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Bce, Lagarde conferma: “Resterò fino alla fine del mio mandato”. E cita ‘Il Gattopardo’

Nessun passo indietro, la presidente della Bce, Christine Lagarde non ha alcuna intenzione di dimettersi dal suo incarico prima della sua scadenza naturale, a ottobre 2027. Lo conferma lei stessa al Wall Street Journal: “Ripensando a tutti questi anni, penso che abbiamo realizzato molto, che io stessa ho realizzato molto”, dice al quotidiano economico. “Dobbiamo consolidare e assicurarci che tutto questo sia davvero solido e affidabile. Quindi, la mia previsione è che ci vorrà fino alla fine del mio mandato”, aggiunge.

Appena due giorni fa il Financial Times aveva sganciato la bomba: “Lagarde si dimetterà prima della fine del suo mandato”, per “dare a Macron e Merz la possibilità di scegliere il suo successore prima delle elezioni presidenziali francesi”. A stretto giro era arrivata la replica della stessa Bce, che aveva smentito la notizia spiegando che la presidente “è totalmente concentrata sulla sua missione e non ha preso alcuna decisione in merito alla fine del suo mandato”. Oggi la conferma che quel tempo non è ancora arrivato e che le strategie politiche non sembrano influire sulla sua decisione.

E in virtù del suo ruolo, Lagarde non si lascia sfuggire l’occasione per tornare a parlare di quell’ordine mondiale che sembra ormai messo irrimediabilmente in discussione. Dal palco della Columbia Law School di New York, dove ha ricevuto il Wolfgang Friedmann Memorial Award 2026, cerca di far valere il pragmatismo. Ciò che sta accadendo, dice, “non è una novità: è un ritorno a vecchi modelli di coercizione e mercantilismo. Non è il mondo: la maggior parte dei paesi non lo vuole e non lo ha scelto. E non è un ordine: è l’assenza di un ordine”.

Difficile trovare un colpevole, ma alcuni fatti sono davanti agli occhi di tutti. “La straordinaria ascesa della Cina ha trasformato l’equilibrio di forze all’interno dell’ordine” e gli Stati Uniti, “che avevano garantito il sistema per decenni, hanno iniziato a perdere fiducia nel fatto che le regole stessero giocando a loro favore. E quando il garante di un ordine inizia a dubitarne, l’ordine stesso è nei guai”, spiega.

Ma non tutto è perduto. “Nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa  – ricorda Lagarde – il giovane principe dice allo zio: ‘Se vogliamo che le cose restino come sono, le cose dovranno cambiare’. Lo stesso vale per l’ordine internazionale. Preservarlo significa riformarlo con onestà, con ambizione e con la collaborazione di tutti coloro che hanno contribuito a costruirlo. L’ordine internazionale è stato forgiato insieme. Riformiamolo insieme”.

Da qui la necessità di “riforme pragmatiche”, a partire dal quella dell’Organizzazione mondiale del commercio, perché l’interconnessione tra i Paesi è inevitabile e essenziale. “Lo abbiamo visto l’anno scorso – spiega Lagarde – quando gli Stati Uniti hanno tentato di imporre dazi doganali ingenti alla Cina. Le dipendenze tra le catene di approvvigionamento si sono rivelate troppo profonde, costringendo a significative esenzioni nel giro di poche settimane”. “In un mondo così interconnesso, nessun Paese può permettersi di voltare le spalle alla cooperazione. E, in un certo senso, la maggior parte dei Paesi lo sa”, dice la presidente della Bce.

Ecco che allora “ci troviamo di fronte a una scelta. Possiamo accettare la deriva verso un equilibrio di potere tra rivali – un modello che la storia ci insegna essere stabile solo finché non lo è più. Oppure possiamo intraprendere la strada più difficile: riformare l’ordine internazionale affinché riconquisti la fiducia di coloro che l’hanno persa”.

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Bce, Ft: “Lagarde verso dimissioni anticipate”. Ma Francoforte smentisce

“Lagarde lascerà la Bce prima della fine del suo mandato”, la presidente della Banca centrale “vuole dare a Macron e Merz la possibilità di scegliere il suo successore prima delle elezioni presidenziali francesi”. A lanciare la proverbiale bomba è il Financial Times nella sua edizione online. Ed è bastato anche solo il titolo per scatenare una ridda di reazioni, principalmente sui media globali. Analisti e mercati infatti accolgono molto tiepidamente l’indiscrezione: euro e rendimenti obbligazionari non danno segni di accelerazione nell’immediato, in attesa di approfondimenti.

