Ombra, suoli, acqua: le città europee devono riprogettarsi per il clima

Il Landscape Festival – I Maestri del Paesaggio, la manifestazione promossa a Bergamo dall’associazione culturale Arketipos e dal Comune di Bergamo, è stato presentato oggi al Parlamento europeo, a due giorni dall’apertura della sua sedicesima edizione. L’incontro Il nuovo Rinascimento del verde. Il Landscape Festival di Bergamo si è tenuto nell’edificio Spinelli di Bruxelles su iniziativa dell’europarlamentare Giorgio Gori, sindaco di Bergamo dal 2014 al 2024. Presenti Vittorio Rodeschini, presidente di Arketipos e Andrea Cassone, presidente di AIAPP, l’associazione che riunisce i progettisti italiani.

Il tema portato davanti alle istituzioni europee è tanto concreto quanto poco presidiato: il cambiamento climatico obbliga le città a ripensare la forma dei propri spazi, e questo ripensamento non è soltanto una questione di infrastrutture o di impianti. Si gioca sulla temperatura dei suoli, sulla presenza di ombra, sul ritorno dell’acqua e delle zone umide dentro il tessuto urbano. Sono decisioni di progetto, prima che di ingegneria. E devono entrare nell’agenda ordinaria delle amministrazioni comunali, non restare confinate nei piani straordinari.

IL CLIMA SI MISURA A LIVELLO DEL SUOLO. I dati italiani più recenti dicono quanto sia largo il margine. Il progetto MIRIFICUS (acronimo di Monitoraggio di Interventi di Riforestazione Urbana), coordinato dal CNR-IBE con il supporto di ISPRA, ha misurato via satellite l’effetto degli interventi di riforestazione urbana a Roma e a Firenze. A Firenze, nelle stesse ore e nella stessa città, le aree urbane alberate registrano temperature superficiali di 35,9 gradi contro i 44,6 gradi dei tessuti edificati compatti: quasi nove gradi di differenza. Il divario medio tra aree urbane e aree rurali si attesta intorno ai 5,6 gradi, e a Napoli arriva a superare i 9. Dove si interviene con nuova vegetazione, la riduzione della temperatura superficiale supera i 4 gradi nelle ore centrali della giornata.

Il meccanismo è duplice: l’ombra intercetta la radiazione prima che raggiunga il suolo, e l’evapo-traspirazione delle piante sottrae calore all’aria. A questo si aggiunge il ruolo dell’acqua: le zone umide urbane, i sistemi di drenaggio naturale, le superfici permeabili raffrescano e allo stesso tempo assorbono le precipitazioni intense che il clima rende sempre più frequenti. Nessuno di questi effetti dipende però dalla sola quantità di verde. Dipende da dove l’ombra cade, da come le chiome sono disposte rispetto ai percorsi delle persone, da quali specie resistono alle nuove condizioni, da come l’acqua viene trattenuta. Cioè dal progetto.

BERGAMO APRIRPISTA. Bergamo si presenta a Bruxelles con due credenziali che raramente si trovano insieme. La prima è istituzionale: dall’aprile 2022 Bergamo è una delle cento città selezionate dalla Commissione europea per la missione sulle città climaticamente neutre e intelligenti entro il 2030, una delle nove italiane insieme a Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino. La seconda è culturale, e in questo caso è ciò che distingue Bergamo dalle altre novantanove: da sedici anni la città ospita la principale piattaforma italiana di confronto internazionale sul progetto di paesaggio, che ogni settembre porta in città i progettisti che stanno ridisegnando lo spazio pubblico in Europa e fuori.

È questa combinazione che il Festival ha proposto come metodo esportabile: un obiettivo climatico vincolante e una comunità di progetto capace di dargli forma. L’edizione 2026, dal 4 al 20 settembre, ne è la dimostrazione. Dopo quindici anni Piazza Vecchia abbandona il format della grande installazione vegetale per il progetto “Così è se vi appare” della paesaggista Cristina Mazzucchelli, che restituisce centralità alla piazza invece di coprirla e lavora sui suoi bordi, sui dehors, sull’ombra e sull’uso quotidiano dello spazio. All’Antico Lavatoio di via Mario Lupo, l’installazione Urban Haven # Rifugio Urbano dell’architetto Katuscia Ratto costruisce un modello di vivibilità urbana pensato esplicitamente per il tempo del riscaldamento globale. Dal 16 al 19 settembre l’Università degli studi di Bergamo ospita gli appuntamenti di alta formazione, con l’International Meeting of Landscape and Garden del 18 e 19 settembre: tra i relatori il belga Bas Smets, autore del concetto di biospheric urbanism, lo spagnolo Martí Franch, l’americana Martha Schwartz e lo studio californiano Terremoto.

LA PROPOSTA ALL’EUROPA: NON SOLO QUANTO, MA COME. Da qui la proposta avanzata al Parlamento europeo. L’Unione europea dispone già degli strumenti finanziari per accompagnare l’adattamento delle città: il programma LIFE finanzia soluzioni basate sulla natura ed è aperto agli enti locali, con co-finanziamenti fino al 60 per cento. Il punto non è la disponibilità delle risorse, ma i criteri con cui vengono assegnate. Oggi i bandi premiano soprattutto grandezze misurabili in modo semplice: metri quadri de-pavimentati, alberi messi a dimora, superfici permeabili recuperate. Sono indicatori necessari, ma insufficienti. Una piazza può essere de-pavimentata e alberata e restare uno spazio che nessuno attraversa volentieri.

