Imprese scaricano costi energetici su consumatori: rincari record da 25 anni

C’è la ripresa, ci sono i rincari. Gennaio è partito alla grande per l’economia italiana, come testimoniano le indagini S&P Global Pmi, preziose per capire il trend visto che si basano su interviste – quasi in tempo reale – a 400 direttori acquisti. L’indice manifatturiero ha registrato 50.4, in salita da 48.5 di dicembre ponendo fine a sei mesi consecutivi di risultati inferiori a 50.0, dato spartiacque tra espansione e contrazione, quello relativo ai servizi – che rappresentano quasi il 70% delle attività economiche – si è posizionato a 51.2, in rialzo da 49.9 di dicembre. La migliore lettura da giugno scorso.
Nel caso dell’industria il calo della domanda ha permesso alle aziende di svuotare i magazzini, mentre nel terziario si è assistito anche a un aumento degli ordini. In entrambi i casi, gennaio ha segnato la fine della tregua tra produttori e consumatori: per molti mesi i primi avevano sopportato, non alzando i prezzi, i vertiginosi aumenti delle bollette, ora invece si sta assistendo ad una accelerazione dei prezzi di vendita finale. Lo spiegava pochi giorni fa Carlo Alberto Buttarelli, direttore Ufficio Studi e Relazioni con la Filiera di Federdistribuzione: “Lo scorso anno le imprese della distribuzione moderna hanno contrastato in maniera rilevante la crescita dell’inflazione, investendo ingenti risorse economiche e riducendo i propri margini per assorbire parte dell’aumento dei listini industriali, con l’obiettivo di tutelare il potere d’acquisto degli italiani. Oggi”, proseguiva Buttarelli, “le aziende della distribuzione non hanno più margini di intervento economico”.

Sul fronte manifatturiero l’indagine S&P Global Pmi di gennaio ha sottolineato “come l’inflazione dei costi si sia ridotta al livello più basso da agosto 2020. L’inflazione riportata però è stata notevolmente maggiore di quella dei prezzi di acquisto, le aziende infatti, dopo un lungo periodo di aumento dei costi, hanno cercato di recuperare i loro margini”. Paul Smith, Economics Director di S&P Market Intelligence , definisce “forti” gli aumenti dei “prezzi di vendita”, i quali sommati alle “condizioni del mercato del lavoro che rimangono difficili”, potrebbero aumentare la “pressione sull’inflazione di fondo” rischiando di “diventare la preoccupazione principale per i mesi futuri”.

Per quanto riguarda il terziario, “l’inflazione dei costi gestionali ha continuato decisamente a diminuire, scendendo ai minimi in 15 mesi. I prezzi, tuttavia, seguitano ad aumentare a ritmi storicamente elevati. Le aziende hanno segnalato il continuo aumento dei prezzi imposti dai fornitori, con le spese salariali che contribuiscono al rialzo dei costi operativi. A tale rialzo dei costi – evidenzia S&P Global PMI – il campione intervistato ha reagito con l’aumento delle tariffe applicate ai clienti, approfittando anche del miglioramento della domanda di inizio anno. I prezzi di vendita sono generalmente aumentati per il sedicesimo mese consecutivo“, segnando il più alto rialzo da 25 anni. Visto “un rafforzamento del potere delle aziende sui prezzi e una persistente pressione salariale al rialzo – ricorda Smith – “c’è il timore che le spinte inflazionistiche resteranno elevate ancora per qualche tempo”.

A soffiare sui rincari c’è infatti anche la Bce, col suo rialzo dei tassi. Una stretta – commenta Confesercenti – che rischia di pesare come un macigno sui conti delle imprese italiane, già provate da pandemia, inflazione e caro energia. Secondo le stime dell’organizzazione, il solo aumento dei tassi rappresenta un aggravio del costo dei finanziamenti di almeno 9 miliardi nel corso del prossimo triennio. Queste cifre, continua Confesercenti, vanno ad aggravare ulteriormente il quadro attuale che vede una decisa frenata della ripresa dei consumi, con gravi conseguenze sulle prospettive di crescita del Paese. Tra caro-energia ed inflazione, infatti, nel 2022 le famiglie italiane sono state costrette a bruciare 41,5 miliardi dei propri risparmi per mantenere il proprio tenore di vita. E alla fine del 2023 il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti risulterà inferiore di 2.800 euro rispetto al 2021, mentre per i lavoratori autonomi la capacità di spesa si ridurrebbe di 2.200 euro.

Valentina Innocente

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