Mattarella compie 85 anni, riconoscimento bipartisan: “E’ un punto di riferimento per l’Italia”

Sergio Mattarella compie 85 anni. Il presidente della Repubblica taglia un traguardo importante, nel decimo anno di permanenza alla guida del Quirinale.

Sono diversi gli attestati di stima e affetto che arrivano all’indirizzo del capo dello Stato, riconosciuto da tutti, unanimemente, come “punto di riferimento” per l’Italia. Tra le telefonate ricevute da Mattarella c’è ovviamente quella della premier, Giorgia Meloni, che ha fatto gli auguri al presidente a titolo personale e di tutto il governo, ribadendogli la “profonda considerazione e riconoscenza per il costante impegno al servizio della Nazione”.

Gratitudine per la “costante attenzione” con cui viene accompagnata la “vita ecclesiale e sociale” dell’Italia e l’affidamento ai suoi santi patroni, Francesco d’Assisi e Caterina da Siena: così Papa Leone XIV si rivolge al presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, in un telegramma inviato oggi. Un augurio che, recita ancora il testo, si accompagna alla benedizione apostolica impartita ai familiari, ai collaboratori e alla stessa “cara Italia”.

Dalla comunità del Pd è Elly Schlein a portare “i più sinceri auguri” a Mattarella di buon compleanno. La segretaria dem sottolinea come “non saremo mai sufficientemente grati per il suo servizio alla Repubblica e alla sua dignità internazionale” perché “le sue parole e i suoi atti sono e rimangono un riferimento per tutti. E l’affetto del popolo italiano nei suoi confronti ne è la testimonianza più chiara ed evidente”.

Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, poi, mette in luce come “nel suo alto magistero di garante di tutti gli italiani e guida autorevole delle istituzioni, il presidente Mattarella rappresenta un punto di riferimento saldo e imprescindibile per la nazione”. Per questo va “a lui la gratitudine mia personale e del Senato”. Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, poi, lo definisce “autorevole custode dei valori della Repubblica”.

Non mancano nemmeno gli auguri dei sindaci e dei presidenti di Regione, figure che Mattarella in questi anni ha sempre tenuto in grande considerazione per il lavoro svolto quotidianamente, sui territori, come primo presidio delle esigenze dei cittadini.

Sul presidente della Repubblica si ferma anche la contesa politica, con riconoscimenti e attestati di stima che arrivano da sinistra, centro e destra: da Alleanza verdi e sinistra a Fratelli d’Italia, dal Movimento 5 Stelle alla Lega, e Forza Italia, Verdi, Italia Viva, Noi Moderati. Una voce quasi unica dalla politica come non accade spesso, anzi quasi mai.

Per Mattarella, però, l’85esimo compleanno è anche l’amarezza per la morte del capo reparto dei vigili del fuoco Alessandro Marchì, durante le operazioni di spegnimento di un vasto incendio della vegetazione scoppiato in provincia di Caltanissetta, nella sua Sicilia. Il capo dello Stato ha espresso il suo cordoglio in un messaggio al capo del dipartimento, il prefetto Attilio Visconti, nel quale si dice “profondamente rattristato” esprimendo al corpo nazionale “la mia solidale vicinanza” e ai familiari di Marchì “le espressioni di commossa partecipazione al loro cordoglio”.

Meloni: “Né antiamericana oggi né inginocchiata ieri, con Trump sono stata franca”

Giorgia Meloni prova a superare l’impasse del rapporto personale con Donald Trump rilanciando l’amicizia con gli Usa. Ospite di ’10 minuti’, la trasmissione di approfondimento di Rete4, la premier torna sullo scontro con il presidente Usa, rispondendo indirettamente alle critiche dei suoi oppositori: “Non sono antiamericana oggi, non ero inginocchiata ieri: credo che l’Occidente sia più forte unito e credo che l’Italia sia più forte in un Occidente unito”.

La responsabile di Palazzo Chigi batte più volte sulla franchezza dei rapporti in politica, soprattutto in quella estera, nei suoi ragionamenti. Rispetto a Trump sottolinea di essere “una persona che non si fa certamente mancare di rispetto da nessuno, come non manca di rispetto a nessuno”. Ma il tema ricorre anche quando le viene chiesto del presidente della Repubblica francese: “Non ho mai litigato con Macron. Delle volte siamo d’accordo, altre no”. Dimostrazione ne è il vertice Italia-Francia di Evian di pochi giorni fa, che Meloni definisce “un buon vertice”.