L’auspicio è quindi che i programmi europei per l’adattamento urbano introducano sistematicamente criteri di qualità progettuale accanto a quelli quantitativi: l’effettiva ombreggiatura dei percorsi realmente utilizzati dalle persone, il comfort termico percepito e non solo la temperatura misurata, la continuità con il tessuto urbano esistente, l’accessibilità, la manutenibilità nel tempo, la qualità dello spazio come luogo in cui si sta. In una parola, che l’Europa finanzi non soltanto spazi più freschi, ma spazi belli per le persone che li vivono.
Non è una proposta senza precedenti. L’Unione europea ha già codificato questo approccio con il New European Bauhaus, che valuta i progetti su tre dimensioni – sostenibilità, inclusione e qualità estetica – e che con la New European Bauhaus Facility 2025-2027 dispone di circa 120 milioni di euro l’anno. Ciò che si auspica è che quei criteri escano dal perimetro dei bandi dedicati ed entrino nei programmi ordinari di finanziamento della rigenerazione urbana, come quelli Horizon, e dell’adattamento climatico, LIFE per esempio, dove passa gran parte delle risorse per la trasformazione delle città.

“Per promuovere la cultura del paesaggio e dare avvio ad un “Nuovo Rinascimento” è necessario rivolgere lo sguardo verso l’Europa. Il Landscape Festival lo fa da anni, organizzando una giornata di studi dedicata alla Convenzione Europea del Paesaggio del Consiglio d’Europa. Per la prima volta, però, ci rivolgiamo alle istituzioni dell’Unione Europea e, in particolare, al Parlamento Europeo” dichiara Vittorio Rodeschini, presidente di Arketipos.

UN METODO CHE HA GIA’ LASCIATO SEGNI IN CITTA’. L’appuntamento di Bruxelles ha portato all’attenzione delle istituzioni europee il percorso costruito a Bergamo in sedici edizioni: una collaborazione stabile tra Comune e Arketipos, allargata ad AIAPP e all’Università degli studi di Bergamo, e condivisa con imprese e professionisti attorno a una visione comune del paesaggio. Un metodo che ha lasciato in città interventi permanenti, dalle bordure di erbacee perenni di via Torquato Tasso progettate da Nigel Dunnett al progetto “Viale alle Porte” di Peter Fink per via Autostrada. Anche il progetto 2026 di Piazza Vecchia è pensato per lasciare indicazioni concrete all’Amministrazione oltre i giorni della manifestazione.

Clima, Vaticano: “Cura Creato è questione teologica, vicini a punto di non ritorno”

La questione ecologica è una questione teologica. Lo mette in chiaro la CTI (Commissione teologica internazionale), che oggi, 2 settembre, pubblica il documento ‘Prendersi cura della nostra Casa comune’ in cui precisa che il modo in cui ci si prende cura del Creato rivela e struttura il rapporto con Dio.

Il testo è pubblicato con l’autorizzazione di Leone XIV, ed è frutto di riflessioni avvenute tra il 2022 e il 2025. Nel documento si mette l’accento sull'”urgenza di un cambiamento radicale promosso da una vera e propria conversione ecologica, in ragione del grave deterioramento dell’ambiente che per sé permette la vita degli esseri umani e di molte altre specie sul nostro pianeta e che ormai ci avvicina pericolosamente a un punto di rottura e di non ritorno”.

Ieri, in occasione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, istituita nel 2015 da Papa Francesco, Leone XIV ha ricordato che “la cura della nostra casa comune richiede una conversione del cuore, affinché ciò che è stato usato per portare distruzione possa invece essere orientato alla vita”.

Nella coscienza ecclesiale emerge sempre più l’urgenza di riconoscere l’esistenza di un peccato che ha a che fare con la cura del creato. Papa Bergoglio aveva già fatto riferimento a un peccato ecologico, senza che questa formulazione venisse però applicata pienamente nell’ambito della Chiesa cattolica. Ancora prima, Giovanni Paolo II, durante la sua visita apostolica in Polonia il 2 maggio 1989 aveva sollecitato i vescovi a “rendersi conto che esiste un grave peccato contro l’ambiente naturale che grava sulla nostra coscienza e che comporta una seria responsabilità nei confronti di Dio creatore”. Il sinodo sull’Amazzonia, nel suo documento finale, è stato ancora più incisivo, proponendo di definire il peccato ecologico come “un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente”. Un peccato “contro le generazioni future” e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, trasgressioni contro i principi di interdipendenza e rottura delle reti di solidarietà tra le creature e contro la virtù della giustizia. Più recentemente, Papa Leone ha insistito sulla stessa linea, denunciando che la natura diventa talvolta “uno strumento di scambio, un bene che viene negoziato per ottenere vantaggi economici o politici”.

Robert Prevost ha parlato di un creato che “si trasforma in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come dimostrano le zone agricole e le foreste che sono diventate pericolose a causa delle mine, della politica della ‘terra bruciata’, i conflitti che scoppiano intorno alle fonti d’acqua, la distribuzione ineguale delle materie prime, che penalizza le popolazioni più deboli e mina la loro stessa stabilità sociale”.

