“Il ritorno in Iran degli ispettori dell’Agenzia atomica è cruciale: senza informazioni verificate sul programma nucleare e sui siti di stoccaggio non si può raggiungere un accordo efficace”. Così Kelsey Davenport, responsabile delle politiche di non proliferazione della Arms Control Association, think tank di Washington. In una intervista a Repubblica spiega: “Qualsiasi ripresa sarebbe positiva, darebbe ai negoziatori un quadro più chiaro. E, a ben vedere, è anche un obbligo legale per l’Iran”. La priorità è “trovare lo stock di uranio altamente arricchito. Se anche solo una parte non fosse contabilizzata, e se l’Aiea non potesse verificare che sia stata distrutta negli attacchi, crescerebbe il sospetto che l’Iran abbia dirottato materiale verso un piano clandestino per dotarsi della bomba”. Per neutralizzare l’uranio “Trump ora sostiene la diluizione in Iran, ed è un bene perché è più sicura che trasportare fuori dal Paese uranio arricchito al 60 per cento. Inoltre, darebbe all’Aiea il tempo di contabilizzare lo stock e monitorare il processo. Una volta diluito sotto il 5%, il materiale può essere venduto o barattato con la Russia, cosa che l’Iran ha già fatto in passato, oppure conservato presso la Banca internazionale del combustibile in Kazakhstan”.
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