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Gli Usa attaccano ancora l’Iran: “E’ autodifesa”. Trump: “Uranio sarà distrutto in loco”

Di fronte a un accordo non ancora siglato ufficialmente, ma la cui tenuta è già a rischio, gli Stati Uniti hanno nuovamente colpito l’Iran. L’esercito ha condotto quelli che ha definito “attacchi di autodifesa” contro siti di lancio missilistico e imbarcazioni iraniane intorno allo Stretto di Hormuz. Le forze statunitensi e iraniane si sono già scambiate colpi di arma da fuoco durante il cessate il fuoco ma ora non è chiaro come questi attacchi influenzeranno la tregua.

Gli attacchi sono avvenuti poche ore dopo l’incontro tra i negoziatori iraniani e i mediatori del Qatar a Doha, nell’ambito di colloqui coordinati con gli Stati Uniti. Gli Usa e l’Iran stanno lavorando a un “memorandum d’intesa”, ma le controversie sulla formulazione relativa al programma nucleare iraniano e alle sanzioni hanno bloccato l’accordo. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui con l’Iran per raggiungere un accordo sono bloccati da controversie sulla formulazione dell’intesa. “Ci vorranno un paio di giorni per calmare le acque… ci sono disaccordi su una parola, una frase”, ha detto il segretario di Stato americano Marco Rubio ai giornalisti sul suo aereo durante un viaggio in India, secondo quanto riferisce la Cnn. “Dovremo lavorarci su”, ma un accordo è ancora “possibile”.

Trump ha dichiarato che il suo obiettivo principale è impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare con il suo uranio arricchito. Ora pare aver offerto una concessione a Teheran, annunciando in un post sui social media che l’uranio arricchito custodito in Iran potrebbe essere “distrutto” all’interno del paese, in un processo supervisionato da un’agenzia nucleare internazionale.

La riapertura dello stretto di Hormuz è diventata una questione urgente per l’ amministrazione Trump, che si trova a pochi mesi dalle elezioni di medio termine e deve affrontare la rabbia degli elettori per l’aumento dei costi. Per Rubio un accordo è ancora possibile e lo Stretto di Hormuz si aprirà “in un modo o nell’altro”.

Corte Usa bocca i dazi al 10% di Trump. Lui sente von der Leyen: “Ue rispetti intesa o da 4 luglio tariffe salgono”

Una nuova scure si è abbattuta sulla politica tariffaria statunitense. La Corte federale commerciale si è pronunciata contro i dazi globali del 10% imposti dal presidente Donald Trump, stabilendo che tariffe generalizzate non sono giustificate in base a una legge commerciale degli anni ’70. Il tribunale in sostanza si è pronunciata a favore delle piccole imprese che avevano contestato i dazi doganali, entrati in vigore il 24 febbraio. La sentenza è stata emessa con due voti a favore e uno contrario, con un giudice che ha affermato che era prematuro concedere la vittoria alle piccole imprese ricorrenti. Le aziende avevano sostenuto che le nuove tariffe rappresentavano un tentativo di aggirare una sentenza storica della Corte Suprema degli Stati Uniti che aveva annullato le tariffe imposte dal presidente repubblicano nel 2025 ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act. 

La partita dei dazi, insomma, è destinata a restare aperta ancora a lungo. Nella serata di giovedì Trump e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno avuto una conversazione telefonica, definita da entrambi “ottima e positiva”. Nel corso della telefonata i due leader hanno discusso di molti argomenti, tra cui, dice Trump, “la nostra totale convergenza sul fatto che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare”. “I recenti avvenimenti hanno dimostrato che i rischi per la stabilità regionale e la sicurezza globale sono troppo elevati”, gli fa eco von der Leyen.

Poi, naturalmente, il capitolo tariffe. “Ho pazientemente atteso che l’Ue adempisse alla propria parte dello storico accordo che abbiamo concordato con Turnberry, in Scozia – attacca il repubblicano – il più grande accordo commerciale di sempre! accettato di concederle tempo fino al 250° anniversario del nostro Paese”, cioè il 4 luglio “in caso contrario, purtroppo, i dazi salterebbero immediatamente a livelli molto più elevati”. Più sintetica la presidente della Commissione europea, che in una nota, ribadisce che “rimaniamo pienamente impegnati, da entrambe le parti, alla sua attuazione. Si stanno compiendo buoni progressi verso la riduzione delle tariffe entro l’inizio di luglio”.