Oggi, in udienza generale, Leone ha invitato i cristiani a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo. Come “un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre ‘a suo servizio’; o una conoscenza più chiara delle ‘leggi della vita sociale’, accompagnata però da incertezze ‘sulla direzione da imprimervi’; o ancora, una maggiore disponibilità di ‘ricchezze, possibilità e potenza economica’, che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia una grande parte degli abitanti del globo ancora tormentata dalla fame e dalla miseria; oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”. In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, ha osservato il Pontefice, la Chiesa è “chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana”

Nepal, fragile equilibrio tra clima e ghiacciai. Cnr: “Area ad altissimo rischio”

Mentre il Nepal sta ancora contando vittime e dispersi della violenta alluvione del 26 agosto, la scienza si sta concentrando sulle ragioni del disastro e su come prevenire in futuro tragedie simili.
La violenta ondata di acqua, fango e detriti che ha devastato il sistema fluviale del Bhote Koshi Trishuli (Rasuwa), al confine tra Nepal settentrionale e Tibet meridionale, è stata innescata da un’imponente valanga di ghiaccio e roccia che ha ostruito il corso del fiume Lhende Khola, originando un bacino temporaneo il cui svuotamento ha generato l’onda di piena a valle.

Gli scienziati del Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna (Icimod) e gli idrologi nepalesi da anni mettono in guardia sul fatto che un numero crescente di laghi himalayani, alimentati dal ritiro dei ghiacciai, sta diventando instabile. Il Nepal e il Tibet sopportano la quota maggiore di questo rischio nell’intera regione dell’Hindu Kush-Himalaya. Il riscaldamento dell’Himalaya sta destabilizzando il ghiaccio e l’acqua immagazzinati ad altitudini estreme, rilasciandoli poi violentemente nelle valli densamente popolate, costellate di case, strade e centrali elettriche.

Franco Salerno, dell’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISP), prova contestualizzare quanto accaduto, analizzando “l’interazione di due macro-processi”. Da un lato, il continuo sollevamento tettonico dell’Himalaya, che “rende più probabile crolli e cedimenti”. E, dall’altro, il riscaldamento globale che “degrada il permafrost e accelera la fusione glaciale”. E se è vero che gli scienziati dell’Icimod invitano alla cautela nello stabilire un nesso causale diretto per questo singolo episodio, “la sinergia tra fragilità geologica e forzante climatica trasforma inesorabilmente queste aree in ambienti ad altissimo rischio”, dice Salerno. Un rapporto collegato all’Icimod aveva individuato oltre 8.000 laghi glaciali in totale nella regione, di cui fino a 200 classificati come potenzialmente pericolosi. Queste cifre sono rimaste sostanzialmente invariate negli ultimi anni, motivo per cui 200 dovrebbe essere considerato il numero di riferimento più affidabile per l’intera regione.

Lo studio di questi disastri si inserisce nell’attività scientifica del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel cosiddetto Terzo Polo. I ricercatori del Cnr indagano le variazioni climatiche in Himalaya e il loro impatto sulle alte quote. L’Osservatorio Piramide, unico centro meteorologico in quota nell’intero arco himalayano a disporre di una serie storica ininterrotta di dati sul clima da oltre trent’anni, si trova ad appena 130 km a est della valle colpita, una distanza estremamente ridotta.

Recentemente gli scienziati del Cnr hanno sottolineato l’importanza di questo impegno nello studio ‘What is climate change doing in the Himalaya?’ pubblicato su Earth System Science Data, che mette a disposizione dati utili anche per ricostruire le anomalie termiche e di precipitazione della tragedia del 26 agosto e alcuni delicati equilibri tra clima e ghiacciai.

Già in una precedente pubblicazione su Nature Climate Change si era osservato che, “in risposta al riscaldamento globale i ghiacciai himalayani generano una ‘bolla fredda’ locale, mitigando l’eccesso di calore e il conseguente innesco di fusioni che potrebbero dare origine a valanghe. Tuttavia, questa resilienza si sta esaurendo e gli eventi criosferici estremi rischiano di essere sempre più frequenti”, osserva Nicolas Guyennon del CNR-IRSA.

Con i dati l’Osservatorio Piramide e i modelli di re-analisi “abbiamo osservato che l’Himalaya Centrale, regione dell’evento, registra un aumento delle temperature massime estive in linea con le medie asiatiche ad alta quota nell’ultimo ventennio, ma i ghiacciai sono umidi, con un regime monsonico che apporta più precipitazioni rispetto al resto del continente e li rende più sensibili agli impatti dell’aumento di temperature”, spiega ancora Salerno Franco Salerno. In 20 anni i ghiacciai in questa regione hanno perso una massa glaciale più alta rispetto alla media regionale.

Il CNR è impegnato a studiare le condizioni climatiche della regione per verificare se questa estate abbia presentato anomalie significative di temperatura o precipitazione. Nell’ambito del progetto Ice-Memory, il CNR-ISP effettuerà nel 2027 una carota di neve in prossimità della Piramide per rilevare i cambiamenti in alta quota di precipitazioni e temperatura.

Papa: “Da guerra distruzione sociale ed ecologica per generazioni”

Si impieghino le energie attualmente usate nella guerra per superare la povertà, difendere la dignità umana e riconciliare i popoli divisi. E’ la supplica di Leone XVI nel messaggio per la Giornata mondiale di Preghiera per il Creato, che sarà celebrata l’1 settembre sul tema ‘Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci’, tratto dal profeta Isaia.

I veri strumenti per costruire la pace, sottolinea Robert Prevost, “non sono le armi di distruzione, ma piuttosto la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore”. Nel testo il Pontefice lega strettamente crisi ambientale e conflitti, riflettendo su come la guerra provochi ferite che “vanno ben oltre il campo di battaglia”. Vittime, famiglie spezzate e milioni di sfollati sono accompagnati da una “distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni”, avverte il successore di Pietro.

