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Caldo, 17 città da bollino rosso. Ministero della Salute convoca la cabina di regia

La morsa del caldo torrido non concede tregua all’Italia e all’Europa intera ma dal monitoraggio sanitario arrivano i primi dati ufficiali sulla mortalità. I flussi relativi ai decessi nella popolazione over 65 e agli accessi ai pronto soccorso – ha fatto sapere la Cabina di regia interistituzionale prevista dal Piano operativo nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo, riunitasi oggi al Ministero della Salute – non registrano, al momento, picchi significativi in concomitanza con l’arrivo delle prime ondate di calore.

Il monitoraggio non si ferma, anzi si estende. La Cabina di regia ha disposto l’integrazione sperimentale, nelle Aziende sanitarie di alcune grandi città, di un sistema di sorveglianza mirato sugli accessi ai Centri di salute mentale territoriali. Una decisione supportata anche dai dati del numero di pubblica utilità 1500 (che ha già ricevuto 300 chiamate dal 22 giugno): se il 57% dei cittadini ed anziani che telefonano chiede supporto per problemi cardiocircolatori, ben il 37% segnala tematiche psico-sociali legate al disagio termico. Nelle prossime ore verrà inviata una circolare specifica che regolerà anche la gestione sanitaria dei grandi eventi all’aperto, in raccordo con le autorità locali.

Se la mortalità per ora tiene, però, la situazione meteorologica nelle prossime 24, 48 e 72 ore si preannuncia critica. I bollettini ministeriali, attivi fino al 20 settembre, segnalano ben 17 città da bollino rosso per tutto il fine settimana (25-27 giugno): Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Milano, Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Torino, Venezia, Verona e Viterbo. Sabato il codice rosso scatterà anche a Campobasso, Palermo, Reggio Calabria e Trieste.

Il caldo non risparmia le strutture pubbliche: a Palermo, la non operatività dei condizionatori ha costretto il Tribunale a sospendere le udienze penali per invivibilità dei locali. L’anomalia non è solo italiana. L’Agenzia Spaziale Europea (Esa), tramite i dati satellitari di Copernicus Sentinel-3, ha rilevato temperature del suolo impressionanti a causa di una “cupola di calore” ad alta pressione stazionaria sul continente: 48°C a Madrid, 44°C a Roma e fino a 55°C superficiali in ampie zone della Spagna centrale e della Francia occidentale.

Gli esperti del Cnr e dell’Anbi avvertono che non si tratta degli effetti di El Niño, ma di un surriscaldamento strutturale. Il Mediterraneo occidentale sta registrando le anomalie termiche marine più marcate al mondo, accumulando energia che i meteorologi temono si trasformerà presto in nubifragi e grandinate intense.

Nel Nord Italia si aggrava parallelamente la crisi idrica, con la portata del fiume Po scesa sotto i 300 metri cubi al secondo a Pontelagoscuro e il cuneo salino risalito per 20 chilometri, bloccando l’irrigazione nel rodigino. Le previsioni del progetto Worklimate, incrociate da Greenpeace e Cgil con i dati Istat, stimano che nei prossimi tre giorni ben 1,5 milioni di lavoratori italiani (soprattutto in edilizia, trasporti, logistica e manutenzione del verde) saranno esposti a rischi severi per la salute. Le aree più colpite sono le città metropolitane di Roma (427 mila esposti), Milano (347 mila) e Napoli (133 mila). Il dato ha scatenato la reazione delle opposizioni. Il Partito Democratico, tramite Marina Sereni e Annalisa Corrado, accusa il governo di “negazionismo” di fronte a quella che definiscono una priorità di sicurezza nazionale, ricordando le 63.000 morti attribuibili al caldo in Europa nel 2024. All’attacco anche il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, che denunciano la “sparizione” dal Consiglio dei ministri di lunedì del decreto per la cassa integrazione in deroga per le aziende che sospendono l’attività a causa del caldo eccezionale. “La salute dei lavoratori è a rischio, cosa impedisce al governo Meloni di intervenire con urgenza?”, attaccano i capigruppo parlamentari.

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L’Europa e l’Italia nella morsa del caldo. Oggi bollino rosso in 16 città

L’Europa si prepara ad affrontare un’altra giornata di ondata di calore senza precedenti, che ha già fatto registrare temperature record in molti paesi. Il ministero della Salute ha dichiarato l’allerta rossa per ondata di calore in 16 città per la giornata di mercoledì, tra cui Milano, Roma e Torino. Lorenzo Tedici, meteorologo responsabile media de iLMeteo.it, conferma che i temporali di questi giorni non portano alcun vero sollievo. Il motivo è prettamente fisico: non sono associati al transito di una perturbazione atlantica accompagnata da aria fresca in quota (che durante le precipitazioni si riverserebbe verso il suolo), ma sono generati esclusivamente dall’eccesso di calore e dalla rapida saturazione del vapore acqueo nell’atmosfera.

Nel Regno Unito si prevedono temperature fino a 40°C in alcune zone. Martedì la Francia ha registrato la giornata più calda di sempre, mentre negli ultimi giorni si sono verificati 40 annegamenti in tutto il Paese, avvenuti mentre nuotavano in zone non sorvegliate. Secondo i dati governativi, oltre il 90% della popolazione francese è esposta a temperature estreme, con valori previsti tra i 39°C e i 41°C per mercoledì, dalla Bretagna alla regione di Parigi e in gran parte del sud-ovest.