Consiglio, Commissione e Parlamento Ue non hanno trovato l’accordo per un’intesa tra Unione europea e Stati Uniti sui dazi, con Donald Trump che ha già minacciato di alzare le tariffe su auto e camion Made in Europe al 25%. Il trilogo ha deciso di tornare al tavolo il 19 maggio per un secondo round di colloqui con l’Europa che si dice comunque “ottimista” “Ci aspettiamo che il prossimo trilogo, che si terrà ancora questo mese, porti auspicabilmente a un accordo definitivo”, spiega un portavoce ricordando che il recente accordo sulle materie prime critiche “è un esempio concreto di ciò che l’Ue e gli Usa possono ottenere sulle sfide globali condivise quando lavorano fianco a fianco, e continueremo sicuramente con questo spirito”. I contatti tra le parti, quindi, “sono in corso”.

petrolio

Il blocco dello stretto di Hormuz fa volare il Brent oltre i 111 dollari e il gas a +9%

I prezzi del petrolio proseguono la loro corsa, sostenuti da tensioni geopolitiche crescenti e da timori sempre più concreti sull’offerta globale. A pesare sui mercati è soprattutto lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che alimenta i timori di un conflitto prolungato e di interruzioni durature nei flussi energetici dal Medio Oriente.

I futures a scadenza luglio sul Brent hanno superato i 111 dollari/barile (+6%) mentre gli ultimi contratti su giugno sono saliti fino a 118,3 dollari, in aumento del 6,4% e ai massimi da fine marzo, registrando l’ottava seduta consecutiva in rialzo. Anche il Wti ha guadagnato terreno, con i futures su giugno balzati del +6,6% a 106,55 dollari, il livello più alto da metà aprile. Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il Wti ha registrato una performance superiore al 49%, segnalando una forte pressione rialzista legata ai rischi sulle forniture.

Segnali di tensione sul lato dell’offerta emergono anche negli Stati Uniti: i dati della Energy Information Administration mostrano che le scorte di greggio sono diminuite di oltre 6,2 milioni di barili nell’ultima settimana, ben al di sopra delle attese degli analisti, che prevedevano un calo di poco superiore ai 200.000 barili. A sostenere ulteriormente i prezzi sono le indiscrezioni secondo cui Washington starebbe valutando un’estensione del blocco dei porti iraniani, una mossa che potrebbe compromettere a lungo il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per circa il 20% dei flussi petroliferi globali. Il presidente Donald Trump ha aumentato la pressione su Teheran, invitando il Paese a “darsi una svegliata” e a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, mentre l’amministrazione statunitense valuta misure per limitare ulteriormente le esportazioni di greggio iraniano.

Secondo stime riportate da Reuters, le interruzioni legate al conflitto hanno già comportato perdite di forniture per oltre 50 miliardi di dollari. I tentativi di riaprire un canale negoziale appaiono al momento in stallo, rafforzando l’idea che la crisi possa protrarsi nei prossimi mesi. In questo contesto, gli operatori stanno anche valutando le implicazioni dell’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec, una decisione che gli analisti considerano significativa sul piano politico ma con effetti limitati nel breve periodo. Gli analisti di Ing parlano di “duro colpo” per il cartello, sottolineando come la mossa possa ridurne l’influenza sul mercato globale e risultare favorevole ai Paesi importatori. “Tuttavia, nel breve termine, il principale fattore trainante dei prezzi del petrolio rimane l’evoluzione della situazione nel Golfo Persico e i tempi di ripresa dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz”, osservano gli analisti.

Nel frattempo, anche le compagnie petrolifere si preparano a uno scenario di interruzioni prolungate. Secondo fonti citate da Reuters, la Abu Dhabi National Oil Company ha avvertito alcuni clienti della possibilità di caricare greggio al di fuori del Golfo il prossimo mese, proprio a causa della persistente chiusura dello Stretto di Hormuz.

Le tensioni si riflettono anche sul gas europeo: dopo due sedute di calo, i futures di maggio al Ttf di Amsterdam hanno ritoccato i massimi di 4 settimane, balzando a 47,5 euro/MWh (+8,9%) alla campanella delle 18. Manco a dirlo, il clima di incertezza continua a pesare sui mercati azionari del Vecchio continente, con gli investitori sempre più cauti di fronte al rischio di un prolungamento del conflitto e alle possibili ricadute sull’economia globale. A Milano il Ftse Mib segna -0,51%, il Cac 40 di Parigi cede lo 0,4%, il Dax tedesco registra -0,27% e a Londra il Ftse 100 si ferma sul -1,16%. Il rialzo del petrolio si accompagna a un movimento opposto dei metalli preziosi: oro e argento hanno registrato un netto calo, penalizzati dalle aspettative di tassi di interesse più elevati più a lungo e da un rafforzamento del dollaro.


