“C’è una strana forma di continuità nel modo in cui l’America fa la guerra. Da un lato, l’amministrazione Trump ha ripudiato molte delle strategie enfatizzate nel periodo successivo all’11 settembre, in particolare il ‘Nation Building’, che era lo strumento per consolidare la stabilità nei paesi in conflitto. Sembra che i suoi generali preferiscano da una parte ricorrere ad aerei o raid con un’impronta minima sul terreno. Però, contemporaneamente, emerge una dilagante necessità di essere notati, di fare la guerra meglio degli altri, di concludere dove altri stallano. Gli strumenti che utilizzano si basano in parte su capacità di targeting sofisticate e – come nel raid contro Maduro – sullo sviluppo di forze speciali che emergono proprio da quelle guerre”. Lo dice lo scrittore Phil Klay che ha fatto la guerra in Iraq da marine. In una intervista a La Stampa poi aggiunge: “In questo caso le azioni militari sono lo strumento per affermare una propria supremazia non solo strategica, ma fisica, morale e categorica su chiunque assista, quindi su tutto il resto del mondo. Nel contesto bellico americano si è spesso parlato di interessi commerciai, che indubbiamente sono alla base anche degli ultimi interventi, ma nel caso di Trump credo che il primo obbiettivo sia quello di dimostrare quanto gli Stati Uniti possano essere muscolari”.
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