Nel quadro internazionale non manca la domanda su Mark Rutte, che ha parlato di 500 voli Usa partiti dalle basi in Italia alla volta dell’Iran. Un’uscita che ha sollevato un grande tumulto, inutile girarci attorno. Così come ha scatenato retroscena e dietrologie sulla necessità di certe affermazioni del numero uno del segretario generale della Nato. “Il segretario Rutte è stato approssimativo, francamente. Dopodiché, quel numero, che comprendo a molti colpisca, è un po’ più basso dell’analogo numero dello stesso periodo di tutti gli anni precedenti”, prova a girare la chiave di lettura Meloni. Aggiungendo che “in realtà quei voli rientrano nelle normali attività delle basi americane in Italia e noi, come abbiamo detto in Parlamento che avremmo fatto, abbiamo autorizzato ciò che era previsto dagli accordi e etico, cioè che non porta azioni offensive”. Dunque, solo “attività di natura tecnica e logistica”.

Meloni non si sottrae dalle domande di politica interna, prima confermando la convinzione che il salario giusto sia la risposta molto più del salario minimo chiesto da una parte delle opposizioni. Così come fa capire di averci puntato davvero tante delle sue fiches politiche sul Piano casa.

C’è, però, un altro tema di cui prima Meloni non aveva mai parlato così esplicitamente. Se vogliamo, si tratta di una ‘prima‘ quasi assoluta per l’attuale premier, che stavolta dice di puntare al Quirinale. Non per se stessa (almeno non apertamente), ma per la coalizione di centrodestra: “Tante cose sono cambiate in questi anni, non è detto che non possa essere superato anche quest’altro grande tabù di un presidente della Repubblica non di centrosinistra”. Meloni ci crede, si intuisce. Anche se non rinuncia a mettere un po’ di carne (politica) sul fuoco per alimentare il suo elettorato quando, a domanda se esiste un establishment che soffrirebbe questa possibilità, non solo conferma ma addirittura ‘raddoppia’: “È vero che questa eventualità è terribile per un certo establishment”. Quale sia, però, non lo chiarisce. Nel frattempo la partita per il Colle è evidentemente cominciata.

Pnrr, Meloni: “Siamo stati all’altezza”. Foti: “Decima rata grazie a battaglia su revisione”

Nove rate del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza su dieci sono state realizzate, con tutti gli obiettivi, resta da ricevere l’ultima da 28,4 miliardi, che prevede 159 obiettivi. “Poco meno di quattro anni fa abbiamo ereditato una grande responsabilità: portare avanti il Pnrr più consistente d’Europa, sia dal punto di vista finanziario che degli obiettivi da raggiungere”, ricorda la premier, Giorgia Meloni, parlando di una sfida che “alcuni consideravano molto complessa, altri addirittura proibitiva, qualcuno perfino impossibile da vincere”.

Eppure, rivendica la presidente del Consiglio, “non ci siamo scoraggiati, ci siamo messi subito al lavoro. Pancia a terra, fin dal primo istante”. La prima ministra interviene a un confronto a Milano sul modello Pnrr, per fare sistema e orientare il futuro.

Roma in questi quattro anni è riuscita a fare approvare da Bruxelles la revisione del Piano, per adattarlo alle nuove priorità. Sono stati rivisti gli obiettivi, corrette le criticità, integrato il Piano con il RePowerEU, gli investimenti sulla sicurezza energetica. “Non è stato ovviamente un cammino semplice, però abbiamo rispettato la tabella di marcia e oggi possiamo rivendicare con un pizzico di orgoglio che siamo stati all’altezza del compito”, scandisce la presidente del Consiglio. L’Italia ha “raggiunto e mantenuto nel tempo il primato europeo” nell’attuazione del Piano, afferma.

Finora, sono stati ricevuti 166 miliardi di euro, raggiunti 416 traguardi, finanziati 660 mila progetti, di cui 550 mila conclusi e circa 100 mila in fase avanzata di realizzazione. “Ora ci rimane da fare l’ultimo miglio, probabilmente il più impegnativo. Ma, come accade anche nello sport, questo è il momento decisivo, nel quale bisogna dare il massimo e spingere il più possibile sull’acceleratore. Perché il traguardo è in vista e manca davvero pochissimo per tagliarlo”, sollecita Meloni.

Siamo nelle condizioni di dover fare tre volte gli sforzi medi in un terzo dei tempi a disposizione”, ammette Tommaso Foti, Ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione.

Anche Foti rivendica la battaglia della revisione del Piano: “Siamo stati gli unici a dire che secondo l’articolo 21 di quel regolamento si poteva fare, tra i fischi di tutta l’opposizione. I fatti hanno dimostrato che se non fossimo intervenuti come siamo intervenuti, probabilmente oggi non avremmo da poter dire che il nostro obiettivo futuro è la decima rata, perché non avremmo preso le rate precedenti“.

Ora si inizia a guardare al dopo. Le progettualità avviate “non si esauriscono con la scadenza del Piano e devono essere accompagnate fino al completamento“, osserva da Roma l’Ad del Gruppo FS Stefano Donnarumma, che definisce “strategico, ma direttamente industriale” l’obiettivo di portare fino in fondo i grandi progetti infrastrutturali che hanno conosciuto una forte accelerazione, ricordando che FS è soggetto attuatore del Pnrr per circa 25 miliardi.