I conflitti, osserva Leone, distruggono ecosistemi, contaminano aria e acqua e compromettono la sicurezza alimentare, alimentando povertà, disuguaglianza e nuove tensioni. Per il Papa, guerra e degrado ambientale sono dunque manifestazioni di una stessa crisi. “Questi fenomeni non sono slegati”, scrive, ma costituiscono “un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito”.

Il riferimento alle spade trasformate in aratri diventa così un appello a un cambio di passo. La trasformazione, però, non può essere soltanto politica o economica. Deve partire dal cuore dell’uomo. Il Papa parla di un “fallimento morale e spirituale” alla radice della guerra, legato al desiderio di dominio, alla ricerca del profitto immediato e alla perdita del senso del limite. “Per costruire una società pacifica, non dobbiamo solo riformare le strutture, ma anche rinnovare i nostri cuori”, sottolinea.

Da qui la richiesta di una “conversione ecologica”, in cui quello che è stato utilizzato per distruggere può essere “reindirizzato verso la vita”, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del Creato. Leone XIV invita quindi a proteggere i diversi ‘ecosistemi’ affidati all’uomo: quello naturale, quello delle relazioni e quello interiore. La pace, ribadisce, “comincia nel cuore” e da lì si riflette nelle comunità e nel mondo.

caldo

Caldo, 17 città da bollino rosso. Ministero della Salute convoca la cabina di regia

La morsa del caldo torrido non concede tregua all’Italia e all’Europa intera ma dal monitoraggio sanitario arrivano i primi dati ufficiali sulla mortalità. I flussi relativi ai decessi nella popolazione over 65 e agli accessi ai pronto soccorso – ha fatto sapere la Cabina di regia interistituzionale prevista dal Piano operativo nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo, riunitasi oggi al Ministero della Salute – non registrano, al momento, picchi significativi in concomitanza con l’arrivo delle prime ondate di calore.

Il monitoraggio non si ferma, anzi si estende. La Cabina di regia ha disposto l’integrazione sperimentale, nelle Aziende sanitarie di alcune grandi città, di un sistema di sorveglianza mirato sugli accessi ai Centri di salute mentale territoriali. Una decisione supportata anche dai dati del numero di pubblica utilità 1500 (che ha già ricevuto 300 chiamate dal 22 giugno): se il 57% dei cittadini ed anziani che telefonano chiede supporto per problemi cardiocircolatori, ben il 37% segnala tematiche psico-sociali legate al disagio termico. Nelle prossime ore verrà inviata una circolare specifica che regolerà anche la gestione sanitaria dei grandi eventi all’aperto, in raccordo con le autorità locali.

Se la mortalità per ora tiene, però, la situazione meteorologica nelle prossime 24, 48 e 72 ore si preannuncia critica. I bollettini ministeriali, attivi fino al 20 settembre, segnalano ben 17 città da bollino rosso per tutto il fine settimana (25-27 giugno): Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Milano, Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Torino, Venezia, Verona e Viterbo. Sabato il codice rosso scatterà anche a Campobasso, Palermo, Reggio Calabria e Trieste.

Il caldo non risparmia le strutture pubbliche: a Palermo, la non operatività dei condizionatori ha costretto il Tribunale a sospendere le udienze penali per invivibilità dei locali. L’anomalia non è solo italiana. L’Agenzia Spaziale Europea (Esa), tramite i dati satellitari di Copernicus Sentinel-3, ha rilevato temperature del suolo impressionanti a causa di una “cupola di calore” ad alta pressione stazionaria sul continente: 48°C a Madrid, 44°C a Roma e fino a 55°C superficiali in ampie zone della Spagna centrale e della Francia occidentale.

Gli esperti del Cnr e dell’Anbi avvertono che non si tratta degli effetti di El Niño, ma di un surriscaldamento strutturale. Il Mediterraneo occidentale sta registrando le anomalie termiche marine più marcate al mondo, accumulando energia che i meteorologi temono si trasformerà presto in nubifragi e grandinate intense.

Nel Nord Italia si aggrava parallelamente la crisi idrica, con la portata del fiume Po scesa sotto i 300 metri cubi al secondo a Pontelagoscuro e il cuneo salino risalito per 20 chilometri, bloccando l’irrigazione nel rodigino. Le previsioni del progetto Worklimate, incrociate da Greenpeace e Cgil con i dati Istat, stimano che nei prossimi tre giorni ben 1,5 milioni di lavoratori italiani (soprattutto in edilizia, trasporti, logistica e manutenzione del verde) saranno esposti a rischi severi per la salute. Le aree più colpite sono le città metropolitane di Roma (427 mila esposti), Milano (347 mila) e Napoli (133 mila). Il dato ha scatenato la reazione delle opposizioni. Il Partito Democratico, tramite Marina Sereni e Annalisa Corrado, accusa il governo di “negazionismo” di fronte a quella che definiscono una priorità di sicurezza nazionale, ricordando le 63.000 morti attribuibili al caldo in Europa nel 2024. All’attacco anche il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, che denunciano la “sparizione” dal Consiglio dei ministri di lunedì del decreto per la cassa integrazione in deroga per le aziende che sospendono l’attività a causa del caldo eccezionale. “La salute dei lavoratori è a rischio, cosa impedisce al governo Meloni di intervenire con urgenza?”, attaccano i capigruppo parlamentari.

