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L’economia Usa vola, quella della Ue invece non riesce a decollare

Avanti tutta con il ribasso dei tassi. Lo annuncia Christine Lagarde a Vilnius per tenere conto del quadro economico europeo segnato da un crescente pessimismo. Tanto più preoccupante perché si contrappone alla vivacità degli Usa. Nonostante i tentativi di stimolare la crescita, i dati sul Pmi (Purchasing Managers’ Index) continuano a dipingere un’immagine negativa per l’Europa segnalando nuove contrazioni dell’attività economica. Viceversa negli Stati Uniti i livelli di attività sono stati ampliati in risposta al rafforzamento della domanda. I nuovi ordini sono aumentati al ritmo più rapido da aprile 2022 e l’occupazione è aumentata per la prima volta in cinque mesi. Inoltre, le pressioni inflazionistiche si sono ulteriormente raffreddate nonostante un balzo nell’inflazione dei costi di input nel settore manifatturiero.
Quadro del tutto diverso in Europa dove il Pmi della zona euro, che misura la performance complessiva dei settori manifatturiero e dei servizi, ha registrato nell’indagine preliminare di dicembre un ulteriore calo, mantenendosi sotto la soglia psicologica dei 50 punti, tradizionalmente interpretata come separazione tra espansione e contrazione. I settori più colpiti sono quelli industriali, che stanno risentendo non solo delle persistenti difficoltà globali, ma anche della crescente pressione inflazionistica e dei costi elevati delle materie prime. I servizi, pur essendo più resilienti, hanno mostrato segnali di indebolimento, suggerendo che la crescita in Europa stia perdendo slancio.

Di fronte a questi numeri preoccupanti, la Bce ha deciso di adottare una politica monetaria più accomodante. La presidente Lagarde ha spiegato che i tassi di interesse bassi sono necessari per stimolare gli investimenti e sostenere la domanda interna. Tuttavia, le misure espansive non sono prive di rischi. Lagarde ha sottolineato che la Bce dovrà vigilare attentamente sull’evoluzione dei dati macroeconomici, che potrebbero giustificare ulteriori interventi nel futuro prossimo, ma anche sulla gestione dei tassi di inflazione, che rimangono elevati nonostante il rallentamento della crescita.

Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti navigano con il vento in poppa. L’indice Pmi statunitense, infatti, ha continuato a registrare valori superiori ai 50 punti, indicando che l’economia continua a espandersi. Questo dato è particolarmente significativo, dato che gli Usa stanno affrontando le stesse sfide globali dell’Europa, ma sembrano avere una forza di reazione maggiore, grazie a un mercato del lavoro ancora forte e a una domanda dei consumatori che, pur rallentando, si mantiene positiva. Nonostante ciò, anche in America c’è una crescente attenzione verso i rischi di un rallentamento economico, con la Federal Reserve che già da mercoledì si troverà di fronte a un compito complesso: continuare a gestire l’inflazione senza soffocare la crescita.

Il confronto tra la situazione europea e quella americana è emblematico delle divergenze nelle risposte politiche e nelle dinamiche economiche. Se da un lato la Bce si trova a dover lottare contro una contrazione economica e un Pmi negativo, dall’altro la Fed sembra trovarsi in una posizione più favorevole, con l’economia che mostra segni di forza.

La domanda che si pongono ora gli analisti è come l’Europa riuscirà a far fronte a questo contesto difficile. Le misure prese dalla Bce, pur necessarie, potrebbero non essere sufficienti a rilanciare una crescita robusta. I segnali contrastanti provenienti dal Pmi europeo e statunitense suggeriscono che il percorso di recupero potrebbe essere più lungo e complesso per l’Europa rispetto agli Stati Uniti. Mentre il continente europeo cerca di affrontare le difficoltà con il sostegno delle politiche monetarie, la Bce potrebbe dover affrontare una sfida ancora più grande: non solo stimolare la crescita, ma anche gestire le crescenti tensioni sociali ed economiche che la stagnazione potrebbe generare.

Vittorio Oreggia

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