Il mandato di Lagarde si concluderà nell’ottobre 2027, ma secondo il quotidiano economico britannico, che cita una “fonte a conoscenza” dell’argomento, l’intenzione sarebbe legata a una strategia strettamente politica: dimissioni anticipate permetterebbero ai leader di Parigi e Berlino di concordare un successore prima delle elezioni presidenziali francesi, nella primavera del prossimo anno. Il timore è infatti che il periodo non sia propizio per decidere anche sul vertice della massima autorità economica dell’eurozona: sia per l’ormai notoria instabilità del sistema politico francese, sia perchè all’Eliseo è proiettata l’estrema destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella.

Le stesse ragioni per cui negli scorsi giorni è arrivato l’annuncio a sorpresa delle dimissioni anticipate del governatore della Banque due France, François Villeroy de Galhau. Altro elemento: in scadenza nel 2027 ci sono anche i mandati dei membri del Comitato esecutivo, Philip Lane e Isabel Schnabel. Le contrattazioni tra i governi si concentrerebbero dunque sull’intero pacchetto di nomine.

La principale interessata non commenta, al momento, e sorprenderebbe qualora lo facesse, date le dichiarazioni misurate su temi cruciali come l’andamento della politica monetaria. Figurarsi sull’addio alla Banca custode dell’euro. Anche perché è la stessa Bce, tramite un portavoce, che conferma che “la presidente Lagarde è totalmente concentrata sulla sua missione e non ha preso alcuna decisione in merito alla fine del suo mandato”.

Il Financial Times rilancia comunque un tema già emerso nel recente passato e che si è rafforzato con l’attacco frontale di Donald Trump all’attuale presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, e più in generale all’indipendenza della Banca centrale Usa. Qualche mese fa il nome di Lagarde era stato accostato anche al World Economic Forum ma l’indiscrezione non aveva prodotto alcunchè. Nel frattempo è già scattato il toto-nomi, con i candidati di Germania, Paesi Bassi e Spagna in prima fila. Macron, pur avendo voce in capitolo, non dovrebbe avanzare pretese su un connazionale dato che la Bce ha già ottenuto due presidenze (Jean-Claude Trichet e Lagarde), mentre per effetto della turnazione l’Italia al momento potrebbe esprimere solo un voto secondario. Anche per Berlino la situazione è complicata e la strada verso Francoforte di Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, è in salita: la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, è tedesca. Il che restringe il campo ai potenziali candidati di Madrid (Pablo Hernandez de Cos, ex governatore del Banco de España e attuale dg della Banca dei regolamenti internazionali) e Amsterdam (Klaas Knot, ex presidente della De Nederlandsche Bank).

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Lagarde avverte: “Pericolo grave se Trump prende il controllo della politica monetaria”

Un’acquisizione del controllo della politica monetaria americana da parte di Donald Trump rappresenterebbe “un pericolo molto grave” per l’economia americana e mondiale. A lanciare l’allarme è la presidente della Bce, Christine Lagarde, in un’intervista a Radio Classique, ricordando che la politica della banca centrale americana (Fed) “ha ovviamente effetti sugli Stati Uniti per mantenere la stabilità dei prezzi e garantire un’occupazione ottimale”. “Se dipendesse dal diktat di questo o quello”, ha continuato Lagarde, “l’equilibrio dell’economia americana, e di conseguenza gli effetti che ciò avrebbe in tutto il mondo, sarebbero molto preoccupanti”.

Lagarde ha tuttavia aggiunto che sarà “molto difficile” per Donald Trump arrivare a una situazione del genere, perché “la Corte Suprema degli Stati Uniti, che è ampiamente rispettata nel Paese e che spero sarà rispettata anche da lui, ha precisato che un governatore della Fed può essere revocato solo per colpa grave”. “Bisogna comunque spingersi molto oltre per essere revocati per colpa grave”, ha affermato.

“Quindi penso che sarà molto difficile per lui arrivare (tra) il consiglio dei governatori che riunisce i sette che sono a Washington” più quelli delle banche regionali americane “per ribaltare completamente la maggioranza”, ha aggiunto la presidente della Bce.

Donald Trump, che ritiene di avere voce in capitolo sulla politica monetaria e auspica regolarmente che la Fed abbassi i tassi di interesse, sta cercando di minare alcuni dei suoi più alti funzionari. Dopo aver inveito per mesi contro il presidente dell’istituzione, Jerome Powell, che lui stesso aveva nominato durante il suo primo mandato, il presidente americano sta ora cercando di far revocare una delle governatrici, Lisa Cook, accusata dal campo presidenziale di aver mentito per ottenere mutui immobiliari a tassi più favorevoli. La scorsa settimana i tribunali Usa non si sono pronunciati sul suo destino, chiedendo alle parti di presentare nuove prove martedì.

