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L’inflazione risale e per la Fed il taglio dei tassi diventa un rebus

L’inflazione non molla negli Usa disorientando ulteriormente la Fed che invece ha iniziato un percorso di riduzione tassi. Secondo i dati del Dipartimento del Commercio americano, l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (Pce), il principale indicatore di inflazione secondo la Federal Reserve, ha registrato un tasso annuale del 2,3%. Un dato in linea con le previsioni di consenso, ma superiore al 2,1% di settembre. Escludendo cibo ed energia, la cosiddetta inflazione ‘core’ ha mostrato segnali ancora più marcati, con un incremento mensile dello 0,3% e un tasso annuale del 2,8%. Entrambi i numeri sono risultati conformi alle aspettative e superiori a quelli del mese precedente. A guidare l’aumento del carovita sono stati i prezzi dei servizi, che sono saliti dello 0,4%, mentre i prezzi dei beni sono scesi dello 0,1%. I costi energetici sono diminuiti dello 0,1%, mentre quelli alimentari sono rimasti sostanzialmente invariati.

Nonostante il lieve aumento dell’inflazione complessiva, i mercati hanno reagito con una previsione positiva di nuovi tagli ai tassi da parte della Fed, con il 66% degli operatori che puntano a una riduzione di un quarto di punto percentuale già a dicembre, secondo i dati del Cme Group, nonostante l’inflazione sia ancora lontana dall’obiettivo del 2% fissato dalla Fed. I dati suggeriscono che, sebbene l’inflazione sia rallentata rispetto ai picchi registrati nel 2022, il costo della vita rimane un problema importante, soprattutto per le famiglie con redditi più bassi. Nonostante un rallentamento rispetto ai tassi di crescita rapidi del 2022, gli effetti cumulativi dell’inflazione continuano a incidere pesantemente sui consumatori, tema fra l’altro centrale nella recente campagna elettorale per le presidenziali Usa. E in effetti c’è stato un incremento delle spese correnti dello 0,4% a ottobre, ma il ritmo di crescita ha mostrato un lieve rallentamento rispetto a settembre. Eppure il reddito personale è salito dello 0,6%, ben oltre le stime degli analisti, però il tasso di risparmio è sceso al 4,4%, il livello più basso dall’inizio del 2023. Segno dunque che i prezzi mangiano i guadagni.

Sebbene la Federal Reserve abbia avviato una serie di aumenti dei tassi di interesse per contenere l’inflazione, gli analisti restano così divisi su quanti ulteriori interventi saranno necessari. A settembre e novembre, la Fed ha già ridotto i tassi di interesse per un totale di tre quarti di punto percentuale, e i funzionari continuano a seguire attentamente i segnali economici, mantenendo un atteggiamento cautamente ottimista riguardo al raggiungimento dell’obiettivo di inflazione del 2%. I numeri però stanno andando in un’altra direzione, senza contare che – secondo Goldman Sachs – l’effetto Trump sui dazi potrebbe valere un +1% dell’inflazione. L’atterraggio morbido, teorizzato dalla Federal Reserve, non è ancora così morbido…

Vittorio Oreggia

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