Secondo gli esperti, le condizioni meteorologiche estreme sono causate da modelli atmosferici e di circolazione che intrappolano l’aria calda per giorni, provocando un lento aumento delle temperature. Questi fattori sono ulteriormente aggravati dal riscaldamento globale. Da mercoledì almeno fino a venerdì, le zone centrali e meridionali dei Paesi Bassi saranno interessate da un’allerta arancione per caldo estremo. I residenti di Amsterdam in possesso di un abbonamento cittadino potranno nuotare gratuitamente in sei piscine all’aperto della città, mentre la compagnia ferroviaria nazionale ridurrà il numero di treni su diverse tratte a partire da mercoledì, a causa delle alte temperature previste.

Nei prossimi giorni, l’ondata di calore dovrebbe estendersi all’Europa orientale. Il servizio meteorologico polacco, come riferisce il Guardian, ha emesso un’allerta caldo di livello elevato per la parte occidentale del paese, valida da giovedì a sabato, prevedendo temperature che potrebbero battere i record. Anche la popolare costa adriatica della Croazia è stata posta in allerta rossa per venerdì e sabato.

L’Ungheria, già sotto allerta caldo di secondo livello, ha annunciato che innalzerà il livello di allerta al massimo da sabato a martedì, a causa del continuo aumento delle temperature.

Nel nostro Paese, l’apice di questa lunghissima e logorante ondata di calore è atteso tra domenica e lunedì. I modelli confermano uno scenario biometeorologico difficilissimo, specialmente per il Centro-Nord: si toccheranno picchi reali di 41°C tra Toscana ed Emilia, mentre lungo la costa ligure la combinazione di alte temperature e umidità estrema farà schizzare le temperature percepite fino a 45°C.

Allarme Unicef: Oltre 1 miliardo di bambini esposto ad almeno tre pericoli climatici

(Foto: Unicef)

Quasi la metà dei bambini del mondo – ovvero 1,1 miliardi – è ora esposta ad almeno tre pericoli climatici sovrapposti, che minacciano la loro salute, istruzione e sopravvivenza. Lo rivela un nuovo rapporto dell’Unicef, secondo il quale quasi ogni bambino nel mondo è esposto ad almeno un pericolo climatico, mentre oltre 4 milioni potrebbero trovarsi ad affrontare fino a sei pericoli sovrapposti.

Il ‘Rapporto sui rischi climatici per l’infanzia 2026’ utilizza i dati disponibili più recenti per mappare l’esposizione dei bambini alle otto minacce climatiche più frequenti, tra cui inondazioni costiere, siccità, calore estremo, incendi, ondate di calore, inondazioni fluviali, tempeste di sabbia e polvere e tempeste tropicali. Per la prima volta, il rapporto rivela esattamente dove – e con quale intensità – le minacce climatiche multiple e sovrapposte stanno colpendo i bambini e i servizi sociali essenziali da cui dipendono, e come i governi possono intraprendere azioni concrete per rispondere.

La siccità, il caldo estremo e le ondate di calore sono la combinazione più diffusa di pericoli climatici, con oltre 296 milioni di bambini che vivono in aree esposte a tutte e tre le condizioni, secondo i risultati. La seconda combinazione più comune – siccità, caldo estremo e tempeste tropicali – espone oltre 115 milioni di bambini in tutto il mondo a queste minacce sovrapposte.

I paesi ad alto reddito non sono immuni da shock climatici concomitanti. In Italia, ad esempio, i dati mostrano che oltre 6 milioni di bambini sono esposti a ondate di calore prolungate e alla siccità. Il 92,89% dei bambini è esposto ad almeno 1 pericolo; il 68,32 % ad almeno 2 pericoli; il 9,86% ad almeno 3 pericoli; meno dell’1% a più di 4. Per quanto riguardi i singoli fattori di rischio, quelli con maggiore incidenza sono la siccità, a cui è esposto il 73,24 % dei bambini (di età inferiore ai 18 anni) – rischio elevato – e le ondate di calore che colpiscono l’82,99 % dei bambini; il 66,78% dei più piccoli è esposto a ondate di calore frequenti. Fra i fenomeni a rischio basso si ritrovano gli incendi con l’esposizione del 6,44% dei bambini, seguono poi le inondazioni fluviali cui è esposto il 5,66% dei bambini e, infine, le inondazioni costiere cui è esposto lo 0,59% dei bambini. Tuttavia, per l’Unicef, il nostro Paese dimostra come “gli investimenti nell’adattamento ai cambiamenti climatici possano mitigare alcuni dei rischi che i bambini devono affrontare, sottolineando al contempo la necessità di ulteriori interventi man mano che la crisi climatica si intensifica”.

Nella regione africana del Sahel, una delle più colpite, oltre 4 milioni di bambini affrontano la triplice minaccia di ondate di calore, caldo estremo e tempeste di sabbia e polvere, mentre in paesi dell’Asia, come ad esempio Bangladesh, Myanmar e Pakistan, i bambini sono esposti a più pericoli climatici contemporaneamente e con un’intensità maggiore rispetto a qualsiasi altra parte del mondo.

“Le vite dei bambini – dichiara Catherine Russell, direttrice generale dell’Unicef – continuano a essere sconvolte dall’impatto di ondate di calore, incendi boschivi, siccità e inondazioni. La metà dei bambini del mondo vive oggi con almeno tre minacce climatiche sovrapposte che influenzano la loro vita quotidiana”.