La controversia segna l’ingresso dei giudici in una battaglia il cui esito potrebbe cambiare il volto della Federal Reserve, la banca centrale più potente al mondo, responsabile della lotta all’inflazione negli Stati Uniti e della promozione della piena occupazione. Alla fine, sarà probabilmente la Corte Suprema, con la sua maggioranza conservatrice, a pronunciarsi. Definirà anche con precisione in quali circostanze il presidente degli Stati Uniti può rimuovere un membro della Fed, cosa che i documenti del tribunale non prevedono.

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Lagarde taglia tassi per paura dei dazi. Gli analisti: “Bce ridurrà ancora costo denaro”

Christine Lagarde colombina, più che colomba. Per la sesta volta consecutiva, la settima da giugno scorso, la Bce ha tagliato il costo del denaro portando così i tassi sui depositi al 2,25%. Un’altra sforbiciata dello 0,25%, ma in conferenza stampa la numero uno della Banca Centrale Europea ha dichiarato che l’opzione di un taglio di 50 punti base era stata discussa però poi alla fine, all’unanimità, si è convenuto di fermarsi a un -0,25%. Questo perché – ha spiegato – dato l’attuale elevato livello di incertezza, unito al fatto che solo poche settimane fa alcuni membri del Consiglio direttivo si erano chiaramente espressi a favore di una pausa nella riunione odierna, un taglio dei tassi di 50 punti base era evidentemente eccessivo.

Solo “durante l’era di Mario Draghi, la riunione di oggi avrebbe probabilmente portato un taglio di 50 punti base dei tassi assicurativi per sostenere il sentimento sui mercati e sull’economia reale, oltre a dimostrare semplicemente la determinazione della Bce ad agire”, hanno commentato gli analisti di Ing. “Dato l’elevato livello di incertezza attuale, 50 punti base potrebbero effettivamente essere stati un passo troppo lungo oggi, ma in una certa misura, la decisione di oggi sul taglio dei tassi è anche un taglio” che non farà alcun danno ma nemmeno dà un segnale forte. D’altronde, ha evidenziato Lagarde, “le prospettive di crescita si sono deteriorate a causa delle crescenti tensioni commerciali”. Ed “è probabile che la probabile incertezza riduca la fiducia tra famiglie e imprese, e la risposta avversa e volatile del mercato alle tensioni commerciali avrà probabilmente un impatto più restrittivo sulle condizioni di finanziamento”. Tutti fattori che “potrebbero incidere ulteriormente sulle prospettive economiche dell’area dell’euro“.

La presidente dell’Eurotower ha sottolineato che “siamo in presenza di uno choc negativo nei confronti della domanda. Alcuni dazi sono già stati applicati e da una media del 3% siamo passati a dazi medi del 13% alle dogane sui beni europei”. Uno “choc” che “può impattare sulla crescita. C’è molta incertezza e molte implementazioni che devono ancora succedere, per cui l’impatto netto sui prezzi diventerà più chiaro nel tempo”. Da giugno in poi alla Bce avranno forse le idee più chiare, ha aggiunto Lagarde. L’unica certezza, per ora, sembra quella che “l’economia dell’area dell’euro ha sviluppato una certa resilienza contro gli shock globali, ma le prospettive di crescita si sono deteriorate a causa” appunto delle “crescenti tensioni commerciali”.

La strada dunque sembra segnata. In attesa di capire come evolve la battaglia mondiale sui dazi, “prevediamo altri tre tagli dei tassi consecutivi nei prossimi incontri, portando potenzialmente il tasso all’1,5% quest’anno”, sostengono da Goldman Sachs, che ha ridotto la sua previsione di crescita del Pil reale dell’area euro di un ulteriore 0,2%, prevedendo ora una contrazione nel terzo trimestre e una crescita pressoché nulla per il resto dell’anno”, ha evidenziato la banca d’affari americana. “Stimiamo ora una crescita del Pil dell’area euro dello 0,7% nel 2025 (rispetto allo 0,8% precedente) e dell’1,0% nel 2026 (contro l’1,1% stimato in precedenza)”. E, “a livello nazionale, tagliamo le previsioni di crescita del Pil dello 0,3% per Germania e Italia , e dello 0,1% per Francia e Spagna”, ha scritto Goldman. Sachs. “Siamo convinti che ci saranno altri tagli ai tassi. Il senso di urgenza della Bce è chiaramente aumentato. Tuttavia – hanno scritto gli analisti di Ing – tutti dovrebbero ormai sapere che i soli tagli ai tassi non proteggeranno l’economia dell’eurozona dagli attuali cambiamenti e dalle sfide storiche”.