Donnarumma propone di porsi fin d’ora il problema di “come garantire continuità agli interventi già avviati, assicurando capacità di finanziamento e pianificazione per opere che richiederanno ancora anni di lavoro“. Tra le opere citate figurano la Napoli-Bari, che consentirà in pochi anni di collegare Roma e Bari in tre ore, la chiusura della Tav sul collegamento Torino-Venezia, il Terzo Valico, strategico per ampliare l’accesso ai valichi transalpini a partire dal porto di Genova, e la Salerno-Reggio Calabria, destinata a ridurre di oltre un’ora i tempi di percorrenza. Si tratta, ha sottolineato, di interventi che “valgono miliardi di investimenti“, tra risorse già impiegate e risorse ancora da mobilitare, e che richiedono capacità di finanziamento e pianificazione non solo aziendale, ma condivisa con tutti gli enti coinvolti e con la finanza pubblica.

Incontro Cirielli-Paramonov diventa un caso. Tajani: “Non abbiamo rotto le relazioni con Mosca”

Maria Elena Ribezzo

 

L’incontro tra Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri in quota Fratelli d’Italia, e l’ambasciatore russo Aleksej Vladimirovichc Paramonov, imbarazza il governo e diventa un caso.

Se le le opposizioni parlano di gioco delle parti e gridano alle dimissioni del vice di Antonio Tajani, il ministro degli Esteri davanti alle telecamere tenta di stemperare le polemiche e ricorda: “Non abbiamo rotto relazioni diplomatiche con la Federazione Russa”, precisando che in Russia operano anche 340 imprese italiane. Il colloquio, avvenuto diverse settimane fa, a detta del vicepremier è servito a ribadire la posizione italiana e “non si è svolto in segreto” ma al ministero degli Esteri e alla presenza di funzionari della Farnesina.

Intervistato dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti, il mese scorso, l’ambasciatore di Mosca aveva accusato Meloni di “adottare la condotta dello struzzo“, fingendo cioè che “l’assenza di cooperazione e di dialogo con la Russia non stia avendo alcun tipo d’impatto sull’Italia“. Il senatore di Azione Marco Lombardo ricorda però che Cirielli aveva già incontrato in passato esponenti del governo georgiano filo-russo, nonostante “tutte le critiche che avevamo presentato dalle opposizioni per un regime che opprime il popolo georgiano per le sue posizioni pro-Ue“. In quell’occasione la Farnesina e il Governo “erano informati“, scrive su X il senatore, accusando l’esecutivo di creare deliberatamente un cortocircuito rispetto al tema delle relazioni con la Russia: “A parole sono tutti dalla parte dell’Ucraina e delle sanzioni alla Russia, ma nei fatti sono il ventre molle della Russia in Europa”. Il partito di Carlo Calenda, inoltre, chiede in un’interrogazione al ministro degli Esteri “quale fosse il fine dell’incontro, quali temi siano stati affrontati, quale previa autorizzazione o intesa vi fosse tra il Viceministro Cirielli e il Ministro degli esteri e il Presidente del Consiglio; se il ministro non ritenga che, ove l’iniziativa non sia stata preventivamente autorizzata, il viceministro Cirielli debba rassegnare le dimissioni e, ove sia stata invece autorizzata, se il ministro non ritenga che il Governo debba immediatamente riferire al Parlamento le ragioni di questa scelta così equivoca e compromettente, ben diversa dalla normale routine diplomatica con un Paese sottoposto a sanzioni per una guerra di aggressione“.

La vicenda lascia “sconcertati” per il responsabile Esteri di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, che domanda al governo di spiegare per quale motivo un esponente di spicco del partito della premier voglia “riavvicinarsi a Mosca“: “Non so quale delle due ipotesi che circolano sia la peggiore, se Cirielli ha agito di sua iniziativa o se, come egli stesso sostiene, l’incontro era noto alla Farnesina. In ogni caso di ‘prassi’ non c’è proprio nulla e Cirielli farebbe bene a lasciare l’incarico“, sottolinea Scalfarotto, ricordando che la Russia è “un paese invasore, che rifiuta la pace, e che ha più volte tenuto posizioni aggressive nei confronti del nostro paese“.

Sulla vicenda, il Partito democratico presenta un’interpellanza urgente a Meloni e Tajani. L’iniziativa, promossa dai deputati democratici della commissione Esteri della Camera impegna il Governo a chiarire tre questioni: se possa fornire una ricostruzione puntuale dell’incontro tra Cirielli e Paramonov, indicando con precisione la data, il luogo, le modalità di svolgimento e i principali temi trattati nel corso del colloquio; se e con quali modalità premier e vicepremier siano stati informati dell’incontro e dei suoi contenuti; se l’esecutivo ritenga che l’incontro, pur rientrando nelle normali prassi diplomatiche, sia “coerente con la linea politica ufficiale dell’Italia nei confronti della Russia” e con gli impegni internazionali assunti nell’ambito dell’Unione europea, e se intenda assumere iniziative volte a garantire una piena trasparenza parlamentare in merito a tali interlocuzioni future.