Oltre agli otto pericoli climatici più frequenti, il rapporto analizza l’esposizione dei bambini all’inquinamento atmosferico e alla malaria, due rischi altamente sensibili agli effetti dei cambiamenti climatici. I dati mostrano che l’inquinamento atmosferico colpisce quasi tutti i bambini a livello globale, mentre 1 miliardo di bambini è esposto alla malaria, aggiungendo un ulteriore livello di pericolo per i bambini che già affrontano molteplici pericoli climatici. In Italia il 91,98% dei bambini è esposto all’inquinamento atmosferico (PM. 2.5), che rappresenta un rischio elevato.

Il rapporto presenta inoltre un quadro di riferimento per analizzare i diversi tipi di rischi che i bambini devono affrontare, in base alla loro esposizione agli shock climatici e alla loro vulnerabilità, determinata dall’accesso a servizi sociali essenziali quali l’assistenza sanitaria, l’acqua potabile, l’istruzione e altro ancora. L’approccio può essere applicato in diversi modi, dall’analisi dei rischi legati a pericoli climatici singoli o multipli all’esame dei rischi trasversali ai vari settori, mettendo in luce le minacce che i bambini devono affrontare in contesti diversi.

Ad esempio, se si considerano congiuntamente i molteplici rischi e le vulnerabilità, i bambini dei paesi senza sbocco sul mare e fragili come la Repubblica Centrafricana o il Ciad devono affrontare rischi climatici che si sovrappongono, non avendo allo stesso tempo accesso ai servizi di base, il che rende molto più difficile per loro far fronte alla situazione e riprendersi. Nel rapporto si osserva inoltre che tutti i bambini dei 24 piccoli Stati insulari in via di sviluppo, da Haiti a Vanuatu, sono esposti a tempeste tropicali, che possono mettere in ginocchio intere isole in un colpo solo e sovraccaricare i servizi essenziali.

“Senza sforzi urgenti per ridurre le emissioni di gas serra, i rischi climatici diventeranno più frequenti e gravi, mettendo a dura prova i bilanci e i sistemi governativi e minacciando il benessere dei bambini”, avverte il rapporto. Per proteggere i diritti dei bambini dalle minacce climatiche e adattarsi ai crescenti cambiamenti ambientali, l’Unicef propone ai governi, alle imprese e agli attori coinvolti diverse soluzioni, che vanno dall’eliminazione dei combustibili fossili al miglioramento della resilienza dei servizi sociali, fino al potenziamento dei sistemi di allerta precoce e dei sistemi di protezione sociale in grado di rispondere agli shock.

Infine, l’Unicef li invita a consentire ai bambini e ai giovani di partecipare in modo significativo all’azione per il clima investendo nell’istruzione, nelle conoscenze e nelle competenze in materia di clima e rafforzando la capacità dei decisori e degli esperti di rispettare i diritti dei bambini di essere ascoltati, la libertà di espressione e la partecipazione alle decisioni che incidono sulle loro vite.

“Questa analisi – conclude Russel – può aiutare i governi e i responsabili politici a pianificare meglio e a investire in modo più efficace in servizi resilienti. Quando rafforziamo i sistemi sanitari e scolastici e miglioriamo le infrastrutture tenendo conto dei bambini, li proteggiamo dalle minacce climatiche odierne e contribuiamo a garantire il loro futuro”.

G7 Ambiente, impegno comune su finanza per la natura e lotta Pfas. Pichetto: “Immobili sicuri”

“In questo G7 abbiamo riscontrato un’unità e un impegno condiviso da parte di tutti i membri, con l’obiettivo di portare una posizione comune alle tre COP previste per quest’anno”. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sintetizza così il senso della ministeriale di Parigi che si chiude oggi. Il titolare dell’Ambiente vede nei Paesi membri una funzione di traino che deve continuare, nonostante le assenze pesanti di alcuni temi nel dibattito ufficiale.

Il vertice francese, al via ieri, ha prodotto una serie di azioni concrete per affrontare le crisi ambientali attraverso nuove coalizioni internazionali. Tra i risultati principali spicca la nascita della Nature & People Finance Alliance. L’iniziativa serve a coordinare i fondi per la protezione e il ripristino della natura, cercando di coinvolgere in modo massiccio i privati e le organizzazioni filantropiche. Sul fronte della sicurezza del territorio, la presidenza francese ha lanciato il Partenariato per la resilienza immobiliare per la prosperità, siglato con l’acronimo RER4P. Pichetto ha spiegato che affrontare la vulnerabilità degli edifici ai rischi naturali richiede un cambio di prospettiva, perché “non possiamo limitarli a reagire agli eventi, ma dobbiamo costruire un sistema capace di anticiparli, mitigarne gli effetti e adattarsi nel tempo”.

Il ministro ha posto l’accento sulla natura multilivello di questa sfida, ricordando che l’Italia possiede un patrimonio edilizio storico e culturale che richiede interventi delicati. “In Paesi come l’Italia questo patrimonio rappresenta un valore economico e anche identitario: proteggerlo significa salvaguardare la nostra storia e il nostro tessuto sociale”, ha ribadito durante i lavori. Per ridurre i rischi, secondo Pichetto, serve investire nella conoscenza tramite mappature e strumenti digitali, ma bisogna anche “prevedere adeguati strumenti finanziari” e promuovere una vera cultura della prevenzione.

