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La questione ecologica è una questione teologica. Lo mette in chiaro la CTI (Commissione teologica internazionale), che oggi, 2 settembre, pubblica il documento ‘Prendersi cura della nostra Casa comune’ in cui precisa che il modo in cui ci si prende cura del Creato rivela e struttura il rapporto con Dio.
Il testo è pubblicato con l’autorizzazione di Leone XIV, ed è frutto di riflessioni avvenute tra il 2022 e il 2025. Nel documento si mette l’accento sull'”urgenza di un cambiamento radicale promosso da una vera e propria conversione ecologica, in ragione del grave deterioramento dell’ambiente che per sé permette la vita degli esseri umani e di molte altre specie sul nostro pianeta e che ormai ci avvicina pericolosamente a un punto di rottura e di non ritorno”.
Ieri, in occasione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, istituita nel 2015 da Papa Francesco, Leone XIV ha ricordato che “la cura della nostra casa comune richiede una conversione del cuore, affinché ciò che è stato usato per portare distruzione possa invece essere orientato alla vita”.
Nella coscienza ecclesiale emerge sempre più l’urgenza di riconoscere l’esistenza di un peccato che ha a che fare con la cura del creato. Papa Bergoglio aveva già fatto riferimento a un peccato ecologico, senza che questa formulazione venisse però applicata pienamente nell’ambito della Chiesa cattolica. Ancora prima, Giovanni Paolo II, durante la sua visita apostolica in Polonia il 2 maggio 1989 aveva sollecitato i vescovi a “rendersi conto che esiste un grave peccato contro l’ambiente naturale che grava sulla nostra coscienza e che comporta una seria responsabilità nei confronti di Dio creatore”. Il sinodo sull’Amazzonia, nel suo documento finale, è stato ancora più incisivo, proponendo di definire il peccato ecologico come “un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente”. Un peccato “contro le generazioni future” e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, trasgressioni contro i principi di interdipendenza e rottura delle reti di solidarietà tra le creature e contro la virtù della giustizia. Più recentemente, Papa Leone ha insistito sulla stessa linea, denunciando che la natura diventa talvolta “uno strumento di scambio, un bene che viene negoziato per ottenere vantaggi economici o politici”.
Robert Prevost ha parlato di un creato che “si trasforma in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come dimostrano le zone agricole e le foreste che sono diventate pericolose a causa delle mine, della politica della ‘terra bruciata’, i conflitti che scoppiano intorno alle fonti d’acqua, la distribuzione ineguale delle materie prime, che penalizza le popolazioni più deboli e mina la loro stessa stabilità sociale”.
Oggi, in udienza generale, Leone ha invitato i cristiani a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo. Come “un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre ‘a suo servizio’; o una conoscenza più chiara delle ‘leggi della vita sociale’, accompagnata però da incertezze ‘sulla direzione da imprimervi’; o ancora, una maggiore disponibilità di ‘ricchezze, possibilità e potenza economica’, che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia una grande parte degli abitanti del globo ancora tormentata dalla fame e dalla miseria; oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”. In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, ha osservato il Pontefice, la Chiesa è “chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana”
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