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Andrea Francato
– 4 minutes ago

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Dagli Usa via libera all’acquisto di petrolio russo già in transito. Ue: “A rischio sicurezza”

Via libera da parte degli Stati Uniti a un allentamento – seppur temporaneo – alle sanzioni sul petrolio russo. L’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro Usa ha concesso alla Mosca l’autorizzazione alla consegna e alla vendita di petrolio greggio e prodotti petroliferi caricati sulle navi già in transito a partire dal 12 marzo 2026 e fino al prossimo 11 aprile.

Il presidente degli Stati Uniti, scrive il segretario Scott Bessent su X, “sta adottando misure decisive per promuovere la stabilità nei mercati energetici globali e si sta impegnando per mantenere bassi i prezzi, affrontando al contempo la minaccia e l’instabilità rappresentate dal regime terroristico iraniano”. Quindi, per aumentare la portata globale dell’offerta esistente, “sta concedendo un’autorizzazione temporanea per consentire ai paesi di acquistare Petrolio russo attualmente bloccato in mare. Questa misura, circoscritta e di breve durata, si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione”.

Gongola il Cremlino, che secondo la Commissione europea, ha guadagnato 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive dalle vendite di petrolio dall’inizio del conflitto in Mediorienteil che rende probabilmente la Russia il più grande beneficiario di questo conflitto”, spiega un portavoce. Secondo Mosca, la decisione degli Usa “rappresenta un tentativo di stabilizzare i mercati energetici”. “I nostri interessi coincidono”, assicura il ​​portavoce presidenziale Dmitry Peskov, secondo il quale “senza volumi significativi di petrolio russo, la stabilizzazione del mercato è impossibile”.

Sul fronte europeo la situazione è tesa. Da Parigi, dove ha incontrato il capo dello Stato, Emmanuel Macron, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky si dice certo che la decisione di Donald Trump “rafforzerà la posizione della Russia”. Un singolo allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti “potrebbe fruttare alla Russia circa 10 miliardi di dollari in fondi di guerra. Questo certamente non contribuisce alla pace”, lamenta. Il capo dell’Eliseo ribadisce la decisione del G7 di non “rivedere” la propria politica di sanzioni contro Mosca.

I vertici europei restano fermi sulle proprie posizioni. Per il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, “è motivo di grande preoccupazione, in quanto ha un impatto sulla sicurezza europea. L’aumento della pressione economica sulla Russia è decisivo affinché accetti un negoziato serio per una pace giusta e duratura. L’allentamento delle sanzioni, al contrario, aumenta le risorse russe da destinare alla guerra di aggressione contro l’Ucraina”. L’esecutivo comunitario rimarca quanto già ribadito dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e cioè che le sanzioni “devono restare in vigore anche nell’attuale situazione di volatilità dei mercati petroliferi”.

Israele lancia attacco di terra in Libano. Trump: “Siamo pieni di munizioni”

Si aggrava la situazione in Medioriente e il numero di vittime è salito a 787. L’esercito israeliano ha lanciato un’offensiva di terra in Libano, colpendo “il quartier generale e i depositi di armi dell’organizzazione terroristica Hezbollah a Beirut”.  “Netanyahu e io – fa sapere il ministro della Difesa israeliano Israel Katz – abbiamo approvato l’avanzata dell’esercito e la conquista di ulteriori aree di controllo in Libano per impedire il fuoco sugli insediamenti al confine con Israele”. Secondo quanto riferiscono i media locali, la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) ha chiesto al suo personale non essenziale di evacuare le sue posizioni nel Libano meridionale. “Questa non è una guerra senza fine. È anzi qualcosa che inaugurerà un’era di pace che non abbiamo mai nemmeno sognato”, ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu intervistato da Fox News. “Questa – ha aggiunto – sarà un’azione rapida e decisiva. E creeremo prima le condizioni affinché il popolo iraniano prenda il controllo del proprio destino, per formare un proprio governo democraticamente eletto, che renderà l’Iran completamente diverso”.

TRUMP: SIAMO PIENI DI MUNIZIONI. “Le scorte di munizioni degli Stati Uniti, di livello medio e medio-alto, non sono mai state così elevate o migliori. Come mi è stato detto oggi, abbiamo una scorta praticamente illimitata di queste armi”, scrive su Truth il presidente degli Usa, Donald Trump. “Le guerre – aggiunge – possono essere combattute “per sempre”, e con grande successo, usando solo queste scorte (che sono migliori delle migliori armi di altri paesi!). Al massimo livello, abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vorremmo essere. Molte altre armi di alto livello sono immagazzinate per noi nei paesi periferici”. Ieri, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, il repubblicano aveva annunciato che “la grande onda” deve ancora arrivare, ma intanto “li stiamo massacrando”, lasciando intendere di avere le capacità di proseguire anche altre le 4-5 settimane inizialmente previste.