Il vertice ha toccato anche il tema delle risorse idriche e dell’inquinamento chimico. I paesi hanno confermato la volontà di rafforzare la coalizione del G7 sull’acqua, puntando a contrastare i contaminanti emergenti. Il riferimento esplicito è ai Pfas, le sostanze chimiche persistenti che preoccupano i sistemi sanitari europei. Accanto a questo, i ministri hanno approvato un’alleanza per la gestione delle aree marine protette e un piano contro la pesca illegale, con l’obiettivo di migliorare la trasparenza e la sorveglianza dei mari.

Nonostante l’ottimismo del ministro, che vede nei paesi G7 un gruppo che deve “continuare a svolgere una funzione di traino”, non sono mancate le polemiche esterne. Il tema del cambiamento climatico è rimasto infatti fuori dall’agenda ufficiale, una scelta che ha spinto Luca De Gaetano, presidente di Plastic Free, a una critica severa. Per l’associazione, un vertice ambientale che evita il clima è una decisione politica precisa, dato che la crisi climatica è il perno attorno a cui ruotano biodiversità e desertificazione. “Ignorarla rischia di indebolire qualsiasi confronto”, ha dichiarato De Gaetano, sottolineando che la diplomazia non può diventare un alibi per rinviare i temi urgenti. Il G7 ha comunque guardato all’innovazione tecnologica, confermando l’organizzazione di una Giornata dell’Innovazione per il 2026. Si è parlato inoltre di economia circolare e del passaporto digitale dei prodotti, uno strumento tecnico per tracciare la sostenibilità dei beni di consumo. Pichetto ha concluso ribadendo che la condivisione di esperienze tra i grandi della Terra rappresenta una opportunità concreta per migliorare la capacità di risposta di fronte alle emergenze del pianeta.

Clima, gennaio 2026 è il quinto più caldo mai registrato

Gennaio 2026 è stato il quinto più caldo mai registrato e ha mostrato estremi di temperatura contrapposti tra emisfero settentrionale ed emisfero meridionale. Lo riferisce il Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus (C3S) implementato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF). E’ stato, inoltre, rilevato che la temperatura del mese è stata di 1,47 °C superiore alle temperature preindustriali. “Il mese di gennaio 2026 ci ha ricordato in modo evidente – dice Samantha Burgess, Responsabile strategico per il clima dell’ECMWF – che il sistema climatico può talvolta portare contemporaneamente un clima molto freddo in una regione e un caldo estremo in un’altra. Mentre le attività umane continuano a causare un riscaldamento a lungo termine, questi eventi recenti evidenziano che la resilienza e l’adattamento ai fenomeni estremi sono in aumento fondamentali per preparare la società ad affrontare i maggiori rischi climatici in futuro”.

Nelle ultime settimane di gennaio, l’emisfero settentrionale ha subito forti ondate di freddo in quanto una corrente a getto polare ad andamento ondulato ha riversato aria gelida in Europa e America settentrionale (come mostrato nell’immagine riportata sopra). Ciò ha fatto sì che l’Europa registrasse il gennaio più freddo dal 2010, con una temperatura media di -2,34 °C. Nonostante questi episodi di freddo, le temperature del mese di gennaio sono state superiori alla media in gran parte del globo, comprese vaste zone dell’Artico e dell’America settentrionale occidentale (come mostrato nella mappa del mondo riportato di seguito).

Nell’emisfero meridionale, il caldo record ha alimentato condizioni estreme, tra cui incendi boschivi che sono diventati drammatici nella seconda metà di gennaio, come evidenziato dal Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus (CAMS, Copernicus Atmosphere Monitoring Service). Tra questi vi sono stati incendi intensi che hanno causato vittime in Australia, Cile e Patagonia.

Le forti piogge dell’ultima settimana del mese nell’Africa meridionale hanno provocato gravi inondazioni, in particolare in Mozambico, con un impatto catastrofico sulla vita e sui mezzi di sussistenza delle persone.

Nell’Artico, l’estensione media del ghiaccio marino nel mese di gennaio è stata del 6% inferiore alla media, il terzo valore più basso mai registrato per quel mese. A livello regionale, la concentrazione di ghiaccio marino è stata molto inferiore alla media nel Mare di Barents settentrionale, tra le Svalbard e la Terra di Francesco Giuseppe, così come nella Baia di Baffin e nel Mare del Labrador, in concomitanza con temperatura dell’aria superficiale molto superiore alla media in quelle regioni. Nella regione Antartica, l’estensione mensile del ghiaccio marino è stata dell’8% inferiore alla media, collocandosi al di fuori delle 10 estensioni più basse mai registrate per il mese. Le concentrazioni di ghiaccio marino intorno all’Antartide sono state superiori alla media nel Mare di Weddell, ma generalmente inferiori alla media in altri settori oceanici, in particolare nel Mare di Bellingshausen.

Milano-Cortina, lo studio: sponsor inquinanti sciolgono neve da cui dipendono i Giochi

I Giochi invernali sono l’evento più importante del calendario degli sport invernali, con un’audience di circa due miliardi di persone. Tuttavia, l’organizzazione di questo mega-evento comporta emissioni significative, proprio mentre gli sport invernali stanno diventando estremamente vulnerabili ai cambiamenti climatici, con numerose stazioni sciistiche che non sono più redditizie a causa della perdita di neve. Il rapporto stima che l’organizzazione dei giochi da sola emetterà circa 930.000 tonnellate di anidride carbonica equivalente; si stima che causerà la perdita di 2,3 chilometri quadrati di manto nevoso e oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio dei ghiacciai. Ma, se si considerano solo tre degli accordi di sponsorizzazione inquinanti dei Giochi, questa cifra aumenta del 40%.