Tags:
, ,
caldo record

L’Europa e l’Italia nella morsa del caldo. Oggi bollino rosso in 16 città

L’Europa si prepara ad affrontare un’altra giornata di ondata di calore senza precedenti, che ha già fatto registrare temperature record in molti paesi. Il ministero della Salute ha dichiarato l’allerta rossa per ondata di calore in 16 città per la giornata di mercoledì, tra cui Milano, Roma e Torino. Lorenzo Tedici, meteorologo responsabile media de iLMeteo.it, conferma che i temporali di questi giorni non portano alcun vero sollievo. Il motivo è prettamente fisico: non sono associati al transito di una perturbazione atlantica accompagnata da aria fresca in quota (che durante le precipitazioni si riverserebbe verso il suolo), ma sono generati esclusivamente dall’eccesso di calore e dalla rapida saturazione del vapore acqueo nell’atmosfera.

Nel Regno Unito si prevedono temperature fino a 40°C in alcune zone. Martedì la Francia ha registrato la giornata più calda di sempre, mentre negli ultimi giorni si sono verificati 40 annegamenti in tutto il Paese, avvenuti mentre nuotavano in zone non sorvegliate. Secondo i dati governativi, oltre il 90% della popolazione francese è esposta a temperature estreme, con valori previsti tra i 39°C e i 41°C per mercoledì, dalla Bretagna alla regione di Parigi e in gran parte del sud-ovest.

Secondo gli esperti, le condizioni meteorologiche estreme sono causate da modelli atmosferici e di circolazione che intrappolano l’aria calda per giorni, provocando un lento aumento delle temperature. Questi fattori sono ulteriormente aggravati dal riscaldamento globale. Da mercoledì almeno fino a venerdì, le zone centrali e meridionali dei Paesi Bassi saranno interessate da un’allerta arancione per caldo estremo. I residenti di Amsterdam in possesso di un abbonamento cittadino potranno nuotare gratuitamente in sei piscine all’aperto della città, mentre la compagnia ferroviaria nazionale ridurrà il numero di treni su diverse tratte a partire da mercoledì, a causa delle alte temperature previste.

Nei prossimi giorni, l’ondata di calore dovrebbe estendersi all’Europa orientale. Il servizio meteorologico polacco, come riferisce il Guardian, ha emesso un’allerta caldo di livello elevato per la parte occidentale del paese, valida da giovedì a sabato, prevedendo temperature che potrebbero battere i record. Anche la popolare costa adriatica della Croazia è stata posta in allerta rossa per venerdì e sabato.

L’Ungheria, già sotto allerta caldo di secondo livello, ha annunciato che innalzerà il livello di allerta al massimo da sabato a martedì, a causa del continuo aumento delle temperature.

Nel nostro Paese, l’apice di questa lunghissima e logorante ondata di calore è atteso tra domenica e lunedì. I modelli confermano uno scenario biometeorologico difficilissimo, specialmente per il Centro-Nord: si toccheranno picchi reali di 41°C tra Toscana ed Emilia, mentre lungo la costa ligure la combinazione di alte temperature e umidità estrema farà schizzare le temperature percepite fino a 45°C.

Allarme Unicef: Oltre 1 miliardo di bambini esposto ad almeno tre pericoli climatici

(Foto: Unicef)

Quasi la metà dei bambini del mondo – ovvero 1,1 miliardi – è ora esposta ad almeno tre pericoli climatici sovrapposti, che minacciano la loro salute, istruzione e sopravvivenza. Lo rivela un nuovo rapporto dell’Unicef, secondo il quale quasi ogni bambino nel mondo è esposto ad almeno un pericolo climatico, mentre oltre 4 milioni potrebbero trovarsi ad affrontare fino a sei pericoli sovrapposti.

Il ‘Rapporto sui rischi climatici per l’infanzia 2026’ utilizza i dati disponibili più recenti per mappare l’esposizione dei bambini alle otto minacce climatiche più frequenti, tra cui inondazioni costiere, siccità, calore estremo, incendi, ondate di calore, inondazioni fluviali, tempeste di sabbia e polvere e tempeste tropicali. Per la prima volta, il rapporto rivela esattamente dove – e con quale intensità – le minacce climatiche multiple e sovrapposte stanno colpendo i bambini e i servizi sociali essenziali da cui dipendono, e come i governi possono intraprendere azioni concrete per rispondere.

La siccità, il caldo estremo e le ondate di calore sono la combinazione più diffusa di pericoli climatici, con oltre 296 milioni di bambini che vivono in aree esposte a tutte e tre le condizioni, secondo i risultati. La seconda combinazione più comune – siccità, caldo estremo e tempeste tropicali – espone oltre 115 milioni di bambini in tutto il mondo a queste minacce sovrapposte.

I paesi ad alto reddito non sono immuni da shock climatici concomitanti. In Italia, ad esempio, i dati mostrano che oltre 6 milioni di bambini sono esposti a ondate di calore prolungate e alla siccità. Il 92,89% dei bambini è esposto ad almeno 1 pericolo; il 68,32 % ad almeno 2 pericoli; il 9,86% ad almeno 3 pericoli; meno dell’1% a più di 4. Per quanto riguardi i singoli fattori di rischio, quelli con maggiore incidenza sono la siccità, a cui è esposto il 73,24 % dei bambini (di età inferiore ai 18 anni) – rischio elevato – e le ondate di calore che colpiscono l’82,99 % dei bambini; il 66,78% dei più piccoli è esposto a ondate di calore frequenti. Fra i fenomeni a rischio basso si ritrovano gli incendi con l’esposizione del 6,44% dei bambini, seguono poi le inondazioni fluviali cui è esposto il 5,66% dei bambini e, infine, le inondazioni costiere cui è esposto lo 0,59% dei bambini. Tuttavia, per l’Unicef, il nostro Paese dimostra come “gli investimenti nell’adattamento ai cambiamenti climatici possano mitigare alcuni dei rischi che i bambini devono affrontare, sottolineando al contempo la necessità di ulteriori interventi man mano che la crisi climatica si intensifica”.