COLPITA AMBASCIATA USA A RIAD.  L’ambasciata statunitense a Riad, in Arabia Saudita, ha annunciato che annullerà tutti gli appuntamenti consolari di martedì “a causa di un attacco alla struttura”, che è stata colpita da presunti droni iraniani nelle prime ore della mattinata. Il ministero della Difesa saudita aveva precedentemente confermato l’attacco, affermando che aveva causato “incendi limitati e lievi danni materiali”. Una fonte vicina alla vicenda ha dichiarato alla CNN che inizialmente non ci sono state segnalazioni di feriti.

EVACUATI RESIDENTI VICINI A BASE RAF A CIPRO. Quasi tutti i residenti sono stati evacuati questa notte dal villaggio di Akrotiri, a Cipro, nei pressi della base della RAF britannica, presa di mira dai droni da combattimento. “Tutti se ne sono andati, tranne una ventina di persone che si sono rifiutate di andarsene”, ha dichiarato al Guardian il vicesindaco della zona, Giorgos Konstantinos. “Si è trattato di un’evacuazione di massa, date le circostanze e la paura”. Nella serata di ieri le forze di polizia sono state rafforzate attorno alla base militare, dopo che sono stati intercettati alcuni droni.

DANNI A SITO NUCLEARE DI NATANZ. Sulla base delle ultime immagini satellitari disponibili, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) conferma danni agli edifici di ingresso dell’impianto sotterraneo di arricchimento del combustibile di Natanz (FEP) in Iran. “Non sono previste conseguenze radiologiche e non sono stati rilevati ulteriori impatti presso l’impianto stesso, gravemente danneggiato durante il conflitto di giugno”, scrive l’agenzia su X.

IN ARRIVO STUDENTI ITALIANI BLOCCATI A DUBAI. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che sono in partenza da Abu Dhabi i circa 200 studenti che partecipavano a un corso a Dubai: verranno trasferiti in aereo a Linate. Sul volo viaggiano anche alcuni cittadini italiani in particolari condizioni di salute. Altri bus sono disponibili per il trasferimento dagli Emirati verso l’Oman, e altri voli charter messi a disposizione dalla compagnia Oman Air vengono organizzati in queste ore per i passeggeri diretti in Italia. A Mascate, intanto, dalle 4,30 del mattino è già operativo il primo gruppo di funzionari di rinforzo alle sedi diplomatiche. Tajani, in accordo con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha chiesto alla Farnesina di creare un’unità di supporto di diplomatici, carabinieri, finanzieri. “Stiamo lavorando senza sosta per assistere i nostri connazionali rimasti bloccati in Medio Oriente. Per rispondere all’emergenza in corso, stiamo facilitando, insieme alle Ambasciate italiane nella regione e in collaborazione con le Autorità locali, alcuni voli di rientro dei connazionali dalla regione del Medio Oriente”, spiega Tajani.

La Guerra del Golfo è la guerra dell’energia: in ballo c’è la tenuta della nostra economia

Dopo i dazi, la guerra. L’ennesima guerra. Questa volta in Medio Oriente, con il coinvolgimento non solo dell’Iran ma di tutti i Paesi del Golfo. Non ce n’era bisogno, verrebbe da dire, dopo i 4 anni di combattimenti tra Ucraina e Russia. Scontro, questo, che pare non trovare un punto di incontro tra le parti, nonostante sforzi, briefing e mediazioni.

Al centro dei conflitti c’è sempre l’energia perché le nazioni coinvolte sono produttrici di fossili: petrolio e gas, nonostante tutto ancora determinanti per la sussistenza del mondo in attesa che le rinnovabili prendano piede e il nucleare faccia la sua parte. Nucleare, però, che proprio in queste ore è a rischio di attacchi, perché le centrali fanno gola nelle guerre del Terzo Millennio. E il presidente dell’Aiea, Rafael Grossi, ha subito lanciato l’allarme: dopo Zaporizhzhia adesso il batticuore è per alcuni siti iraniani, colpiti dalla rappresaglia usa-Israele.

Il gas costa il 50% in più rispetto a tre giorni fa, cioè prima che Usa e Israele decidessero di attaccare l’Iran ed eliminare la Guida suprema Khamenei; il petrolio viaggia a circa l’8% in più in una pericolosa gara al rialzo.