Utilizzando una metodologia economica e ambientale combinata, il rapporto, pubblicato in collaborazione con la campagna guidata dagli atleti, Champions for Earth, stima che gli accordi di sponsorizzazione ad alto contenuto di carbonio potrebbero indurre emissioni aggiuntive di circa 1.300.000 tCO2e. Grazie alle relazioni matematiche individuate dai ricercatori sul clima, è ora possibile stimare la perdita di neve e ghiaccio derivante da una determinata quantità di emissioni. Il rapporto stima che, insieme, le emissioni dirette derivanti dall’allestimento dei Giochi, più le emissioni di sponsorizzazione legate ai tre accordi con i principali inquinatori, porteranno a una perdita di circa 5,5 chilometri quadrati di manto nevoso e a oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio dei ghiacciai.

Stuart Parkinson, direttore di Scientists for Global Responsibility, scienziato del clima e autore principale del rapporto, ha dichiarato, “Anche senza la crescente montagna di prove scientifiche sull’impatto del riscaldamento globale sugli sport invernali, è abbastanza evidente per chiunque visiti le montagne reali che la copertura nevosa si sta perdendo e i ghiacciai si stanno sciogliendo. Questo rapporto si aggiunge a tali prove dimostrando che gli stessi sport invernali contribuiscono a tale impatto sia direttamente attraverso le loro emissioni di carbonio sia promuovendo i principali inquinatori attraverso la pubblicità e le sponsorizzazioni. Ma questo significa anche che gli sport invernali possono essere parte della soluzione, ripulendo le proprie azioni e abbandonando gli sponsor sporchi“.

Negli ultimi cinque anni, l’Italia, che presto ospiterà le Olimpiadi invernali del 2026, ha perso 265 stazioni sciistiche. Anche la Francia, che ospiterà i Giochi del 2030, ha visto la perdita di oltre 180 stazioni sciistiche alpine, mentre la Svizzera ha visto chiudere 55 impianti di risalita e funivie. La scomparsa della neve a causa del riscaldamento globale è uno dei fattori principali che minano gli sport invernali, con i Giochi sempre più dipendenti dalla neve artificiale. Eppure i Giochi continuano a promuovere società fortemente inquinanti, alimentando questo stesso riscaldamento globale. Senza cambiamenti, Milano Cortina passerà il testimone dello scioglimento della neve e del ghiaccio ai padroni di casa francesi delle Alpi del 2030.

Ma, invece di essere un cartellone pubblicitario per le emissioni di anidride carbonica alla base del collasso climatico, i Giochi invernali potrebbero attingere alla propria storia recente per essere un manifesto del progresso verso uno sport pulito e privo di inquinamento. “Le Olimpiadi invernali hanno già dimostrato di poter guidare il progresso. Ispirati dagli atleti, dagli esperti di salute e dagli scienziati, che si sono espressi sulla posta in gioco, i Giochi di Calgary del 1988 hanno preso una posizione decisiva contro la pubblicità e la sponsorizzazione del tabacco. Questo ha permesso di liberare le Olimpiadi e lo sport in generale dall’influenza letale del tabacco. Ora che il numero di morti dovuto all’inquinamento atmosferico da combustibili fossili è pari a quello del tabacco, è tempo che le Olimpiadi seguano il loro stesso precedente e mettano fine a un legame che minaccia non solo i loro atleti, ma la loro stessa esistenza“, sottolinea Andrew Simms, co-direttore del New Weather Institute. “La gioia della neve, del ghiaccio e degli inverni freddi è qualcosa da custodire e che voglio che i bambini del futuro sperimentino – ricorda Anna Jonsson del New Weather Institute Sweden -. Quando si celebra la Giornata Mondiale della Neve, gli organismi che governano gli sport invernali, come la FIS e il CIO, invece di offrire parole vuote dovrebbero fare la differenza. Il modo migliore per dimostrare un autentico amore per la neve sarebbe smettere di promuovere le aziende inquinanti che rovinano il futuro degli sport invernali“.

Come atleta la cui gioia e il cui sostentamento derivano dallo sci, voglio un mondo in cui questo sport possa continuare. Le Olimpiadi genereranno sempre emissioni e la loro riduzione deve essere una priorità. Ma l’influenza maggiore dei Giochi è il segnale che inviano al mondo. Quando questo segnale è guidato dalla sponsorizzazione dei combustibili fossili, è in diretta contraddizione con la scienza del clima e minaccia il futuro degli sport invernali“, osserva lo sciatore di fondo professionista svedese Björn Sandström. Secondo il rapporto, le azioni più efficaci per ridurre le emissioni sarebbero quelle di porre fine agli accordi di sponsorizzazione con aziende ad alto contenuto di carbonio, evitare la costruzione di nuove sedi e altre infrastrutture e ridurre significativamente il numero di spettatori che viaggiano in aereo.