Nella regione africana del Sahel, una delle più colpite, oltre 4 milioni di bambini affrontano la triplice minaccia di ondate di calore, caldo estremo e tempeste di sabbia e polvere, mentre in paesi dell’Asia, come ad esempio Bangladesh, Myanmar e Pakistan, i bambini sono esposti a più pericoli climatici contemporaneamente e con un’intensità maggiore rispetto a qualsiasi altra parte del mondo.

“Le vite dei bambini – dichiara Catherine Russell, direttrice generale dell’Unicef – continuano a essere sconvolte dall’impatto di ondate di calore, incendi boschivi, siccità e inondazioni. La metà dei bambini del mondo vive oggi con almeno tre minacce climatiche sovrapposte che influenzano la loro vita quotidiana”.

Oltre agli otto pericoli climatici più frequenti, il rapporto analizza l’esposizione dei bambini all’inquinamento atmosferico e alla malaria, due rischi altamente sensibili agli effetti dei cambiamenti climatici. I dati mostrano che l’inquinamento atmosferico colpisce quasi tutti i bambini a livello globale, mentre 1 miliardo di bambini è esposto alla malaria, aggiungendo un ulteriore livello di pericolo per i bambini che già affrontano molteplici pericoli climatici. In Italia il 91,98% dei bambini è esposto all’inquinamento atmosferico (PM. 2.5), che rappresenta un rischio elevato.

Il rapporto presenta inoltre un quadro di riferimento per analizzare i diversi tipi di rischi che i bambini devono affrontare, in base alla loro esposizione agli shock climatici e alla loro vulnerabilità, determinata dall’accesso a servizi sociali essenziali quali l’assistenza sanitaria, l’acqua potabile, l’istruzione e altro ancora. L’approccio può essere applicato in diversi modi, dall’analisi dei rischi legati a pericoli climatici singoli o multipli all’esame dei rischi trasversali ai vari settori, mettendo in luce le minacce che i bambini devono affrontare in contesti diversi.

Ad esempio, se si considerano congiuntamente i molteplici rischi e le vulnerabilità, i bambini dei paesi senza sbocco sul mare e fragili come la Repubblica Centrafricana o il Ciad devono affrontare rischi climatici che si sovrappongono, non avendo allo stesso tempo accesso ai servizi di base, il che rende molto più difficile per loro far fronte alla situazione e riprendersi. Nel rapporto si osserva inoltre che tutti i bambini dei 24 piccoli Stati insulari in via di sviluppo, da Haiti a Vanuatu, sono esposti a tempeste tropicali, che possono mettere in ginocchio intere isole in un colpo solo e sovraccaricare i servizi essenziali.

“Senza sforzi urgenti per ridurre le emissioni di gas serra, i rischi climatici diventeranno più frequenti e gravi, mettendo a dura prova i bilanci e i sistemi governativi e minacciando il benessere dei bambini”, avverte il rapporto. Per proteggere i diritti dei bambini dalle minacce climatiche e adattarsi ai crescenti cambiamenti ambientali, l’Unicef propone ai governi, alle imprese e agli attori coinvolti diverse soluzioni, che vanno dall’eliminazione dei combustibili fossili al miglioramento della resilienza dei servizi sociali, fino al potenziamento dei sistemi di allerta precoce e dei sistemi di protezione sociale in grado di rispondere agli shock.

Infine, l’Unicef li invita a consentire ai bambini e ai giovani di partecipare in modo significativo all’azione per il clima investendo nell’istruzione, nelle conoscenze e nelle competenze in materia di clima e rafforzando la capacità dei decisori e degli esperti di rispettare i diritti dei bambini di essere ascoltati, la libertà di espressione e la partecipazione alle decisioni che incidono sulle loro vite.

“Questa analisi – conclude Russel – può aiutare i governi e i responsabili politici a pianificare meglio e a investire in modo più efficace in servizi resilienti. Quando rafforziamo i sistemi sanitari e scolastici e miglioriamo le infrastrutture tenendo conto dei bambini, li proteggiamo dalle minacce climatiche odierne e contribuiamo a garantire il loro futuro”.

G7 Ambiente, impegno comune su finanza per la natura e lotta Pfas. Pichetto: “Immobili sicuri”

“In questo G7 abbiamo riscontrato un’unità e un impegno condiviso da parte di tutti i membri, con l’obiettivo di portare una posizione comune alle tre COP previste per quest’anno”. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sintetizza così il senso della ministeriale di Parigi che si chiude oggi. Il titolare dell’Ambiente vede nei Paesi membri una funzione di traino che deve continuare, nonostante le assenze pesanti di alcuni temi nel dibattito ufficiale.

Il vertice francese, al via ieri, ha prodotto una serie di azioni concrete per affrontare le crisi ambientali attraverso nuove coalizioni internazionali. Tra i risultati principali spicca la nascita della Nature & People Finance Alliance. L’iniziativa serve a coordinare i fondi per la protezione e il ripristino della natura, cercando di coinvolgere in modo massiccio i privati e le organizzazioni filantropiche. Sul fronte della sicurezza del territorio, la presidenza francese ha lanciato il Partenariato per la resilienza immobiliare per la prosperità, siglato con l’acronimo RER4P. Pichetto ha spiegato che affrontare la vulnerabilità degli edifici ai rischi naturali richiede un cambio di prospettiva, perché “non possiamo limitarli a reagire agli eventi, ma dobbiamo costruire un sistema capace di anticiparli, mitigarne gli effetti e adattarsi nel tempo”.

