentare italiano. Gli aumenti mensili a doppia cifra riguardano sia ortaggi sia frutta: spiccano a luglio il 47,4% dei cetrioli e il +17% dei fagiolini, il +79% delle fragole e il +26% delle albicocche. Scende leggermente il comparto agrumi trainato da una richiesta debole per arance e pompelmi, rappresentati in gran parte da prodotto sudafricano, che scendono rispettivamente del 9,9% e 4,4% rispetto a giugno. In controtendenza i limoni: secondo l’aggiornamento della Bmti la scarsa disponibilità di prodotto oltre oceano e una buona domanda fanno salire i prezzi del 4,3% rispetto a giugno e di oltre il 20% su base annua.

Nel comparto degli ortaggi a bacca, la Borsa merci rileva lievi oscillazioni ma conferma il consistente aumento dei cetrioli, che segnano un rialzo di oltre il +32% rispetto a luglio 2024. Valore che si spiega per le elevate temperature di giugno che hanno determinato una scarsa allegagione e conseguente vuoto di produzione. In ribasso di oltre il -23% il peperone, che registra un’abbondante produzione in tutta la penisola. Lieve incremento del prezzo delle insalate, pur mantenendosi su livelli contenuti e in linea con il periodo. La scarsa disponibilità di fagiolini ha invece determinato un aumento del +17% rispetto al mese precedente e del +25,6% rispetto a luglio 2024. “Nei mercati è presente anche prodotto tedesco e olandese, che ha contribuito a limitare l’aumento dei prezzi”, spiegano gli analisti della Bmti. In discesa il comparto ortaggi a media conservazione (5,9%), con il ribasso più marcato che ha riguardato il cavolfiore. La produzione è giunta principalmente dalle aree montane, incontrando però una domanda molto bassa a causa delle elevate temperature. Ciò ha spinto al ribasso anche i prezzi del broccolo (-7,2%). Tra gli ortaggi a lunga conservazione prezzi delle patate in aumento (-6% rispetto a giugno): la raccolta nelle aree del centro-nord è ora completata e l’abbondanza di prodotto si riflette sui prezzi.

Molto diversificati i prezzi dei frutti a breve conservazione, il cui segmento è in ribasso del 2,6% mensile (ma segna un +8,2% annuale). Le fragole hanno appunto segnato un forte aumento. Le produzioni del sud sono terminate e quelle delle aree montane hanno di fatto determinato il prezzo, con un incremento del +79,3% rispetto al mese precedente. Anche le albicocche registrano un deciso rialzo: la produzione quest’anno è scarsa; limitata anche la disponibilità di prodotto francese. Rispetto a giugno l’aumento è di quasi il +26% e supera il +43% rispetto a luglio 2024. Differente la situazione per angurie e meloni, che scendono rispettivamente del -26% e -15,2% su base mensile: l’abbondanza di prodotto, insieme al clima instabile in Italia e nel nord Europa, ha limitato i consumi e ridotto le esportazioni, determinando eccedenze nei mercati nazionali. Debole anche la richiesta per le ciliegie che vedono una contrazione di prezzo (-10,3%), complici anche le caratteristiche organolettiche non sempre ottimali. Frutti a lunga conservazione in flessione (-6,5%): mele stabili, in lieve ribasso le pere. Cali anche per i kiwi (-15,3%) e l’uva da tavola (-15,1%), presente ora in buona quantità sia dalla Sicilia che dalla Puglia. Stabili le banane e l’intero comparto dei frutti tropicali.

Nel frattempo, a luglio, il comparto lattiero caseario segna il secondo mese consecutivo di crescita complessiva (+3,3% su giugno e +15,1% annuale). A trainarlo è il latte spot, che sul mese registra un +9% ma rispetto a luglio 2024 balza del 20,4%. Per quanto riguarda i formaggi Dop a lunga stagionatura, si registra un aumento moderato (+0,9% rispetto a giugno), trainato in particolare dal Parmigiano Reggiano, complice la domanda estera (+14% annuo). In lieve crescita anche i prezzi all’ingrosso dei formaggi a stagionatura media (+0,8% rispetto a giugno) e dei formaggi freschi e latticini (+1,2%). Tra i prodotti zootecnici, il prezzo delle uova conferma una certa stabilità (+0,3% mensile), anche se l’offerta continua ad essere scarsa sia a livello nazionale che europeo e su base annua l’incremento dei prezzi all’ingrosso è del 17%.

Per le carni, Bmti ha osservato un rialzo mensile del +6,3% per il maiale, trainato dalla maggiore domanda di tagli freschi da macelleria per Ferragosto, con un valore tendenziale che passa dal -5% di giugno a quasi +5,9% di luglio. In calo la carne di vitellone (-0,8% rispetto a giugno ma +26% annuale) e sostanziale tenuta per quella di vitello (rispettivamente +0,6% e +11,7%). Rallenta su base mensile invece la crescita dei prezzi del pollo (+0,4%) e del tacchino (+0,3%) mentre l’aumento tendenziale si è attenuato sia per la prima tipologia (da +23% di giugno a +18,7% di luglio) sia per la carne di tacchino (dal +36,2% a +33,3%).

Competitivi, a dir poco, i prezzi del comparto ittico. Luglio è stato caratterizzato da un clima mite che ha favorito l’attività di pesca, rendendo disponibili maggiori quantità di prodotto e determinando, di conseguenza, una generale riduzione delle quotazioni. In calo mensile e annuale i pesci freschi di mare (-0,2% e -10%), ma anche i crostacei e i molluschi freschi (rispettivamente -6,4% e -4,8%). In netto calo mensile in particolare palombi (-7,2%), sogliole (-6,6%) e triglie (-6,4), così come gamberi bianchi e rosa (-15,4%) e canocchie (-14,4%). Aumenti per pesce spada (+4,4%) e rombi (+4,6%).