Clima, 2025 terzo anno più caldo mai registrato. Limite Accordo Parigi è vicino

Il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, solo lievemente (di 0,01 °C) più freddo del 2023 e di 0,13 °C più freddo del 2024, che resta l’anno più bollente. E’ quanto emerge dai dati pubblicati dal Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus per conto della Commissione europea. Il rapporto evidenzia, inoltre, che gli ultimi 11 anni sono stati quelli più caldi mai registrati. La temperatura media globale nel 2025 è stata di 14,97 °C, ovvero di 0,59 °C al di sopra della media del periodo 1991-2020 e di 0,13 °C al di sotto del 2024, l’anno più caldo mai registrato. Quella dell’aria è stata la seconda più calda, di 0,20 °C più fredda rispetto al 2024 e di 0,01 °C superiore al 2023. La temperatura superficiale del mare a livello globale (extra-polare) è stata di 20,73 °C, la terza più calda dopo il 2024 e il 2023.

Gennaio 2025 è stato il gennaio più caldo mai registrato a livello globale. Marzo, aprile e maggio sono stati ciascuno i secondi mesi più caldi per il periodo dell’anno. Ogni mese dell’anno, ad eccezione di febbraio e dicembre, è stato più caldo rispetto al mese corrispondente di qualsiasi anno precedente al 2023. Dal rapporto emerge, inoltre, che in Europa la temperatura media dello scorso anno è stata di 10,41 °C, cioè di 1,17 °C superiore alla media del periodo di riferimento 1991-2020 e di 0,30 °C inferiore all’anno più caldo, il 2024. Le temperature globali degli ultimi tre anni (2023-2025) sono state in media superiori di oltre 1,5 °C rispetto al livello preindustriale (1850-1900).

È la prima volta che un periodo di tre anni supera il limite di 1,5 °C. “Sulla base dell’attuale tasso di riscaldamento – spiega Copernicus – il limite di 1,5 °C fissato dall’accordo di Parigi per il riscaldamento globale a lungo termine potrebbe essere raggiunto entro la fine di questo decennio” cioè 10 anni in anticipo rispetto a quanto previsto in base al tasso di riscaldamento al momento della firma dell’accordo.

Gli ultimi tre anni, dal 2023 al 2025, sono stati eccezionalmente caldi per due motivi principali. Il primo è l’accumulo di gas serra nell’atmosfera, dovuto alle continue emissioni e alla riduzione dell’assorbimento di anidride carbonica da parte dei pozzi naturali. Il secondo è il raggiungimento di livelli eccezionalmente elevati della temperatura superficiale del mare in tutti gli oceani, associato al fenomeno El Niño e ad altri fattori di variabilità oceanica, amplificati dai cambiamenti climatici. Altri fattori, spiega Copernicus, “includono i cambiamenti nella quantità di aerosol e nuvole basse e le variazioni nella circolazione atmosferica”. “Il fatto che gli ultimi undici anni siano stati i più caldi mai registrati – dice Carlo Buontempo, Direttore del Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicusfornisce un’ulteriore prova dell’inconfondibile tendenza verso un clima più caldo. Il mondo si sta rapidamente avvicinando al limite di temperatura a lungo termine fissato dall’accordo di Parigi. Siamo destinati a superarlo; la scelta che abbiamo ora è come gestire al meglio l’inevitabile superamento e le sue conseguenze sulle società e sui sistemi naturali”. 

Incendi

Nel 2025 perdite per 224 miliardi di dollari a causa di catastrofi naturali

Circa 17.200 vittime e danni pari a 224 miliardi di dollari, di cui circa 108 miliardi coperti dagli assicuratori. Nel 2025 le perdite umane ed economiche causate dai disastri naturali sono state significative, al punto che l’anno appena concluso si aggiunge alla lista sempre più lunga degli anni in cui le perdite assicurate hanno superato la soglia dei 100 miliardi di dollari americani, nonostante le perdite siano state inferiori rispetto all’anno precedente. Nel 2024, infatti, le perdite complessive al netto dell’inflazione ammontavano a 368 miliardi di dollari, di cui 147 miliardi erano stati assicurati. E’ quanto emerge dal rapporto annuale del riassicuratore Munich Re.

Le catastrofi meteorologiche hanno rappresentato il 92% di tutte le perdite del 2025 e il 97% delle perdite assicurate. Il numero di morti – 17.200 – è di molto superiore a quello del 2024 (circa 11.000), ma inferiore alla media decennale di 17.800 e a quella trentennale di 41.900. Con circa il 50% delle perdite totali, le perdite non assicurate sono state inferiori alla media decennale di circa il 60% a causa dell’elevata percentuale di perdite assicurate attribuibili agli incendi boschivi di Los Angeles. Escludendo questo evento, il divario assicurativo ha eguagliato la media decennale.

Gli incendi boschivi che hanno colpito l’area di Los Angeles nel mese di gennaio 2025 hanno costituito di gran lunga il disastro naturale più costoso dell’anno. Le perdite complessive sono state pari a circa 53 miliardi di dollari, comprese quelle assicurate per circa 40 miliardi di dollari. Si tratta del disastro causato da incendi boschivi più costoso mai registrato. Le vittime sono state 30.

Il secondo disastro naturale più costoso dell’anno in termini di perdite complessive è stato un forte terremoto di magnitudo 7,7 in Myanmar, che ha causato 4.500 vittime. Delle perdite complessive pari a circa 12 miliardi di dollari Usa, solo una piccola parte era assicurata. Anche a Bangkok, a circa 1.000 km dall’epicentro, si sono verificati danni causati dal terremoto, attribuibili principalmente al terreno alluvionale profondo e soffice sotto la capitale thailandese, che amplifica l’attività tettonica.