Il ministro ha posto l’accento sulla natura multilivello di questa sfida, ricordando che l’Italia possiede un patrimonio edilizio storico e culturale che richiede interventi delicati. “In Paesi come l’Italia questo patrimonio rappresenta un valore economico e anche identitario: proteggerlo significa salvaguardare la nostra storia e il nostro tessuto sociale”, ha ribadito durante i lavori. Per ridurre i rischi, secondo Pichetto, serve investire nella conoscenza tramite mappature e strumenti digitali, ma bisogna anche “prevedere adeguati strumenti finanziari” e promuovere una vera cultura della prevenzione.

Il vertice ha toccato anche il tema delle risorse idriche e dell’inquinamento chimico. I paesi hanno confermato la volontà di rafforzare la coalizione del G7 sull’acqua, puntando a contrastare i contaminanti emergenti. Il riferimento esplicito è ai Pfas, le sostanze chimiche persistenti che preoccupano i sistemi sanitari europei. Accanto a questo, i ministri hanno approvato un’alleanza per la gestione delle aree marine protette e un piano contro la pesca illegale, con l’obiettivo di migliorare la trasparenza e la sorveglianza dei mari.

Nonostante l’ottimismo del ministro, che vede nei paesi G7 un gruppo che deve “continuare a svolgere una funzione di traino”, non sono mancate le polemiche esterne. Il tema del cambiamento climatico è rimasto infatti fuori dall’agenda ufficiale, una scelta che ha spinto Luca De Gaetano, presidente di Plastic Free, a una critica severa. Per l’associazione, un vertice ambientale che evita il clima è una decisione politica precisa, dato che la crisi climatica è il perno attorno a cui ruotano biodiversità e desertificazione. “Ignorarla rischia di indebolire qualsiasi confronto”, ha dichiarato De Gaetano, sottolineando che la diplomazia non può diventare un alibi per rinviare i temi urgenti. Il G7 ha comunque guardato all’innovazione tecnologica, confermando l’organizzazione di una Giornata dell’Innovazione per il 2026. Si è parlato inoltre di economia circolare e del passaporto digitale dei prodotti, uno strumento tecnico per tracciare la sostenibilità dei beni di consumo. Pichetto ha concluso ribadendo che la condivisione di esperienze tra i grandi della Terra rappresenta una opportunità concreta per migliorare la capacità di risposta di fronte alle emergenze del pianeta.

Clima, gennaio 2026 è il quinto più caldo mai registrato

Gennaio 2026 è stato il quinto più caldo mai registrato e ha mostrato estremi di temperatura contrapposti tra emisfero settentrionale ed emisfero meridionale. Lo riferisce il Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus (C3S) implementato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF). E’ stato, inoltre, rilevato che la temperatura del mese è stata di 1,47 °C superiore alle temperature preindustriali. “Il mese di gennaio 2026 ci ha ricordato in modo evidente – dice Samantha Burgess, Responsabile strategico per il clima dell’ECMWF – che il sistema climatico può talvolta portare contemporaneamente un clima molto freddo in una regione e un caldo estremo in un’altra. Mentre le attività umane continuano a causare un riscaldamento a lungo termine, questi eventi recenti evidenziano che la resilienza e l’adattamento ai fenomeni estremi sono in aumento fondamentali per preparare la società ad affrontare i maggiori rischi climatici in futuro”.

Nelle ultime settimane di gennaio, l’emisfero settentrionale ha subito forti ondate di freddo in quanto una corrente a getto polare ad andamento ondulato ha riversato aria gelida in Europa e America settentrionale (come mostrato nell’immagine riportata sopra). Ciò ha fatto sì che l’Europa registrasse il gennaio più freddo dal 2010, con una temperatura media di -2,34 °C. Nonostante questi episodi di freddo, le temperature del mese di gennaio sono state superiori alla media in gran parte del globo, comprese vaste zone dell’Artico e dell’America settentrionale occidentale (come mostrato nella mappa del mondo riportato di seguito).

Nell’emisfero meridionale, il caldo record ha alimentato condizioni estreme, tra cui incendi boschivi che sono diventati drammatici nella seconda metà di gennaio, come evidenziato dal Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus (CAMS, Copernicus Atmosphere Monitoring Service). Tra questi vi sono stati incendi intensi che hanno causato vittime in Australia, Cile e Patagonia.

Le forti piogge dell’ultima settimana del mese nell’Africa meridionale hanno provocato gravi inondazioni, in particolare in Mozambico, con un impatto catastrofico sulla vita e sui mezzi di sussistenza delle persone.

Nell’Artico, l’estensione media del ghiaccio marino nel mese di gennaio è stata del 6% inferiore alla media, il terzo valore più basso mai registrato per quel mese. A livello regionale, la concentrazione di ghiaccio marino è stata molto inferiore alla media nel Mare di Barents settentrionale, tra le Svalbard e la Terra di Francesco Giuseppe, così come nella Baia di Baffin e nel Mare del Labrador, in concomitanza con temperatura dell’aria superficiale molto superiore alla media in quelle regioni. Nella regione Antartica, l’estensione mensile del ghiaccio marino è stata dell’8% inferiore alla media, collocandosi al di fuori delle 10 estensioni più basse mai registrate per il mese. Le concentrazioni di ghiaccio marino intorno all’Antartide sono state superiori alla media nel Mare di Weddell, ma generalmente inferiori alla media in altri settori oceanici, in particolare nel Mare di Bellingshausen.