Iran, Meloni sente Starmer, Macron e Merz: “Diplomazia e stretto coordinamento militare”

Photo credit: governo.it

 

Per gestire in maniera coordinata la crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni sente il premier britannico Keir Starmer, con il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Nelle prossime ore e nei prossimi giorni saranno fondamentali un’intensa attività diplomatica e uno stretto coordinamento militare“, fa sapere in una nota il numero 10 di Downing Street. I leader condannano gli attacchi dell’Iran, accolgono con favore la “competenza di primo piano nel campo dell’intercettazione dei droni che il presidente Zelensky ha offerto ai partner nella regione” e sottolineano “l’importanza di garantire che il sostegno all’Ucraina continui su larga scala“.

Continuiamo a seguire con la massima attenzione gli sviluppi della crisi in Medio Oriente“, conferma sui social la premier italiana, assicurando che il Governo è al lavoro “senza sosta”, in contatto con gli alleati e con i partner della regione, per monitorare la situazione e tutelare la sicurezza dei concittadini.

Stiamo vigilando su tutti i fronti, dalla sicurezza agli effetti economici della crisi, valutando ogni possibile azione di mitigazione in questi ambiti“, scrive Meloni, ribadendo che l’Italia “continuerà a fare la sua parte con responsabilità e determinazione“. L’11 marzo, la presidente del Consiglio sarà in Parlamento per le comunicazioni sulla situazione internazionale.

Per il momento, insiste la premier, la priorità è “proteggere i nostri connazionali e lavorare, insieme ai nostri principali partner e alleati, per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un ritorno alla diplomazia e al dialogo tra le parti“.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani riunisce in videoconferenza le ambasciate italiane, incontra alla Farnesina l’ambasciatrice in Iran Paola Amadei, rientrata da Baku per fare il punto con il ministro sulla situazione, e riceve gli ambasciatori in Italia dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Lega Araba, Azerbaijan e Turchia.

Dagli Emirati oggi, venerdì 6 marzo, partiranno 2.500 italiani complessivamente. Il ministero lavora anche al rientro di altri cittadini da Israele, che partiranno dall’Egitto. Per quanto riguarda le Maldive, è partito un primo volo NEOS, ma nelle isole sono rimasti bloccati circa 3.300 turisti: “Ci vorrà qualche giorno, perché stiamo dando priorità alle aree di guerra”, spiega Tajani.

Nella serata del 5 marzo sono usciti dall’Iran, e sono arrivati in Azerbaijan, tutti i cittadini italiani che volevano lasciare il paese e con loro anche gli ultimi diplomatici e tutto il personale dell’ambasciata italiana.

L’ambasciata resta temporaneamente chiusa a Teheran, ma aperta a Baku, chiarisce il vicepremier: “Continuiamo a avere un’ambasciata presso l’Iran che opererà però dalla capitale dell’Azerbaigian, quindi non c’è assolutamente un’interruzione delle relazioni diplomatiche, perché in questo momento noi crediamo che si debba continuare a parlare, il dialogo deve rimanere sempre aperto, il nostro obiettivo è quello di raggiungere nel tempo più rapido possibile la fine delle ostilità”.

Piano Mattei, Meloni: “Mobilitati miliardi, ora ha respiro internazionale”

Photo credit: video Presidenza del Consiglio dei ministri

 

Giorgia Meloni vola da Bruxelles ad Addis Abeba per tastare il polso del Piano Mattei e continuare il lavoro per fare da pontiera con l’Europa. “Stiamo rivoluzionando il modo di approcciare all’Africa”, rivendica la premier aprendo i lavori del secondo vertice Italia-Africa, accanto ad Abiy Ahmed Ali, presidente dell’Etiopia, che ospita anche la sede dell’Unione Africana.

Domani, sabato 14 febbraio, Meloni parteciperà anche, come ospite d’onore, alla riunione annuale dell’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’UA. Un invito letto come un segnale politico di fiducia e di apprezzamento dell’Organizzazione per il percorso di cooperazione consolidato negli ultimi tempi.

In questi due anni, scandisce la premier durante il vertice, “abbiamo avviato e concluso progetti concreti di grande impatto sociale, mobilitando miliardi di euro tra risorse pubbliche e risorse private”. Il metodo coinvolge diverse energie della Penisola: imprese, università, mondo della cooperazione e della ricerca, un “patrimonio di eccellenze che ha lavorato in modo coordinato per perseguire un obiettivo comune”, spiega Meloni.