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L’economia Usa vola, quella della Ue invece non riesce a decollare

Avanti tutta con il ribasso dei tassi. Lo annuncia Christine Lagarde a Vilnius per tenere conto del quadro economico europeo segnato da un crescente pessimismo. Tanto più preoccupante perché si contrappone alla vivacità degli Usa. Nonostante i tentativi di stimolare la crescita, i dati sul Pmi (Purchasing Managers’ Index) continuano a dipingere un’immagine negativa per l’Europa segnalando nuove contrazioni dell’attività economica. Viceversa negli Stati Uniti i livelli di attività sono stati ampliati in risposta al rafforzamento della domanda. I nuovi ordini sono aumentati al ritmo più rapido da aprile 2022 e l’occupazione è aumentata per la prima volta in cinque mesi. Inoltre, le pressioni inflazionistiche si sono ulteriormente raffreddate nonostante un balzo nell’inflazione dei costi di input nel settore manifatturiero.
Quadro del tutto diverso in Europa dove il Pmi della zona euro, che misura la performance complessiva dei settori manifatturiero e dei servizi, ha registrato nell’indagine preliminare di dicembre un ulteriore calo, mantenendosi sotto la soglia psicologica dei 50 punti, tradizionalmente interpretata come separazione tra espansione e contrazione. I settori più colpiti sono quelli industriali, che stanno risentendo non solo delle persistenti difficoltà globali, ma anche della crescente pressione inflazionistica e dei costi elevati delle materie prime. I servizi, pur essendo più resilienti, hanno mostrato segnali di indebolimento, suggerendo che la crescita in Europa stia perdendo slancio.

Di fronte a questi numeri preoccupanti, la Bce ha deciso di adottare una politica monetaria più accomodante. La presidente Lagarde ha spiegato che i tassi di interesse bassi sono necessari per stimolare gli investimenti e sostenere la domanda interna. Tuttavia, le misure espansive non sono prive di rischi. Lagarde ha sottolineato che la Bce dovrà vigilare attentamente sull’evoluzione dei dati macroeconomici, che potrebbero giustificare ulteriori interventi nel futuro prossimo, ma anche sulla gestione dei tassi di inflazione, che rimangono elevati nonostante il rallentamento della crescita.

Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti navigano con il vento in poppa. L’indice Pmi statunitense, infatti, ha continuato a registrare valori superiori ai 50 punti, indicando che l’economia continua a espandersi. Questo dato è particolarmente significativo, dato che gli Usa stanno affrontando le stesse sfide globali dell’Europa, ma sembrano avere una forza di reazione maggiore, grazie a un mercato del lavoro ancora forte e a una domanda dei consumatori che, pur rallentando, si mantiene positiva. Nonostante ciò, anche in America c’è una crescente attenzione verso i rischi di un rallentamento economico, con la Federal Reserve che già da mercoledì si troverà di fronte a un compito complesso: continuare a gestire l’inflazione senza soffocare la crescita.

Il confronto tra la situazione europea e quella americana è emblematico delle divergenze nelle risposte politiche e nelle dinamiche economiche. Se da un lato la Bce si trova a dover lottare contro una contrazione economica e un Pmi negativo, dall’altro la Fed sembra trovarsi in una posizione più favorevole, con l’economia che mostra segni di forza.

La domanda che si pongono ora gli analisti è come l’Europa riuscirà a far fronte a questo contesto difficile. Le misure prese dalla Bce, pur necessarie, potrebbero non essere sufficienti a rilanciare una crescita robusta. I segnali contrastanti provenienti dal Pmi europeo e statunitense suggeriscono che il percorso di recupero potrebbe essere più lungo e complesso per l’Europa rispetto agli Stati Uniti. Mentre il continente europeo cerca di affrontare le difficoltà con il sostegno delle politiche monetarie, la Bce potrebbe dover affrontare una sfida ancora più grande: non solo stimolare la crescita, ma anche gestire le crescenti tensioni sociali ed economiche che la stagnazione potrebbe generare.

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Se madame Lagarde vede rischi al ribasso per l’eurozona

Recessione alle porte e prezzi ancora su in Europa? Se fosse così ritorneremmo a uno scenario di stagflazione come negli Anni ’70: l’inflazione era esplosa innescata da uno choc energetico (all’epoca era colpa del petrolio, oggi delle conseguenze dell’invasione russa in Ucraina), poi ci fu un calo seguito da una seconda ondata di rincari (negli ultimi mesi sta risalendo ancora il gas) accompagnata da una crisi dell’economia decimata da riduzione consumi e crisi aziendali.

