Ex Ilva, scintille sindacati-governo: nuovo sciopero entro 23 novembre. Ma chiusura esclusa

Non si ricompone la frattura tra sindacati metalmeccanici e governo sul futuro dell’ex Ilva.

Dopo un nuovo tavolo a Roma tra i capi di Gabinetto della Presidenza del Consiglio e dei ministeri competenti e i rappresentanti di Fim, Fiom, Uilm, Usb e Ugl, le parti parlano lingue diverse.
Un clima franco” per Palazzo Chigi, un “confronto inaccettabile” per i sindacati. Che infatti annunciano un nuovo sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti del gruppo entro il 23 novembre, giorno dell’assemblea dei soci di Acciaierie d’Italia. “In quell’occasione si rischia di assistere ad un film già visto: non avremo risposte sul piano industriale, occupazionale e ambientale, ma continueremo a sentir parlare solo di cassa integrazione“, lamenta Michele De Palma, segretario generale Fiom. Il sindacalista solleva la “questione di dignità” per motivare lo sciopero, che sarà accompagnato, anticipa, da “iniziative articolate“.

Quello che chiedono le parti sociali è una presa di posizione da parte del Governo: “Lo Stato italiano deve decidere se sta con i lavoratori e con l’industria dell’acciaio o con una multinazionale che ad oggi non sta garantendo il rispetto degli accordi, a partire da quello del 2018, delle Istituzioni e dei lavoratori e sta utilizzando la cassa integrazione come regolatore finanziario“, spiega De Palma.

I sindacati vogliono partecipare alla realizzazione di un piano industriale, occupazionale e ambientale e chiedono che sia sostenuto tanto da risorse pubbliche quanto da risorse private. “Il governo non può essere ostaggio di Arcelor Mittal, ma avere un ruolo centrale nella trattativa per tutelare l’interesse del nostro Paese e rendere trasparente il confronto a partire dal memorandum tra il Ministro Fitto ed Arcelor Mittal“, affermano. E’ questa la chiave. La trattativa “segreta” che il ministro per gli Affari europei starebbe portando avanti con la multinazionale.

Il Governo non ha chiarito aumentando i dubbi“, scrivono i sindacati in una nota congiunta, ricordando le “condizioni drammatiche degli impianti e di incertezza dei lavoratori, sia diretti che dell’indotto“.

Concedere altri 320 milioni di fondi pubblici a Mittal sarebbe “inaccettabile per i rappresentanti dei lavoratori, che domandano di prevedere “la stessa proporzionale responsabilità e partecipazione all’investimento del socio privato, unica garanzia questa per il Paese e i lavoratori“. Senza queste condizioni, l’immissione di capitale da parte dello Stato (per un totale di 2 miliardi e 300 milioni), sarebbe, tuonano, “l’ennesimo sperpero di denaro pubblico, perché non c’è alcun impegno economico da parte di ArcelorMittal nella realizzazione degli investimenti“.

Dal canto suo, il governo vede nell’incontro un “confronto importante“, garantendo l’impegno per “l’assoluta esclusione di ipotesi di chiusura o liquidazione dello stabilimento nonché della sospensione dell’attività e ha garantito che l’obiettivo resta quello del raggiungimento nel tempo di determinati livelli di produzione“.

L’azienda Arcelor Mittal, fa sapere Palazzo Chigi, è stata diffidata dal mettere in cassa integrazione i lavoratori che si occupano di manutenzione. Una mossa che i sindacati apprezzano, tanto da chiedere il rientro al lavoro per questi addetti, per “scongiurare incidenti ben più gravi di quelli che si sono verificati“.

Sulla Cig nella legge di Bilancio è stata inserita una norma che può essere rimodulata a seconda dei livelli produttivi su cui l’azienda si è impegnata, con “l’obiettivo prioritario – sostiene il governo – di mantenere la tutela dei lavoratori“.

dario.borriello

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