Oggi il Piano è cresciuto e non è più un’iniziativa solo italiana, ma una “strategia di respiro internazionale“, grazie alle sinergie strutturate costruite insieme alle principali agenzie delle Nazioni Unite, all’Unione Europea, all’Unione Africana, al G7, ai “tantissimi partner che condividono la nostra visione, dall’Europa fino al Golfo, passando per l’Africa orientale“, ricorda la prima ministra.

L’Italia ha articolato una visione lungimirante per fungere da ponte tra l’Europa e l’Africa”, conferma il presidente Ali, parlando di una strategia unificata che “si basa su partenariati e benefici reciproci”.

Il Piano non vuole attuare un pacchetto di progetti, ma ha l’ambizione di dare forma a un “patto tra nazioni libere” che scelgono di lavorare insieme perché “si fidano l’una dell’altra e sanno trovare insieme le aree di collaborazione nelle quali poter fare la differenza in un’ottica di benefici condivisi“.

Energia (con le interconnessioni tra le diverse sponde del Mediterraneo, lo sviluppo delle rinnovabili e dei biocarburanti) sicurezza alimentare (con il sostegno delle filiere locali), infrastrutture fisiche e digitali, sanità, industria, lavoro, giovani sono i pilastri. Tutti legati dal “filo rosso” della formazione perché “il nostro obiettivo non è quello di creare nuove dipendenze, ma quello di sostenere il protagonismo dei popoli africani e costruire vere opportunità di riscatto e questo è possibile solo se si mette al centro la valorizzazione del capitale umano, fin dai primi anni di scuola“, scandisce la presidente del Consiglio.

Insieme, le fa eco il presidente etiope, “possiamo forgiare un nuovo rapporto tra l’Italia e l’Africa che non si basi sulla dipendenza, ma sulla dignità; non sullo sfruttamento, ma sulla prosperità condivisa. Non sul passato, ma sul futuro”.

 

Ponte Stretto, governo abbassa i toni ma avanti sull’opera. Salvini: “Mettiamo i fondi in sicurezza”

Sbollita la delusione per la mancata registrazione della delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto, a Palazzo Chigi i toni sulla Corte dei conti si attenuano. Non cambia l’obiettivo: “Procedere con la realizzazione dell’opera”. È questa la sintesi del vertice di questa mattina tra la premier, Giorgia Meloni, i suoi due vice, Matteo Salvini, titolare del dossier, e Antonio Tajani, assieme ai sottosegretari alla Presidenza, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, cui ha preso parte anche l’ad della Stretto di Messina Spa, Pietro Ciucci.

La sintesi dell’ora di faccia a faccia la fa il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: “Abbiamo calendarizzato i prossimi passi, al prossimo Consiglio dei ministri, a giorni, informerò i colleghi su come intendiamo andare avanti e mettere in sicurezza i fondi destinati all’opera”. Per bypassare il diniego dei magistrati contabili il governo potrebbe tornare in Consiglio dei ministri e approvare una norma che definisce opera strategia il Ponte: a quel punto non ci sarebbe più delibera che tenga a fermare le ruspe. Sicuramente la soluzione è nella lista si Salvini, che dopo le parole di fuoco della prima ora decide di cambiare registro: “Attendiamo con estrema tranquillità i rilievi della Corte dei conti, a cui siamo convinti di poter rispondere punto su punto, perché abbiamo rispettato tutte le normative”. Poi, “se dovremo tornare in Consiglio dei ministri ai primi di dicembre, rimandando in Corte dei conti le nostre motivazioni per proseguire con l’opera lo faremo. A quel punto vorrà dire che arriverà un passaggio definitivo delle sezioni riunite a inizio gennaio, dunque invece di partire con i lavori a inizio novembre, partiremo a febbraio”.

Per le motivazioni dei magistrati contabili ci vorranno 30 giorni, ma il vicepremier non ne fa un dramma: “E’ un secolo che se ne parla, per me il tempo è denaro, ma voglio rispettare tutte le prescrizioni e le riflessioni. Senza nessuno scontro fra poteri dello Stato, daremo tutte le informazioni che ci vengono richieste”. A caldo Meloni aveva usato ben altri toni, parlando di “ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”. Lo stesso Salvini soltanto mercoledì sera aveva bollato la delibera come “scelta politica più che un sereno giudizio tecnico”. Prese di posizioni che hanno convinto la Corte dei conti a chiedere pubblicamente, con una nota, di tenere le critiche, da cui non si sottrae, “in un contesto di rispetto per l’operato dei magistrati”, sottolineando che la Sezione di controllo di legittimità “si è espressa su profili strettamente giuridici della delibera Cipess”, senza “alcun tipo di valutazione sull’opportunità e sul merito dell’opera”. Invito che sembra essere stato accolto dai vertici dell’esecutivo, che rigettano anche l’ipotesi di una specie di ‘vendetta’ contro la riforma della giustizia approvata proprio oggi, in via definitiva, in Senato. “Non voglio pensare che qualcuno si vendichi contro siciliani e calabresi per una riforma approvata dal Parlamento”, risponde Salvini a chi gli pone la domanda.