In termini di danni assicurati, i violenti temporali che hanno colpito per diversi giorni gli Stati centrali e meridionali degli Stati Uniti nel mese di marzo hanno causato il terzo disastro naturale più costoso del 2025. I danni sono stati pari a circa 9,4 miliardi di dollari, di cui 7 miliardi assicurati.

I cicloni tropicali nel 2025 hanno causato circa 37 miliardi di dollari di danni in tutto il mondo, di cui circa 6 miliardi erano assicurati. “Il riscaldamento globale aumenta la probabilità di catastrofi meteorologiche estreme. Dato che il 2025 è stato un altro anno molto caldo, gli ultimi 12 anni sono stati i più caldi mai registrati. I segnali di allarme persistono. Infatti, nelle circostanze attuali, il cambiamento climatico può peggiorare ulteriormente”, spiega Tobias Grimm, capo climatologo di Munich Re.

Il 2025 per l’Europa è andato meglio del previsto, con perdite dovute a catastrofi naturali pari a circa 11 miliardi di dollari americani, di cui circa la metà era assicurata (media decennale: 35 miliardi di dollari americani/12 miliardi di dollari americani). Gli eventi più costosi sono stati una grave ondata di freddo in Turchia (danni complessivi pari a 2 miliardi di dollari, di cui 0,6 miliardi assicurati) e grandinate in Francia, Austria e Germania (1,2 miliardi di dollari/0,8 miliardi di dollari).

In Spagna, il caldo e la siccità di agosto sono stati seguiti dai peggiori incendi boschivi e di sterpaglie degli ultimi anni. Secondo i dati dell’European Forest Fire Information Systems (EFFIS), nel corso dell’anno sono andati in fumo quasi 400.000 ettari di terreno, quasi cinque volte la media annuale tra il 2006 e il 2024 e molto più del record registrato nello stesso periodo.

Dazi, Ucraina, clima e il ritorno di Trump: cos’è successo nel 2025

Si sta per concludere il 2025, segnato da una tregua precaria a Gaza, da inutili sforzi per porre fine alla guerra in Ucraina, da investimenti colossali nell’intelligenza artificiale e dal clamoroso ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Aggravati dal cambiamento climatico generato dalle attività umane, anche fenomeni meteorologici estremi – incendi boschivi in Europa, siccità in Africa e inondazioni mortali in Asia – hanno colpito il pianeta nel 2025, che è in procinto di diventare uno dei tre anni più caldi mai registrati.
Nella autoproclamata “capitale mondiale del Capodanno”, Sydney, i preparativi per i festeggiamenti sono stati offuscati dall’attentato antisemita di metà dicembre su una spiaggia emblematica della metropoli australiana, che ha causato 15 morti.

Il 2025 rimarrà l’anno in cui le bambole Labubu, mascotte del soft power cinese, hanno invaso il pianeta, in cui la bandiera pirata del manga One Piece è diventata un simbolo della lotta contro l’oppressione in diversi continenti, in cui i gioielli della Corona sono stati rubati in modo spettacolare dal Museo del Louvre a Parigi. Il mondo ha anche perso la primatologa Jane Goodall, figura di spicco della causa ambientale, il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, il fotografo Sebastiao Salgado – noto per le sue foto delle tragedie umane -, lo stilista Giorgio Armani, gli attori Robert Redford, Claudia Cardinale e Brigitte Bardot. Il Vaticano ha eletto un nuovo papa, Leone XIV, dopo la morte del suo predecessore Francesco. Negli Stati Uniti, il repubblicano Donald Trump è tornato alla Casa Bianca a gennaio per un secondo mandato, ordinando una raffica di dazi doganali sui suoi partner, espulsioni di massa di immigrati irregolari e lo smantellamento di interi settori dello Stato federale.

A Gaza, dopo due anni di guerra che hanno lasciato il territorio palestinese dissanguato e in preda a una grave crisi umanitaria, le pressioni americane hanno portato a un fragile cessate il fuoco tra Israele e il gruppo islamista palestinese Hamas. Scatenata il 7 ottobre 2023 da un attacco di Hamas in territorio israeliano che ha causato la morte di oltre 1.200 persone, secondo un bilancio stilato dall’AFP sulla base di dati ufficiali, la guerra ha provocato più di 70.000 morti, secondo i dati del ministero della Salute di Hamas, ritenuti affidabili dall’ONU.

La guerra in Ucraina, scatenata dall’invasione su larga scala del Paese da parte della Russia nel febbraio 2022, sta entrando nel suo quarto anno. Intensi negoziati diplomatici hanno fatto sperare in un progresso per porre fine al conflitto più sanguinoso in Europa dalla seconda guerra mondiale. Dopo un nuovo ciclo di colloqui con gli emissari di Trump a dicembre, l’Ucraina ha dichiarato che sono stati compiuti “progressi”, anche se la questione dei territori ucraini controllati dalla Russia – che accentua la pressione sul campo – rimane un punto di stallo.

I prossimi dodici mesi promettono di essere ricchi di eventi sportivi, spaziali e di dibattiti sull’intelligenza artificiale. I Mondiali di calcio cambieranno dimensione con 48 squadre, 104 partite e tre paesi ospitanti (Stati Uniti, Messico, Canada). Si svolgeranno nell’arco di quasi sei settimane, dall’11 giugno al 19 luglio, in 16 stadi distanti talvolta migliaia di chilometri l’uno dall’altro.