Ecco, nel novembre del 2024, l’economia dell’eurozona ha subito un altro colpo, entrando nuovamente in contrazione. Secondo i dati dell’indagine Pmi, dopo una fase di stabilizzazione ad ottobre, i livelli di attività economica hanno registrato la più rapida diminuzione dall’inizio dell’anno, dovuta principalmente al rinnovato calo della produzione nel settore terziario. Il dato è preoccupante, considerando che per il sesto mese consecutivo i nuovi ordini del settore privato sono diminuiti, raggiungendo il tasso di declino più veloce da inizio 2024. Un segnale inequivocabile di indebolimento della domanda interna, aggravato dalla continua flessione dell’export.

L’occupazione ha registrato un nuovo calo e la fiducia è precipitata ai minimi livelli in un anno. Parallelamente, i tassi di inflazione sui prezzi di acquisto e vendita hanno raggiunto i massimi da tre mesi, con un incremento che segna l’acuirsi delle difficoltà per i consumatori. L’Indice Pmi composito (manifattura più servizi) è sceso a 48,3 a novembre, indicando una nuova contrazione del settore privato. In particolare, la produzione industriale continua a segnare il ventesimo mese consecutivo di calo, il più lungo periodo di contrazione dall’inizio dell’indagini. Le tre principali economie della zona euro — Germania, Francia e Italia — sono tutte entrate in fase di recessione alla fine del 2024, seppure alcune nazioni, come Irlanda e Spagna, abbiano registrato una crescita, con l’Irlanda che ha visto l’espansione più forte della produzione negli ultimi due anni e mezzo.

L’Italia, nel contesto europeo, ha visto una netta inversione di tendenza nel settore terziario, che ha registrato la prima contrazione in 11 mesi. Questo dato è stato influenzato da un forte calo dei nuovi ordini, il cui tasso di riduzione è stato il più alto in oltre due anni. Anche il commercio estero ha avuto un impatto negativo sul volume complessivo degli ordini, continuando ad evidenziare una debolezza della domanda. E così l’indice Pmi dei servizi, che ad ottobre si trovava a 52,4, è sceso a 49,2 a novembre, per la prima volta sotto la soglia di non cambiamento di 50,0, segnando la fine di un periodo di dieci mesi consecutivi di crescita.

A commento di questi dati, il capo economista della Hamburg Commercial Bank, Cyrus de la Rubia, ha sottolineato che l’eurozona sta attraversando una situazione di stagflazione, con una contrazione dell’economia accompagnata da un’inflazione in aumento. La Bce, che si trova di fronte alla difficoltà di stimolare la crescita economica senza alimentare ulteriormente l’inflazione, potrebbe optare per un taglio dei tassi più contenuto ma il contesto resta complesso, ha spiegato. L’economia sta chiaramente soffrendo e ha bisogno di un supporto monetario, però l’inflazione continua a rimanere ostinatamente alta, alimentata principalmente dal settore dei servizi. La Bce si prepara a prendere decisioni più prudenziali il prossimo 18 dicembre, misure che non sembrano destinata a avviare una ripresa rapida, soprattutto considerando che i nuovi ordini continuano a contrarsi.

La presidente della Bce, Christine Lagarde, intervenendo al Parlamento Europeo, ha confermato uno scenario economico incerto e dominato da rischi al ribasso. Ha confermato che il processo di disinflazione è “ben avviato”, ma la strada per riportare l’inflazione verso l’obiettivo stabilito non è ancora conclusa. La Banca centrale europea, secondo la Lagarde, continuerà a prendere decisioni “meeting by meeting”, senza impegnarsi a percorsi predeterminati, evidenziando la difficoltà di navigare in un contesto globale così turbolento.

Inflazione in calo e la Bce taglia i tassi, Lagarde: No traiettorie prestabilite

L’inflazione fa meno paura, e la Banca centrale europea decide di ridare respiro e fiducia ritoccando di tassi di interesse. Il Consiglio direttivo opera un taglio dello 0,25%, perché i dati in possesso dello staff della Bce sono tali da giustificare un allentamento. “E’ ora opportuno compiere un altro passo nella moderazione del grado di restrizione della politica monetaria”, recita il documento di fine seduta. La decisione è stata “unanime”, assicura Christine Lagarde, la presidente della Bce che però vuole evitare facili conclusioni. “Le decisioni di oggi non sono un impegno preventivo verso un particolare percorso”, mette in chiaro. Vuol dire che si deciderà volta per volta, e che i l taglio di oggi non ne esclude di nuovi, ma neppure li garantisce. “ Per il futuro – aggiunge Lagarde – userò lo spagnolo: que sera sera”.

