“È necessario superare una situazione in cui gli operatori di telecomunicazioni continuano a sostenere obblighi pubblicistici, investimenti infrastrutturali e costi di sicurezza senza adeguati meccanismi di compensazione”. Così il presidente Asstel, Pietro Labriola, ad di Tim, per il quale, fra le varie cose, serve anche una svolta sullo spettro (“È necessario allocare le frequenze in scadenza con una logica industriale e non meramente fiscale, premiando gli impegni di investimento nelle infrastrutture del Paese”), come pure “un Decreto Telecomunicazioni, o meglio un Decreto Connettività e Sicurezza Nazionale, capace di coordinare in modo organico tutte le riforme necessarie e di riconoscere pienamente il valore strategico delle Tlc”. Come riporta Il Sole 24 Ore, una ricerca Luiss-Asstel mette nero su bianco una tesi netta: l’attuale architettura regolatoria non è più coerente con l’ecosistema digitale e rischia di indebolire proprio l’anello da cui dipendono fibra, 5G, cloud e, in ultima analisi, la stessa sovranità tech europea. Il punto di partenza è un paradosso ormai strutturale. Tra il 2019 e il 2025 il traffico dati è salito di oltre il 280% sulle reti mobili e di oltre il 130% su quelle fisse, mentre fra il 70% e l’80% delle risorse di rete viene assorbito da poche grandi piattaforme digitali. Ma la capacità di monetizzare resta debole: nel 2024 l’Arpu mobile medio europeo (ricavi medi per utenza) si è fermato a 20,4 euro, meno della metà dei 42,4 euro degli Usa; sul fisso il confronto è 17,9 euro contro 32,8.
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