A più di 50 anni dall’ultima missione lunare del programma Apollo, il 2026 potrebbe anche essere l’anno del ritorno degli astronauti intorno alla Luna. Rinviata più volte, la missione americana Artemis 2, durante la quale gli astronauti dovranno viaggiare intorno alla Luna senza atterrarvi, è ora prevista per l’inizio dell’anno, al più tardi per aprile. Le preoccupazioni suscitate dall’IA – alimentate da esempi di disinformazione, accuse di violazione del copyright, licenziamenti di massa, studi sul suo pesante impatto ambientale – potrebbero intensificarsi. Gli investitori temono in particolare che l’entusiasmo per questa tecnologia sia solo una bolla speculativa. Secondo la società americana Gartner, la spesa globale per l’IA dovrebbe raggiungere circa 1.500 miliardi di dollari nel 2025 e superare i 2.000 miliardi nel 2026.

La Cop30 in Amazzonia si chiude al ribasso, ma i Paesi trovano l’accordo

La Cop30 di Belém si chiude ai supplementari, il giorno dopo e per di più con un accordo molto al ribasso. Non c’è un piano di uscita dalle energie fossili, risultato che delude molti (Europa in testa) ma che non sorprende, dato il momento storico.

Il multilateralismo ha vinto”, festeggia Lula, a Johannesburg per il G20. Il presidente brasiliano cerca di rivendicare un successo che la Conferenza effettivamente non ha avuto, considerando anche il rischio che si chiudesse senza nessun accordo.

Nella dichiarazione finale si celebra l’accordo di Parigi e la cooperazione climatica. Ma l’invito ad accelerare l’azione è soltanto “volontario” e fa sull’uscita dai fossili il riferimento è solo indiretto, con un richiamo alla Cop28 di Dubai.

Dobbiamo sostenerlo perché, almeno, ci porta nella giusta direzione”, si giustifica il commissario europeo per il clima Wopke Hoesktra, inizialmente molto contrario al testo, dopo una notte di negoziati e una riunione di coordinamento con i Ventisette. “Non nascondiamo che avremmo preferito di più, e più ambizione su tutto”.

Abbiamo raggiunto un punto di equilibrio tra i 195 paesi presenti”, spiega Gilberto Pichetto Fratin, parlando di una “mediazione tra le tante posizioni“. Per il ministro italiano dell’Ambiente, “è importante che si sia raggiunto questo obiettivo che che mantiene il percorso definito Cop28 di Dubai per quanto riguarda l’obiettivo climatico, mantiene l’obiettivo di Cop29 a Baku per quanto riguarda l’impegno all’adattamento nei vari territori al cambiamento climatico”.

La francese Monique Barbut sottolinea che gli europei hanno preferito accettare questo testo a causa del “processo che è stato fatto agli europei, secondo cui ci si opponeva a questo testo era perché non si voleva pagare per i paesi più poveri”.

Il capo della delegazione cinese, Li Gao, saluta un “successo in una situazione molto difficile”.

Nel 2023, i paesi si erano impegnati a ‘operare una transizione giusta, ordinata ed equa verso l’abbandono dei combustibili fossili nei sistemi energetici’, per la prima volta nella storia delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite. Da allora però, i paesi che producono o dipendono dalle energie fossili respingono tutti i tentativi di ripetere questo segnale in un contesto multilaterale. Paesi come la Russia, l’Arabia Saudita o l’India vengono indicati dalla Francia come capofila del fronte del rifiuto, ma non sono gli unici. Una parte del mondo in via di sviluppo non aveva come priorità la lotta contro i combustibili fossili. Per loro, i finanziamenti sono più urgenti e la Cop30 offre loro un vantaggio: si prevede un triplicamento degli aiuti per l’adattamento dei paesi in via di sviluppo entro il 2035, rispetto all’attuale obiettivo di 40 miliardi all’anno.

Molte economie, povere o emergenti, non hanno infatti i mezzi per passare alle energie rinnovabili  in breve tempo e chiedono ai paesi più ricchi nuovi impegni finanziari per aiutare le nazioni meno ricche.

Nel testo, c’è anche l’istituzione di un “dialogo” sul commercio mondiale, un risultato che si può considerare un successo della Cina, che guida la rivolta dei paesi emergenti contro le tasse sul carbonio alle frontiere.

Per gli analisti di Ecco, il think tank italiano del clima, non si tratta di una debacle. Il risultato, osservano, pur non risolvendo tutte le divergenze, “dimostra che la cooperazione multilaterale sul clima prosegue nonostante le tensioni geopolitiche”. Ampie e nuove coalizioni di Paesi, “segno di una riorganizzazione degli schemi globali”, hanno chiesto il massimo livello possibile di ambizione, inclusa una chiara tabella di marcia per l’uscita dalle fonti fossili, e un passaggio dalla stagione delle promesse a quella dell’implementazione. Sebbene la Mutirão Decision, il testo finale della COP30, non citi esplicitamente i combustibili fossili e non accolga l’appello del Presidente Lula e di oltre 80 Paesi per una roadmap su fossili e deforestazione, proseguono gli esperti, “mantiene viva la traiettoria tracciata a Dubai su questo tema”.