Con il taglio, atteso da molti addetti ai lavori, il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principale quindi scende al 3,65%, il tasso di interesse sulla linea di rifinanziamento marginale scende a quota 3,90 % e il tasso di interesse sulla linea di deposito scende al 3,50%. Alla base della scelta un’inflazione complessiva pressoché stabile rispetto alle proiezioni di giugno, attesa al 2,5% nel 2024, al 2,2% nel 2025 e all’1,9% nel 2026 . Ma sono soprattutto i dati sull’inflazione di fondo (esclusi dunque i beni dai prezzi più volatili, energia e alimentari) a fornire indicazioni positive tali da giustificare l’aggiustamento al ribasso della politica monetaria. A Francoforte si attendono, per l’inflazione di fondo, “un rapido calo” , dal 2,9% di quest’anno al 2,3% nel 2025 e al 2% nel 2026.

Le cose sembrano mettersi bene, ma a Francoforte si mantiene la linea della prudenza. Perché, sottolinea la numero uno dell’Eurotower, “sulla crescita continuano a soffiare venti contrari “, e permangono dunque “rischi al ribasso”. L’allarme su una crescita ‘zero’ della Germania lanciato dall’istituto Ifo nei giorni scorsi ne è una riprova. Lagarde ripete il mantra per cui tutto dipenderà dai dati, e che si resta pronti a mantenere politiche monetarie restrittive per tutto il tempo che si riterrà necessario e per l’entità che si riterrà necessaria, per il bene della stabilità dei prezzi, che resta l’obiettivo di riferimento, e la tenuta dell’economia dell’eurozona. Quest’ultima passa però per l’azione dei governi, a cui viene chiesto un nuovo e più deciso slancio.
Si prende il tempo che serve, Lagarde, per tributare il lavoro svolto dall’ex presidente del Consiglio nonché suo predecessore alla guida della Bce. “Il rapporto Draghi è straordinario“, enfatizza: “Si concentra sulla riforme, offrendo proposte pratiche per farle, che aiutano anche noi della Bce a raggiungere i nostri obiettivi”. Il documento che getta le basi per i lavori della nuova legislatura europea sottolinea “l’ urgente necessità di riforme”.  Anche sulla spinta del rapporto Draghi, insiste Lagarde, “i governi dovrebbero ora dare il via con decisione in questa direzione nei loro piani a medio termine per le politiche strutturali e di bilancio”. Una sottolineatura non casuale, poiché “le riforme strutturali non sono responsabilità della Bce, bensì dei governi nazionali”. Non solo. Per tradurre in pratica la ricetta di Draghi occorre “leadership a livello europeo”. Anche la Bce adesso sferza la Commissione.

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La Bce lascia i tassi invariati. Lagarde: “Tutte le opzioni aperte per settembre”

Una pausa estiva, lasciando i tassi invariati, prima di un’estate densa di impegni che porterà a nuove decisioni a settembre. La Bce ha stabilito, nel consiglio direttivo di luglio, come pronosticato, di non effettuare un nuovo taglio dei tassi, lasciandoli fermi al 4,25%, al 4,50% e al 3,75% dopo il ribasso di giugno, il primo in cinque anni.

Il Consiglio direttivo, presieduto da Chistine Lagarde, “manterrà i tassi di riferimento a un livello sufficientemente restrittivo per tutto il tempo necessario” a raggiungere l’obiettivo di medio termine sull’inflazione del 2%, secondo la dichiarazione sulla decisione di politica monetaria pubblicata al termine della riunione dell’istituzione. In questa fase, i guardiani dell’euro non danno alcuna indicazione sulle loro successive decisioni di politica monetaria, che “si baseranno sui dati” relativi all’inflazione e alla crescita in particolare.

A giugno, la Bce ha tagliato i tassi di interesse di 0,25 punti percentuali nel tentativo di segnalare la fine del ciclo di inasprimento monetario iniziato nel luglio 2022 per combattere l’inflazione, che ha raggiunto un picco del 10,6% nell’ottobre 2022. Ma Lagarde ha avvertito che la velocità e la durata dei futuri tagli dei tassi rimangono “altamente incerte” a causa della volatilità dell’inflazione, facendo riferimento al percorso “accidentato” della curva dei prezzi.

Dalla riunione di giugno, gli indicatori della zona euro hanno segnalato una crescita più debole e un ulteriore calo dell’inflazione, al 2,5% a giugno su un anno, dopo il rimbalzo al 2,6% di maggio. I prezzi dei servizi, in cui la componente salariale è forte, destano preoccupazione a causa del loro vigore (+4,1% su base annua a giugno), rappresentando ora il maggior contributo all’inflazione.