Però il responsabile del Mit andrà avanti, forte anche del mandato ricevuto da Meloni e Tajani. Senza ulteriore strappi: “Contiamo di non dover fare nessuna forzatura e di approvare tutto quello che la norma ci consente di approvare”. Sulla stessa linea è Ciucci: “Riteniamo di aver risposto a tutti i rilievi, vediamo quali risposte non hanno convinto la Corte e in base a questo potremo valutare il passo successivo”, dice il manager di SdM, assicurando che la scelta sarà compiuta “nel rispetto delle procedure previste, senza norme o interventi straordinari”. Anche perché se l’ostacolo fosse la direttiva Ue per cui tra il progetto originario e quello attuale i costi non devono lievitare oltre il 50%, l’azienda non avrebbe problemi: “Riguarda nuovi lavori, non aumenti di prezzi dovuti all’inflazione. Noi varianti di lavori non ne abbiamo”, spiega l’ad.

Salvini rivela di aver ricevuto “messaggi di incoraggiamento ad andare avanti da ordini professionali, ingegneri, architetti, imprese, agricoltori, commercianti, enti locali, Regioni”. In effetti la batteria dei commenti gli da ragione. “Lo stop della Corte dei conti, che arriva dopo i tre mesi di blocco che hanno già ritardato l’attuazione del meccanismo dell’Energy Release, è inaccettabile”, dice il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi. Di “grande opportunità per rafforzare il patrimonio infrastrutturale del nostro Paese” parla anche il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti. Per Confapiporterebbe non solo a un netto miglioramento della mobilità e degli scambi commerciali e turistici, ma rappresenterebbe anche un importante volano per lo sviluppo economico del Paese”. Mentre Conftrasporto invita a “non bloccare l’avvio dei lavori di un’opera fondamentale”.

Totalmente differenti, invece, le reazioni delle opposizioni. Il Pd difende la Corte dagli “attacchi scomposti” del governo, il M5S sostiene che il Ponte sia il “fiasco di Salvini” per cui dovrebbe dimettersi, come chiede Angelo Bonelli di Avs, che ribadisce il suo pensiero: “Nessun organismo tecnico dello Stato ha approvato quel progetto, il Cipess è un comitato politico, presieduto da Meloni”.

Governo vara legge di Bilancio da 18,7 miliardi. Meloni: “Otto alle imprese, 1,6 alle famiglie”

Una Manovra da 18,7 miliardi di euro, “molto seria ed equilibrata” e “più leggera” del passato, che “tiene conto anche nel quadro complessivo” e “va nel solco delle precedenti”. Giorgia Meloni presenta così la quarta Manovra della sua legislatura, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo un rapido Cdm riunitosi a metà mattinata per approvare la legge di Bilancio 2026.

Con lei ci sono i leader di maggioranza, dai vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani a Maurizio Lupi. E ovviamente il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Agli istituti di credito alla fine verrà chiesto un prelievo modellato sugli accordi già adottati negli anni scorsi, su questo punto la Meloni dice di non temere contraccolpi: “Ho detto che non c’era alcun intento punitivo, abbiamo chiesto al sistema di darci una mano”.

L’attenzione generale della Manovra è rivolta a quattro priorità”, sottolinea la presidente del Consiglio: famiglia e natalità, riduzione delle tasse, sostegno ai salari e alle imprese, sanità. Super deduzione al 120% del costo del lavoro, che sale fino al 130% per alcune categorie di soggetti più fragili, per favorire le assunzioni. Circa 8 miliardi di investimenti previsti per le imprese, sterilizzata Plastic & Sugar Tax. E ancora: rifinanziato il credito d’imposta per la Zes, che viene portato a 2,3 miliardi. Proroga della sterilizzazione di plastiche sugar tax a tutto il 2026, rifinanziata la nuova Sabatini. La Manovra stanzia poi 1,9 miliardi sui salari e contro il lavoro povero, con l’obiettivo di tagliare dal 5 all’1% la tassazione sui premi di produttività elevando la soglia dei premi soggetti ad aliquota sostitutiva. Meno tasse per il ceto medio, sull’Irpef si taglia l’aliquota dal 35 al 33% fino a 50mila euro, con una misura da 2,8 miliardi.

Alle famiglie 1,6 miliardi in più, col bonus per le mamme lavoratrici che sale da 40 a 60 euro. Previsto poi un incremento di 20 euro mensili per le pensioni minime. Sul fisco è stata predisposta una rottamazione della durata di 9 anni, con rate bimestrali di pari importo. Quindi 2 miliardi per l’adeguamento salariale al costo della vita; proroga al 2026, alle stesse condizioni del 2025, delle detrazioni fiscali per spese edilizie, nuove risorse per la sanità e ulteriori fondi per il welfare. Quanto alle spese destinate alla Difesa, fa sapere la premier, l’incremento dello 0,15% sarà coperto con misure aggiuntive rispetto alla legge di bilancio. Il governo, poi, ha ritenuto di non attivare finora la clausola Safe perché “ha l’ambizione di uscire dalla procedura d’infrazione sul deficit un anno prima del previsto, quindi cioè già quest’anno”, spiega Giorgetti.