Secondo gli analisti si tratterebbe – o si tratterà – di aumenti fisiologici con la chiusura dello stretto di Hormuz, là dove transitano oltre 20 milioni di barili al giorno e tutte le esportazioni di Gnl dal Qatar e dagli Emirati Arabi. Aumenti destinati – sempre ad ascoltare gli esperti – ad esaurirsi in fretta se la guerra sarà breve come sostiene Donald Trump. Il presidente Usa ha parlato di quattro settimane per ‘regolare’ la Regione. Nel caso avesse sbagliato i calcoli, Trump, il petrolio farà in fretta a toccare i 100 dollari al barile e chissà quali vette raggiungerà il gas, proprio ora che cominciano gli stoccaggi per il prossimo inverno. Stoccaggi europei, ricordiamo, che non sono mai stati così vuoti. Sempre secondo gli esperti, i ‘danni’ maggiori dovrebbero patirli in Cina, la direzione che prende la maggio parte delle navi attualmente in ‘parcheggio’ distanti da Hormuz. Però…

Mentre le Borse mondiali crollano, come era abbastanza preventivabile, alla paura per l’allargarsi del conflitto si aggiunge l’umanissimo timore che tutto questo vada poi a incidere sulle bollette che si dovranno pagare e sul pieno alla pompa di benzina. Altro che dl Bollette partorito dal governo, gli scenari sono poco rosei e molto inquietanti. Riguardano la tenuta della nostra economia e la sopravvivenza delle famiglie.

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Scoppia la guerra dello champagne: Trump minaccia dazi del 200% alla Francia

Un dazio del 200% su vini e champagne francesi. E’ l’annuncio fatto dal presidente Usa, Donald Trump, dopo il “no” del suo omologo francese, Emmanuel Macron, ad aderire al ‘Board of peace’ per Gaza. “Applicherò una tariffa del 200% sui suoi vini e champagne. E lui accetterà. Ma non è obbligato a farlo”, ha detto il capo della Casa Bianca parlando con i giornalisti in Florida. Nel 2024 la Francia ha esportato negli Usa vino per 2,4 miliardi di euro e 1,5 miliardi di alcolici, pari a circa un quarto delle suo export.

La tensione tra i due leader è sempre più forte. In mattinata, sul social network Truth, Trump ha postato lo screenshot di un messaggio – la cui autenticità è stata confermata dall’Eliseo – nel quale Macron, dopo aver spiegato di essere “totalmente in linea sulla Siria” e convinto che “insieme faremo grandi cose in Iran”, dice di non capire “cosa stai facendo in Groenlandia”. “Posso organizzare – scrive il presidente francese nella nota mostrata da Trump – una riunione del G7 dopo Davos a Parigi giovedì pomeriggio. Posso invitare ucraini, danesi, siriani e russi”. Infine, scrive Macron, “ceniamo insieme a Parigi giovedì prima che torni negli Stati Uniti”.

Nessun accenno ai dazi, ma la pubblicazione di una comunicazione riservata viene vista da Parigi come uno sgarbo istituzionale. Anche se non è la prima volta che Trump rende noti i messaggi ricevuti dai leader Ue o dai responsabili di organizzazioni internazionali.

E da Davos, in occasione del suo intervento al World Economic Forum, è arrivata la replica del presidente francese che, però, non ha mai citato per nome il suo omologo Usa. “Il mondo pende verso l’autocrazia, nel 2024 ci sono state oltre sessanta guerre anche se mi dicono che alcune sono state risolte”, ha ironizzato riferendosi, naturalmente, a Trump.

Ma la questione dazi ora si fa più stringente. Quella americana, ha detto Macron a Davos, è una concorrenza che si basa su accordi commerciali “che minano i nostri interessi di esportazione, esigono concessioni massime e mirano apertamente a indebolire e subordinare l’Europa, combinata con un accumulo infinito di nuove tariffe che sono fondamentalmente inaccettabili. Ancora di più quando vengono utilizzate come leva contro la sovranità territoriale”. L’attacco è frontale e a 360 gradi: in questo periodo storico stiamo assistendo a “un passaggio verso un mondo senza regole, dove il diritto internazionale viene calpestato e dove le uniche leggi che sembrano contare sono quelle del più forte e le ambizioni imperiali stanno riemergendo”.

E l’annuncio di tariffe record sui vini francesi va proprio in questa direzione. Per il ministro francese delegato all’Industria, Sébastien Martin, questo atteggiamento “incoraggia ulteriormente l’Europa a reagire”, mentre per la titolare dell’Agricoltura, Annie Genevard, si tratta di “uno strumento di ricatto”. “Abbiamo gli strumenti” commerciali “per resistergli; spetta agli europei assumersi la responsabilità”, ha spiegato.