Le pressioni interne sui prezzi rimangono forti, con i prezzi dei servizi che aumentano a un ritmo elevato”, ha dichiarato la Bce nel suo comunicato. “È probabile che l’inflazione complessiva rimanga al di sopra dell’obiettivo per gran parte del prossimo anno”, sottolinea la Bce, la cui ultima previsione di inflazione per il 2025 si attesta al 2,2%.

Nel complesso, tuttavia, questi dati fanno pendere la bilancia “a favore di un taglio dei tassi a settembre, quando la Bce presenterà le nuove stime di crescita e inflazione”, secondo Felix Schmidt di Berenberg. Ma Lagarde rimane cauta. “Non siamo vincolati ad un particolare percorso dei tassi“, spiega, ma “siamo dipendenti dai dati, decidiamo meeting by meeting e non abbiamo un percorso predeterminato sui tassi. Quel che faremo a settembre, al momento, è aperto e sarà determinato dai dati che riceveremo. La proiezione di giugno sarà un punto di riferimento, ma guarderemo ai dati“. Appuntamento, quindi, al 12 settembre, quando il Consiglio direttivo terrà la prossima riunione di politica monetaria dopo la pausa estiva.

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Le imprese pronte a investire nella transizione green. La Bce avverte: “Fare presto o costo sociale sarà altissimo”

La transizione green non è più procrastinabile, perché altrimenti “rischia di aumentare il conto che finiremo per dover pagare”. A lanciare l’allarme è Christine Lagarde, presidente della Bce, durante il suo intervento di apertura alla conferenza internazionale congiunta Aie-Bce-Bei sul tema ‘Garantire una transizione energetica ordinata: competitività e stabilità finanziaria dell’Europa in un periodo di trasformazione energetica globale’. In uno scenario di transizione tardiva, spiega, “le banche più vulnerabili si troverebbero ad affrontare perdite del portafoglio prestiti due volte superiori alla mediana. E respingere gli obiettivi non ci farà guadagnare più tempo per gli investimenti richiesti”. Ma non solo. “In altre parole – precisa Lagarde – procrastinare significherà correre il rischio di finire in una casa di accoglienza in cui stiamo gradualmente eliminando le fonti energetiche inquinanti prima di poterle sostituire con altre pulite”. Con la conseguenza di aumentare la volatilità dei prezzi.

La numero uno della Bce punta sul concetto di ‘ordine’ e sulla necessità di “non sbagliare” la transizione green, perché altrimenti “ci saranno costi sociali elevati”. E se è vero che “il percorso verso il successo” è “complesso”, bisogna “portare a termine la transizione comprendendo le sfide che comporta e garantendo che i costi siano condivisi equamente”.

I timori sulle conseguenze del cambiamento climatico nei prossimi cinque anni sono alquanto diffusi tra le imprese dell’area dell’euro. Secondo un’indagine svolta dalla Bce tra il 25 maggio e il 26 giugno 2023 sull’accesso delle imprese al finanziamento (Survey on the Access to Finance of Enterprises, SAFE)- che per la prima volta ha incluso domande specifiche sull’impatto del cambiamento climatico – 6 aziende su 10 temono i rischi di collegati a normative e standard più rigorosi in materia di clima. Inoltre, il 39% è fortemente preoccupato dalle calamità naturali e il 48% dal degrado ambientale.

Le imprese intervistate hanno indicato “diversi ostacoli che rendono difficoltoso l’accesso al finanziamento necessario per gli investimenti volti a mitigare i rischi derivanti da calamità naturali o a rispettare standard più rigorosi in materia di clima”. Oltre la metà delle imprese ha segnalato “tassi di interesse o costi di finanziamento troppo elevati e sovvenzioni pubbliche insufficienti come ostacoli molto importanti all’attuazione di investimenti collegati al rischio climatico”. Dall’indagine emerge che per le Pmi, tutti gli ostacoli al finanziamento degli investimenti rappresentano una preoccupazione più forte rispetto alle imprese di grandi dimensioni. Insomma, dice Lagarde, “le imprese sono pronte a spendere”, ma “bisogna promuovere il mercato della finanza verde in Europa, il che ridurrebbe il premio per il rischio e abbasserebbe i costi di finanziamento”. Chiaramente, questo “richiede uno sforzo politico combinato che coinvolga più istituzioni pubbliche. Come istituzioni pubbliche, dobbiamo quindi chiederci come possiamo contribuire nell’ambito dei nostri mandati. Anche questa è una parte fondamentale per comprendere la sfida. Per la Bce, il contributo più importante che possiamo dare è mantenere la stabilità dei prezzi”.

I prestiti agevolati da fonti pubbliche sono considerati dalle imprese uno strumento importante per ridurre il costo degli investimenti verdi e più di un terzo delle aziende ha affermato che li utilizzerebbe in futuro. Tuttavia, circa la metà delle aziende intervistate ritiene che le garanzie pubbliche siano insufficienti.