Sulla Manovra, assicura il responsabile del Mef, “non è stata fatta un’opera di aumento della pressione fiscale ma di redistribuzione della pressione fiscale”. Quanto alla tassazione sugli extraprofitti, precisa il ministro, si tratta di una misura “discrezionale”: “Alle banche diamo la possibilità di liberare riserve ad una aliquota più vantaggiosa”. Mentre sul piano Casa, aggiunge il titolare di via XX Settembre, “oltre ai 660 milioni stanziati nella scorsa legge di bilancio, c’è il Fondo sociale per il clima”. Esulta Tajani, che a nome di Forza Italia chiedeva di evitare tasse sugli extraprofitti delle banche: “Non ci saranno, questo vuol dire che c’è stato un lavoro condiviso”. Conferma Giorgetti: “Crediamo che l’impatto delle misure adottate nei confronti del sistema bancario e assicurativo, sia assolutamente sopportabile”. Mentre Salvini si dice soddisfatto per la rottamazione delle cartelle esattoriali: “Ossigeno per 16 milioni di italiani: 9 anni di rate tutte uguali, senza una maxi rata di ingresso e senza sanzioni. Sono 108 rate tutte uguali”.

Polemizza però l’opposizione. Secondo Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato Avs, la Manovra “è un atto di ingiustizia sociale, taglia servizi e rinuncia a tassare i grandi profitti. Il governo ha chiesto alle banche un contributo truffa, che non è una tassa ma un’anticipazione fiscale”. Manovra “brodino – attacca Enrico Borghi, vicepresidente Iv – che non impatta in alcun modo ed è fatto solo per galleggiare”. “È la Manovra più modesta e rinunciataria degli ultimi anni”, afferma il senatore Antonio Misiani, responsabile Economia nella segreteria del Pd.

Ponte Morandi 7 anni dopo, Mattarella: “Ha segnato un punto di non ritorno”

Dimenticare è impossibile, ricordare un dovere perché non accada più. Poche persone in Italia non ricordano dov’erano e cosa facevano alle 11.36 del 14 agosto 2018, minuto esatto in cui è crollato il pezzo di Ponte Morandi, sulla A10 di Genova, inghiottendo la vita di 43 persone. La corsa a recuperare informazioni, il compulsare frenetico dei social, poi il video più virale con quella frase, “Oh Dio”, ripetuta quattro volte da chi aveva il telefono in mano, con voce rotta da paura e pianto.

Sono passati sette anni, ma le immagini sono ancora un pugno nello stomaco e, come tutti gli anni, la città della Lanterna si è riunita per commemorare le vittime. Anche oggi è stato osservato il minuto di silenzio e in contemporanea sono suonate le sirene delle navi in porto e le campane di tutta la Diocesi di Genova. Perché non è finita e forse non finirà mai, finché non si saprà tutta la verità su quello che è accaduto, a parte l’epilogo, che è l’unica, drammatica certezza di tutta questa vicenda. “Il 14 agosto 2018 segna una pagina drammatica nella storia del nostro Paese”, una “ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia”, scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato alla sindaca, Silvia Salis. Il capo dello Stato usa parole nette per ricordare la tragedia del Polcevera: “Ha segnato un severo richiamo alle responsabilità pubbliche e private in tema di sicurezza delle infrastrutture. Un punto di non ritorno a pratiche che hanno generato un disastro di quelle proporzioni”. Anche se “la rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il Ponte Genova San Giorgio, riconnettendo la Città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza”, sottolinea ancora Mattarella, “la tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza”.

Per la premier, Giorgia Meloni, “accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive” sono “obblighi morali e civili che non possono essere disattesi”. Perché “è ancora vivissima la sete di verità e giustizia, invocata con tenacia dai famigliari delle vittime e sostenuta da tutto il popolo italiano” per “una catastrofe che rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo”.

Chi quel giorno era al posto di Meloni, allo stesso modo, non riesce, né vuole dimenticare. “Il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile, se ripenso a quel 14 agosto”, scrive l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Che torna su una delle vicende più spinose dell’epoca: “Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse”, ricorda il leader M5S. Nel suo governo c’era anche Matteo Salvini, sebbene in veste diversa da quella di ministro delle Infrastrutture e dei trasporti come oggi. “Ci stringiamo alle famiglie delle vittime, ai loro cari, a tutti coloro che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di un dramma che non sarebbe mai dovuto accadere”, scrive sui social il vicepremier.

