“La seconda settimana della guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran ha visto il passaggio dalla guerra-lampo a quella d’attrito, rispettivamente sogno e incubo di ogni politico. Mettendo tutti davanti al fatto compiuto, il primo caso promette vantaggi a un costo minimo; rinviandone il conseguimento, il secondo logora il consenso e lascia spazio alle critiche. Il rapimento del presidente venezolano Maduro è l’esempio perfetto del primo caso; l’attacco all’Iran incarna il secondo”. Lo scrive Gregory Alegi, professore di Storia e Politica Usa alla Luiss, in un suo intervento su Il Sole 24 Ore. “Sulla carta, l’idea di decapitare il regime teocratico e oppressivo degli ayatollah sciiti con un colpo diretto alle sue fratture sembrava la quadratura del cerchio; in pratica, la tenuta del morale interno mette in crisi la distinzione tra regime e popolo, costringendo gli aggressori ad attaccare obiettivi difficili da ricondurre alla sfera militare o di regime. È una traiettoria quasi putiniana, in cui l’“operazione militare speciale’ si trasforma in guerra, erodendo quel consenso esplicito e implicito all’uccisione della Guida Suprema Alì Khamenei che era giunto da molte parti del mondo, in modo più o meno esplicito”, si legge ancora.
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