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Lagarde preferisce stabilità dell’euro a crescita: decimo rialzo tassi, ora al 4,5%

Decimo rialzo dei tassi di fila. La Bce non fa pausa e Christine Lagarde afferma in conferenza stampa che “non è detto che l’aumento dei tassi di interesse di oggi sia il picco”. Dipende dai dati, solito ritornello. Nuove sono invece le stime della banca centrale. Sull’inflazione e sul Pil. Entrambe peggiorative.

Gli esperti della Bce indicano “un tasso di inflazione pari in media al 5,6% nel 2023, al 3,2% nel 2024 e al 2,1% nel 2025, per effetto di una revisione al rialzo per il 2023 e il 2024 e al ribasso per il 2025. La correzione al rialzo riflette principalmente l’evoluzione più sostenuta dei prezzi dell’energia. Le pressioni di fondo sui prezzi restano elevate, sebbene la maggior parte degli indicatori abbia iniziato a ridursi”. Gli stessi esperti di Francoforte hanno però “lievemente rivisto al ribasso le proiezioni dell’inflazione al netto della componente energetica e alimentare, che si collocherebbe in media al 5,1% nel 2023, al 2,9% nel 2024 e al 2,2% nel 2025”.

L’economia invece è vista in forte rallentamento. “Le condizioni di finanziamento si sono inasprite ulteriormente e frenano in misura crescente la domanda, che rappresenta un fattore importante per riportare l’inflazione all’obiettivo. Alla luce del maggiore impatto di tale inasprimento sulla domanda interna e dell’indebolimento del contesto del commercio internazionale – si legge nel comunicato della Banca centrale – gli esperti hanno rivisto significativamente al ribasso le proiezioni per la crescita economica, che si porterebbe nell’area dell’euro allo 0,7% nel 2023, all’1,0% nel 2024 e all’1,5% nel 2025″. A giugno gli esperti stimavano un +0,9% per quest’anno e un +1,5% il prossimo. In pratica in tre mesi gli effetti della stretta sui tassi si mangerà lo 0,7% del Pil da qua a fine 2024. Ciò nonostante il consiglio direttivo della Bce ha alzato di un altro 0,25% i tassi portandoli al 4,5%.

In realtà la decisione sui tassi non è stata unanime. “Alcuni membri del board avrebbero preferito fare una pausa sull’aumento dei tassi, ma posso dirvi c’è stata una maggioranza solida con la decisione di incrementare dello 0,25%” il costo del denaro, ha sottolineato Lagarde davanti ai giornalisti, aggiungendo: “Abbiamo due fattori chiave: il livello dei tassi e il tempo che manterremo i tassi a questi livelli. Non sappiamo fino a quando resteranno a tali livelli, dipende dati dati, ma l’obiettivo è arrivare al 2% d’inflazione nel più breve tempo possibile”. Per cui “non dico che oggi siamo al picco dei tassi, non escludo altri rialzi tuttavia il nostro focus sarà più sulla durata del livello restrittivo della politica monetaria”. E’ vero, “la previsione sul Pil è stata rivista per quest’anno dallo 0,9% allo 0,7% e dall’1,5% all’1% per il prossimo anno. Vediamo comunque una ripresa nel 2024, quella che precedentemente avevano stimato per la seconda parte di quest’anno”, ha sottolineato la numero uno dell’Eurotower.

In teoria il rialzo dei tassi avrebbe dovuto rafforzare l’euro, invece è sceso a 1,065 nei confronti del dollaro. Segno che se la Bce non avesse aumentato il costo del denaro, il divario col biglietto verde sarebbe aumentato maggiormente.

Questo perché i dati Usa, nonostante un balzo oltre le attese dei prezzi alla produzione, dimostrano una forza inaspettata dell’economia. I consumi sono cresciuti ad agosto dello 0,6% battendo le attese di un +0,1-0,2 per cento nonostante un forte rincaro della benzina e tassi al 5,5%. Madame Lagarde dunque ha preferito tutelare la moneta unica e provare a importare meno inflazione energetica – dato che gran parte della materie prime sono scambiate in dollari – piuttosto che mettere al riparo l’economia da una recessione. Nelle previsioni non compare il segno meno davanti alla percentuale del Pil, però gli stessi esperti della Bce vedono nel 2024 un petrolio a oltre 80 dollari, un gas a 54 euro per megawattora (attualmente a 35 euro), una forte contrazione degli investimenti aziendali e nell’edilizia, nonché un peggioramento dell’occupazione e un sostanziale stop all’aumento dei salari. Il rischio stagflazione c’è tutto.

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