“Fino a poco tempo fa, era opinione diffusa che una guerra destabilizzante nel cuore petrolifero del Medio Oriente avrebbe avuto pesanti ripercussioni per la Cina, principale importatore di petrolio, e soprattutto per la sua economia, ormai in fase di rallentamento. Ma tali supposizioni sono state smentite dai fatti. Finora la Cina dimostra di saper resistere alla guerra israelo-americana contro l’Iran molto meglio dei Paesi vicini, avanzando con cautela e pronta a cogliere le buone occasioni che potrebbero profilarsi all’orizzonte”. Lo scrive Ian Bremmer, politologo e fondatore di Eurasia, in un suo intervento su Il Corriere della Sera. “Non sembra neppure che la Cina sia stata penalizzata da quest’ultima guerra, né dai massicci bombardamenti attorno allo Stretto di Hormuz, come sarebbe stato il caso appena pochi anni fa. La Cina, infatti, vanta cospicue riserve di petrolio e ottime capacità di raffinazione, che limitano il rischio di carenze nel breve periodo. Può inoltre contare sulle importazioni tramite gasdotti e sulla produzione interna, che riducono la sua domanda di gas naturale liquefatto. Se il conflitto dovesse protrarsi, Pechino potrà rivolgersi ai suoi alleati, la Russia in particolare, nonché attingere ai suoi vasti giacimenti di carbone e alle sue fonti rinnovabili”, si legge ancora.
E infine: “La guerra potrebbe persino avvantaggiare la Cina, dal momento in cui le sue filiere di rifornimento le consentono di contenere maggiormente i costi di produzione, rispetto ad altri esportatori suoi concorrenti. Senza contare che le continue interruzioni ai rifornimenti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz rafforzeranno la richiesta delle sue tecnologie green, accelerando gli investimenti a lungo termine sull’elettrico e sulla diversificazione, a scapito dei combustibili fossili”.
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