E proprio la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a Davos ha ribadito che “l’Ue e gli Stati Uniti hanno concordato un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa”. Ma per il presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber, “è inaccettabile” per l’Europa sopportare ancora le “minacce Usa”. Ecco perché “il Parlamento europeo ha deciso, insieme ai tre grandi gruppi, di sospendere l’accordo commerciale”. In ogni caso, ha rimarcato a Strasburgo, “raccomanderei a tutti di rimanere calmi in questi negoziati commerciali, per evitare un’ulteriore escalation, per evitare lo stile trumpiano, facciamolo con lo stile europeo: questa è una settimana di dialoghi”.

Trump valuta acquisto Groenlandia. Macron: “No a nuovo colonialismo”. Ue: “Usa restano partner strategici”

L’Unione europea e i governi dei Ventisette iniziano a percepire come reale la minaccia degli Stati Uniti d’America e del loro presidente, Donald Trump – che si dice pronto ad acquistarla – sulla Groenlandia e provano a reagire. Anche se in modi diversi. Tra i toni più duri ci sono quelli del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui gli Stati Uniti “si stanno gradualmente allontanando” da alcuni loro alleati e “si stanno liberando dalle regole internazionali”, affermando “un nuovo imperialismo e un nuovo colonialismo“, che si delinea dalla Groenlandia, al Venezuela passando per la Colombia e l’Iran. Nel suo discorso annuale davanti agli ambasciatori francesi, il capo dell’Eliseo ha parlato di “un’aggressività neocoloniale” da parte di Washington sempre più presente nelle relazioni diplomatiche. E ha aggiunto che “le istituzioni multilaterali funzionano sempre meno bene”, anche se “viviamo in un mondo di grandi potenze con una forte tentazione di spartirsi il mondo”.

Anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, ha manifestato allarme per le mosse di Washington. “I messaggi che sentiamo riguardo alla Groenlandia sono estremamente preoccupanti”, ha detto durante la conferenza stampa al Cairo con il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty. L’ex premier estone ha spiegato che il tema è stato “discusso anche tra gli Stati europei”, soprattutto per valutare se “rappresenti una minaccia reale e, se sì, quale sarebbe la nostra risposta” europea. “La Danimarca è stata una buona alleata degli Stati Uniti e direi che tutte queste dichiarazioni non stanno realmente contribuendo alla stabilità mondiale. Il diritto internazionale è molto chiaro e dobbiamo rispettarlo”, ha precisato.

Più cautela, invece, da parte della Commissione europea che, nel briefing quotidiano con la stampa, ha sottolineato “che gli Stati Uniti rimangono un partner strategico” dell’Ue. “Con loro, come con tutti gli altri partner, lavoriamo attivamente nelle aree in cui ci sono interessi comuni. E continueremo a farlo”, ha affermato la portavoce della Commissione europea, Arianna Podestà. “Gli Stati Uniti storicamente sono un partner strategico dell’Unione europea. Lo sono sempre stati e continuano a esserlo. Non significa che la dobbiamo vedere esattamente allo stesso modo su tutti gli argomenti, ma ci sono molti, molti ambiti in cui condividiamo visioni e interessi comuni e su questo lavoriamo attivamente. Dalla geopolitica all’economia, ci sono molti ambiti in cui possiamo cooperare e in cui cooperiamo”, ha dettagliato.

Intanto, secondo una ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, la Groenlandia ‘vale’ quasi 2800 miliardi di dollari e gli Stati Uniti hanno già tentato altre volte di acquistarla. Dopo aver comprato l’Alaska dalla Russia, nel 1868 il segretario di Stato William Seward valutò di rilevare anche la Groenlandia e l’Islanda per 5,5 milioni di dollari, ma non arrivò mai ad avanzare una proposta formale. A presentarla fu invece nel 1946 il presidente Harry Truman che offrì 100 milioni in oro per convincere la Danimarca a vendere, ma senza riuscirci. In generale, si stima che l’isola ospiti risorse minerarie per 4.400 miliardi: circa 1.700 miliardi di petrolio e gas — la cui estrazione è dal 2021 proibita per ragioni ambientali — e 2.700 miliardi di metalli, fra cui le preziosissime terre rare. Estrarre queste riserve non è semplice per le condizioni climatiche, la scarsità di manodopera e la carenza di infrastrutture, ma secondo il think tank American Action Forum (Aaf), il valore dei giacimenti attualmente sfruttabili dell’isola è attorno ai 186 miliardi. E, basandosi sui valori dell’Islanda — Paese simile alla Groenlandia per posizionamento geostrategico — l’Aaf stima un prezzo al chilometro quadro di 1,38 milioni che, applicato all’intero territorio groenlandese, porterebbe a un prezzo complessivo di 2.760 miliardi, circa il 9% del Pil americano e il 7% del suo debito pubblico.