Dell’esecutivo gialloverde faceva parte pure Lorenzo Fontana, oggi presidente della Camera: “Ricordo con dolore il 14 agosto di sette anni fa, giorno del crollo del Ponte Morandi. Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità”. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, invece, era all’opposizione, ma il ricordo non si è mai spento: “Resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità”.

In sette anni molte cose sono cambiate a Genova: al posto del vuoto c’è Ponte San Giorgio, ricostruito a tempo di record, con tecniche tecnologicamente innovative e normative ad hoc che consentirono di accelerare i tempi di tutte le fasi. Se lo ricorda bene Marco Bucci, all’epoca sindaco di Genova e commissario alla ricostruzione, oggi presidente della Regione Liguria: “Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente”, dice alla cerimonia di commemorazione. “Vogliamo che non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro. Non possiamo permetterci di fare le cose male. Non possiamo permetterci tragedie come questa. È inaccettabile”. Ad ascoltarlo c’è Silvia Salis, che ha preso di recente il suo posto al Comune di Genova. Pur essendo eletta sotto la bandiera opposta a quella di Bucci, la sindaca non nega al predecessore gli onori per il lavoro fatto, assicurando che continuerà: “Questa è una ferita che non si rimarginerà mai. Una ferita per la città, per chi vi ha perso qualcuno di caro. Per questo – dice Salis – ci impegniamo non solo a portare avanti il Memoriale, ma a riempirlo di vita, di contenuti, a fare in modo che le scuole lo vivano come una tappa fissa del loro percorso educativo”. Per sempre il 14 agosto, affinché non ci sia mai più un altro 14 agosto.

Difesa, Meloni studia potenzialità di Safe con le partecipate: “Strategia su investimenti”

Dario Borriello Archiviato (per modo di dire) il discorso dei dazi Usa, è tempo di riprendere il filo del piano industriale sulla difesa. I segnali che arrivano dall’Europa non si sono mai veramente interrotti e l’Italia deve prepararsi adeguatamente al nuovo corso continentale. Ragion per cui Giorgia Meloni riunisce a Palazzo Chigi i vertici delle società partecipate che saranno tra i player di questa partita.

L’Italia è tra i Paesi che hanno chiesto a Bruxelles di attivare il Safe, acronimo di Security action for Europe, lo strumento finanziario del piano Rearm/Readiness 2030 Ue, che prevede di raccogliere sui mercati finanziari fino a 150 miliardi di euro da destinare a chi sosterrà investimenti nella difesa, nelle infrastrutture a duplice uso, nelle capacità informatiche e nelle catene di approvvigionamento strategiche. Stando a quanto filtra dal governo, Meloni ha chiesto ai manager di “avviare un confronto nell’ambito delle recenti novità tese a dare priorità alla Sicurezza e alla difesa a livello europeo, al fine di tradurre in termini di occupazione e crescita gli strumenti messi a disposizione dalla Commissione europea, quali Safe ed Escape clause (clausola di fuga), che consente ai governi nazionali di assumere impegni di spesa nel settore senza incidere sul Patto di stabilità e crescita”. Ad ascoltare le richieste della premier, che al suo fianco aveva anche il vicepremier, Antonio Tajani, e i ministri della Difesa, Guido Crosetto, e naturalmente dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, c’erano i ceo delle più importanti aziende su cui lo Stato può contare in questa nuova transizione. Dall’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, all’ad e direttore generale di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, poi i ceo di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco, e Invitalia, Bernardo Mattarella, e l’amministratore delegato e direttore generale del Gruppo Fs, Stefano Donnarumma.

Ciò che emerge dalla riunione è la necessità di “delineare una strategia che identifichi i principali punti sui quali investire, attivare più possibile investimenti dual use”, cioè che consentano di avere un ritorno anche sul piano civile, e “definire una compatibilità dei nostri investimenti con quelli attivati dai partner europei”. Il focus deve essere condotto con profondità, ma in tempi non troppo dilatati.

Le iniziative adottate in Europa non dispiacciono a Roma, soprattutto il Safe i cui debiti, soltanto pochi giorni fa, Giorgetti valutava “interessanti, perché sono più convenienti dei Btp, è una fonte di finanziamento alternativa per finanziare delle spese per la spesa di investimento della Difesa che in larga parte sono già previste e che sono già in itinere”. Sullo strumento ci punta molto la Commissione, che prevede di attivare almeno 127 miliardi di euro di potenziali appalti per la difesa. Una cifra invitante, su cui si sono accesi i riflettori dell’Italia che vuole valorizzare l’opportunità del Safe, così come altri 18 Stati membri, ad esclusione della Germania, che al momento non ha presentato manifestazioni di interesse. Non è detto che la situazione non possa cambiare nei prossimi mesi, motivo in più, per il governo, di accelerare e non rischiare di arrivare impreparato al momento clou. Che non dovrebbe essere poi troppo lontano.