Milano-Cortina, lo studio: sponsor inquinanti sciolgono neve da cui dipendono i Giochi

I Giochi invernali sono l’evento più importante del calendario degli sport invernali, con un’audience di circa due miliardi di persone. Tuttavia, l’organizzazione di questo mega-evento comporta emissioni significative, proprio mentre gli sport invernali stanno diventando estremamente vulnerabili ai cambiamenti climatici, con numerose stazioni sciistiche che non sono più redditizie a causa della perdita di neve. Il rapporto stima che l’organizzazione dei giochi da sola emetterà circa 930.000 tonnellate di anidride carbonica equivalente; si stima che causerà la perdita di 2,3 chilometri quadrati di manto nevoso e oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio dei ghiacciai. Ma, se si considerano solo tre degli accordi di sponsorizzazione inquinanti dei Giochi, questa cifra aumenta del 40%.

Utilizzando una metodologia economica e ambientale combinata, il rapporto, pubblicato in collaborazione con la campagna guidata dagli atleti, Champions for Earth, stima che gli accordi di sponsorizzazione ad alto contenuto di carbonio potrebbero indurre emissioni aggiuntive di circa 1.300.000 tCO2e. Grazie alle relazioni matematiche individuate dai ricercatori sul clima, è ora possibile stimare la perdita di neve e ghiaccio derivante da una determinata quantità di emissioni. Il rapporto stima che, insieme, le emissioni dirette derivanti dall’allestimento dei Giochi, più le emissioni di sponsorizzazione legate ai tre accordi con i principali inquinatori, porteranno a una perdita di circa 5,5 chilometri quadrati di manto nevoso e a oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio dei ghiacciai.

Stuart Parkinson, direttore di Scientists for Global Responsibility, scienziato del clima e autore principale del rapporto, ha dichiarato, “Anche senza la crescente montagna di prove scientifiche sull’impatto del riscaldamento globale sugli sport invernali, è abbastanza evidente per chiunque visiti le montagne reali che la copertura nevosa si sta perdendo e i ghiacciai si stanno sciogliendo. Questo rapporto si aggiunge a tali prove dimostrando che gli stessi sport invernali contribuiscono a tale impatto sia direttamente attraverso le loro emissioni di carbonio sia promuovendo i principali inquinatori attraverso la pubblicità e le sponsorizzazioni. Ma questo significa anche che gli sport invernali possono essere parte della soluzione, ripulendo le proprie azioni e abbandonando gli sponsor sporchi“.

Negli ultimi cinque anni, l’Italia, che presto ospiterà le Olimpiadi invernali del 2026, ha perso 265 stazioni sciistiche. Anche la Francia, che ospiterà i Giochi del 2030, ha visto la perdita di oltre 180 stazioni sciistiche alpine, mentre la Svizzera ha visto chiudere 55 impianti di risalita e funivie. La scomparsa della neve a causa del riscaldamento globale è uno dei fattori principali che minano gli sport invernali, con i Giochi sempre più dipendenti dalla neve artificiale. Eppure i Giochi continuano a promuovere società fortemente inquinanti, alimentando questo stesso riscaldamento globale. Senza cambiamenti, Milano Cortina passerà il testimone dello scioglimento della neve e del ghiaccio ai padroni di casa francesi delle Alpi del 2030.

Ma, invece di essere un cartellone pubblicitario per le emissioni di anidride carbonica alla base del collasso climatico, i Giochi invernali potrebbero attingere alla propria storia recente per essere un manifesto del progresso verso uno sport pulito e privo di inquinamento. “Le Olimpiadi invernali hanno già dimostrato di poter guidare il progresso. Ispirati dagli atleti, dagli esperti di salute e dagli scienziati, che si sono espressi sulla posta in gioco, i Giochi di Calgary del 1988 hanno preso una posizione decisiva contro la pubblicità e la sponsorizzazione del tabacco. Questo ha permesso di liberare le Olimpiadi e lo sport in generale dall’influenza letale del tabacco. Ora che il numero di morti dovuto all’inquinamento atmosferico da combustibili fossili è pari a quello del tabacco, è tempo che le Olimpiadi seguano il loro stesso precedente e mettano fine a un legame che minaccia non solo i loro atleti, ma la loro stessa esistenza“, sottolinea Andrew Simms, co-direttore del New Weather Institute. “La gioia della neve, del ghiaccio e degli inverni freddi è qualcosa da custodire e che voglio che i bambini del futuro sperimentino – ricorda Anna Jonsson del New Weather Institute Sweden -. Quando si celebra la Giornata Mondiale della Neve, gli organismi che governano gli sport invernali, come la FIS e il CIO, invece di offrire parole vuote dovrebbero fare la differenza. Il modo migliore per dimostrare un autentico amore per la neve sarebbe smettere di promuovere le aziende inquinanti che rovinano il futuro degli sport invernali“.

Come atleta la cui gioia e il cui sostentamento derivano dallo sci, voglio un mondo in cui questo sport possa continuare. Le Olimpiadi genereranno sempre emissioni e la loro riduzione deve essere una priorità. Ma l’influenza maggiore dei Giochi è il segnale che inviano al mondo. Quando questo segnale è guidato dalla sponsorizzazione dei combustibili fossili, è in diretta contraddizione con la scienza del clima e minaccia il futuro degli sport invernali“, osserva lo sciatore di fondo professionista svedese Björn Sandström. Secondo il rapporto, le azioni più efficaci per ridurre le emissioni sarebbero quelle di porre fine agli accordi di sponsorizzazione con aziende ad alto contenuto di carbonio, evitare la costruzione di nuove sedi e altre infrastrutture e ridurre significativamente il numero di spettatori che viaggiano in aereo.