La questione potrebbe essere affrontata a giorni dagli attori principali. Ieri il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato un incontro con i funzionari danesi la prossima settimana, ma senza specificare luogo o modalità. A partecipare sarà anche il governo di Nuuk. “Niente sulla Groenlandia senza la Groenlandia. Ovviamente parteciperemo. Siamo noi che abbiamo richiesto l’incontro”, ha scandito all’emittente pubblica danese DR la ministra degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri, durante la cerimonia di apertura della presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue, a Nicosia, sia Ursula von der Leyen che Antonio Costa hanno concentrato l’attenzione dei loro discorsi sulla questione groenlandese. “La cooperazione è più forte del confronto, la legge è più forte della forza. Questi sono principi che valgono non solo per la nostra Unione europea, ma anche per la Groenlandia”, ha affermato la presidente della Commissione. “L’Europa rimarrà una difensore fedele e incondizionato del diritto internazionale e del multilateralismo”, ha aggiunto Costa ricordando che gli europei hanno imparato dalla storia che “l’unilateralismo porta direttamente al conflitto, alla violenza e all’instabilità”. Mentre la premier danese, Mette Frederiksen, nei giorni scorsi ha evidenziato che un attacco Usa contro un altro alleato Nato significherebbe la fine dell’Alleanza Atlantica.

Nel frattempo, si può ricordare quanto già rispolverato con l’aggressione russa all’Ucraina e il timore di una sua espansione ai Paesi Ue, in particolare a quelli che nel 2022 non erano aderenti alla Nato, Svezia e Finlandia. E cioè che l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea prevede la mutua assistenza tra gli Stati membri. “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”, si legge. Infine, nel ventaglio di proposte di reazione, arriva anche quella del deputato europeo danese del gruppo The Left, Per Clausen, che ha scritto una lettera alla presidente del Parlamento, Roberta Metsola, e ai capigruppo per chiedere uno stop dell’esame dell’accordo sui dazi. Il Parlamento dovrebbe votare a febbraio l’accordo trovato l’estate scorsa tra von der Leyen e Trump. Ma “se approvassimo un accordo che Trump considera una vittoria personale, mentre egli avanza pretese sulla Groenlandia e non esclude alcun modo per raggiungerle, sarebbe facilmente percepito come un premio per lui e le sue azioni”, ha spiegato nella missiva.

Trump punta ancora alla Groenlandia: “Ci serve per la sicurezza nazionale”

A un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca e a pochi giorni dall’attacco al Venezuela – e dall’arresto del presidente Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores – il presidente Usa, Donald Trump, è tornato a ripeterlo: la Groenlandia “ci serve per questioni di sicurezza nazionale”, anche perché “è circondata da navi russe e cinesi”. A bordo dell’Air Force One, il repubblicano ha accusato la Danimarca di non essere capace “di garantire” questa sicurezza e ha ironizzato: per farlo, “ha aggiunto una slitta trainata da cani”.

Già due giorni fa la premier danese, Mette Frederiksen, ha ricordato a Trump che gli Usa “non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre paesi del Commonwealth”, anche perché il Regno di Danimarca – e quindi la Groenlandia – fa parte della Nato “ed è quindi coperto dalla garanzia di sicurezza dell’alleanza”. “Vorrei quindi esortare con forza gli Stati Uniti a porre fine alle minacce contro un alleato storicamente stretto e contro un altro Paese e un altro popolo che hanno affermato molto chiaramente di non essere in vendita”, ha ribadito Frederiksen.

L’operazione militare americana in Venezuela, che ha messo in evidenza l’interesse di Donald Trump per le vaste risorse petrolifere del Paese, ha riacceso i timori per la Groenlandia, ambita dal presidente americano per le sue importanti risorse minerarie e la sua posizione strategica. Tra una ventina di giorni, ha detto Trump, “ce ne occuperemo”.

Nel fine settimana è stata Katie Miller, moglie del vice capo di gabinetto della Casa Bianca, Stephen Miller, a rilanciare la questione. In un post su X ha pubblicato una mappa della Groenlandia con i colori della bandiera americana, accompagnata dalla scritta “Presto”. La Danimarca è un alleato storico e tradizionale degli Stati Uniti, che le forniscono gran parte delle sue armi. Ma il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, su Facebook ha giudicato “irrispettoso” il post di Miller. “Le relazioni tra i paesi e i popoli si basano sul rispetto e sul diritto internazionale, e non su simboli che ignorano il nostro status e i nostri diritti”, ha scritto.

Poco prima di Natale Trump aveva nominato il governatore della Louisiana Jeff Landry, repubblicano, come inviato speciale degli Usa in Groenlandia, scatenando una bufera internazionale. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa avevano espresso la loro “piena solidarietà con la Danimarca e il popolo della Groenlandia”. “L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale”, avevano ribadito.

Dazi, Usa abbassano pretese su pasta italiana: sospiro di sollievo per il settore

Se allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre qualcuno ha espresso il desiderio di vedere abbassare i dazi, allora è stato esaudito. Il dipartimento americano del Commercio ha deciso, infatti, di abbassare le aliquote delle tariffe antidumping sulla pasta italiana, portando un po’ di serenità in un settore che da qualche mese se la stava vedendo davvero brutta a causa di un calcolo (statunitense) apparso subito abbastanza ‘astruso’, per usare un eufemismo.

La buona notizia che arriva dagli Stati Uniti dimostra come il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porti i suoi frutti”, ha commentato il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che da mesi è dietro al dossier. “Abbiamo seguito sin da subito la vicenda, ad ottobre a Chicago insieme all’ambasciatore Marco Peronaci avevamo dato un segnale importante: le istituzioni italiane non avrebbero abbandonato i produttori di pasta italiani. Oggi sappiamo di aver scelto la strada giusta e le tariffe sono fortemente ridimensionate. Ancora una volta abbiamo dimostrato che il lavoro di squadra paga e l’Italia è forte e rispettata nel mondo”.

Non sono solo le istituzioni a esultare. Coldiretti e Filiera Italia che con “Filiera Pasta” rappresenta oggi le aziende premium più rappresentative del settore, esprimono infatti soddisfazione per l’azione del governo italiano ed in particolare dei ministri Antonio Tajani e Francesco Lollobrigida e della nostra struttura diplomatica, che ha portato a una prima temporanea riduzione dei dazi Usa sulla pasta italiana. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, infatti, ha reso noto alcune valutazioni nella notte – in anticipo rispetto alla conclusione dell’indagine attesa per l’11 marzo – in relazione ai dazi antidumping su alcuni marchi di pasta italiani che Coldiretti e Filiera Italia avevano immediatamente denunciato come inaccettabili chiedendo l’intervento del Governo Italiano che si è subito attivato. L’analisi post-preliminare fatta dalle amministrazioni Usa competenti ha rideterminato in misura significativamente più bassa le aliquote fissate in via provvisoria lo scorso 4 settembre: dal 91,74%, i dazi passano al 2,26% per La Molisana, al 13,98% per Garofalo e al 9,09% per gli altri 11 produttori di cui molti aderenti a Filiera Italia – sottolinea la nota di Coldirtetti -. La decisione Usa è un primo riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle nostre aziende da parte delle autorità statunitensi. Così come annunciato il sostegno assicurato dalla Farnesina e dal Governo continuerà in attesa delle decisioni definitive. Così come continuerà l’azione di Coldiretti e Filiera Italia a difesa della nostra pasta premium esportata sul mercato USA che abbiamo sostenuto anche con una forte azione sui media internazionali.

Secondo le stime di Coldiretti e Filiera Italia, un dazio come quello preannunciato e che ora sembrerebbe scongiurato, avrebbe raddoppiato il costo di un piatto di pasta per le famiglie americane, spalancando le porte ai prodotti Italian sounding e penalizzando la qualità autentica del Made in Italy. Nel 2024 l’export di pasta italiana verso gli Usa ha raggiunto un valore di 671 milioni di euro, confermando il mercato statunitense come uno dei più strategici per il settore.

Come Unione Italiana Food esprimiamo grande soddisfazione per questo risultato, che premia il lavoro costante svolto al fianco delle nostre imprese associate, fra cui La Molisana, Garofalo e Barilla, che hanno affrontato con serietà, trasparenza e spirito di collaborazione un percorso complesso e delicato”, è stato il commento entusiastico anche della presidente dei pastai di Unione italiana food, Margherita Mastromauro. “Questo esito dimostra che il ruolo di Unione Italiana Food è centrale nel rappresentare, tutelare e accompagnare le aziende italiane nelle battaglie giuste, soprattutto quando si tratta di difendere la qualità, la correttezza e la competitività del Made in Italy sui mercati internazionali. Quando il sistema Paese fa squadra (imprese, associazioni e istituzioni) i risultati arrivano”, ha aggiunto. Riconoscendo la “decisiva collaborazione del ministro Lollobrogida, del ministro Tajani e del commissario europeo Sefkovic”. Per i pastai “la decisione delle autorità statunitensi conferma inoltre che gli Stati Uniti sono un Paese attento all’Italia e alle sorti della nostra economia, capace di riconoscere il valore delle nostre imprese e il contributo strategico del comparto agroalimentare italiano”.

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