Bilaterale Trump-Xi a Pechino. Il leader cinese avverte: “Rischio guerra se Taiwan sarà gestita male”

Due ore e un quarto di faccia a faccia, seduti a un tavolo sul quale, una a una, sono passate tutte le questioni più importanti delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. Il presidente cinese Xi Jinping ha accolto a Pechino il leader degli Stati Uniti, Donald Trump, in un momento storico e geopolitico complesso, che vede sullo sfondo il conflitto mediorientale, iniziato dal repubblicano e ora in fase di stallo, e la questione Taiwan, la democrazia autogovernata rivendicata dalla Cina e sostenuta dagli Usa.

Il vertice è iniziato con la foto ufficiale davanti alle bandiere cinese e americana, nella Grande Sala del Popolo, nel cuore di Pechino. Poi, il colloqui vero e proprio, seduti uno di fronte all’altro a un lungo tavolo, affiancati da oltre una dozzina di uomini. “Attendo con impazienza le nostre discussioni – ha esordito Xi – sulle principali questioni importanti per i nostri due Paesi e per il mondo, e di lavorare insieme a voi per tracciare la rotta e guidare la grande nave delle relazioni sino-americane, in modo da rendere il 2026 un anno storico e memorabile che apra un nuovo capitolo nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti”. La Cina e gli Stati Uniti, ha ricordato, hanno più interessi in comune che divergenze.

I legami economici tra Cina e Stati Uniti, ha ricordato Xi, sono “reciprocamente vantaggiosi” e i fatti hanno dimostrato più e più volte che “le guerre commerciali non hanno vincitori”. “Laddove esistono disaccordi e attriti, la consultazione paritaria è l’unica scelta giusta”, ha detto Xi, invitando le due parti a mantenere congiuntamente lo slancio positivo che hanno faticosamente creato.

Poi la questione più spinosa: la salvaguardia della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan è il principale denominatore comune tra Cina e Stati Uniti, ha ricordato Xi.  Sottolineando che la questione di Taiwan è “la più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti”, Xi ha riferito al repubblicano che, se gestita correttamente, la relazione bilaterale godrà di una stabilità complessiva. In caso contrario, i due Paesi avranno scontri e persino conflitti, mettendo a grave rischio l’intera relazione, ha affermato Xi, sottolineando che “l’indipendenza di Taiwan” e la pace tra le due sponde dello Stretto sono inconciliabili come il fuoco e l’acqua.

Al termine del colloquio i due leader hanno visitato il Tempio del Cielo. Nonostante gli sforzi della stampa americana per conoscere il parere di Trump sull’esito del loro incontro, il presidente si è mostrato insolitamente misurato, come riferisce la Cnn. “È fantastico. Un posto fantastico. Incredibile. La Cina è bellissima”, ha detto Trump accanto a Xi, rifiutandosi di rispondere ad ulteriori domande su Taiwan, in un evidente segno di rispetto per il suo ospite.

La visita di Trump a Pechino è stata anche l’occasione per un incontro tra numerosi leader aziendali statunitensi, tra cui Elon Musk di Tesla, Jensen Huang di Nvidia e Tim Cook di Apple, con Xi. “Le porte della Cina si spalancheranno sempre di più e accogliamo con favore il rafforzamento della cooperazione reciprocamente vantaggiosa con gli Stati Uniti”, ha affermato il presidente cinese. “Credo che le aziende statunitensi avranno prospettive ancora più ampie in Cina”. Il gruppo di amministratori delegati che accompagnano Trump comprende professionisti provenienti da settori che spaziano dall’aerospaziale alla tecnologia e al settore bancario. Nel suo discorso di apertura, Trump ha detto a Xi: “Abbiamo chiesto ai 30 migliori al mondo. Ognuno di loro ha risposto di sì, e non volevo il secondo o il terzo in azienda. Volevo solo i migliori. E sono qui oggi per rendere omaggio a lei e alla Cina, e non vedono l’ora di commerciare e fare affari, e sarà una cosa totalmente reciproca da parte nostra”. Tra gli altri dirigenti presenti a Pechino con Trump giovedì figuravano l’amministratore delegato di Boeing Kelly Ortberg, l’amministratore delegato di Blackrock Larry Fink, l’amministratore delegato di Blackstone Stephen Schwarzman, l’amministratore delegato di Citi Jane Fraser, l’amministratore delegato di Goldman Sachs David Solomon e altri ancora.

 

 

 

 

Corte Usa bocca i dazi al 10% di Trump. Lui sente von der Leyen: “Ue rispetti intesa o da 4 luglio tariffe salgono”

Una nuova scure si è abbattuta sulla politica tariffaria statunitense. La Corte federale commerciale si è pronunciata contro i dazi globali del 10% imposti dal presidente Donald Trump, stabilendo che tariffe generalizzate non sono giustificate in base a una legge commerciale degli anni ’70. Il tribunale in sostanza si è pronunciata a favore delle piccole imprese che avevano contestato i dazi doganali, entrati in vigore il 24 febbraio. La sentenza è stata emessa con due voti a favore e uno contrario, con un giudice che ha affermato che era prematuro concedere la vittoria alle piccole imprese ricorrenti. Le aziende avevano sostenuto che le nuove tariffe rappresentavano un tentativo di aggirare una sentenza storica della Corte Suprema degli Stati Uniti che aveva annullato le tariffe imposte dal presidente repubblicano nel 2025 ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act. 

La partita dei dazi, insomma, è destinata a restare aperta ancora a lungo. Nella serata di giovedì Trump e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno avuto una conversazione telefonica, definita da entrambi “ottima e positiva”. Nel corso della telefonata i due leader hanno discusso di molti argomenti, tra cui, dice Trump, “la nostra totale convergenza sul fatto che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare”. “I recenti avvenimenti hanno dimostrato che i rischi per la stabilità regionale e la sicurezza globale sono troppo elevati”, gli fa eco von der Leyen.

Poi, naturalmente, il capitolo tariffe. “Ho pazientemente atteso che l’Ue adempisse alla propria parte dello storico accordo che abbiamo concordato con Turnberry, in Scozia – attacca il repubblicano – il più grande accordo commerciale di sempre! accettato di concederle tempo fino al 250° anniversario del nostro Paese”, cioè il 4 luglio “in caso contrario, purtroppo, i dazi salterebbero immediatamente a livelli molto più elevati”. Più sintetica la presidente della Commissione europea, che in una nota, ribadisce che “rimaniamo pienamente impegnati, da entrambe le parti, alla sua attuazione. Si stanno compiendo buoni progressi verso la riduzione delle tariffe entro l’inizio di luglio”.

Consiglio, Commissione e Parlamento Ue non hanno trovato l’accordo per un’intesa tra Unione europea e Stati Uniti sui dazi, con Donald Trump che ha già minacciato di alzare le tariffe su auto e camion Made in Europe al 25%. Il trilogo ha deciso di tornare al tavolo il 19 maggio per un secondo round di colloqui con l’Europa che si dice comunque “ottimista” “Ci aspettiamo che il prossimo trilogo, che si terrà ancora questo mese, porti auspicabilmente a un accordo definitivo”, spiega un portavoce ricordando che il recente accordo sulle materie prime critiche “è un esempio concreto di ciò che l’Ue e gli Usa possono ottenere sulle sfide globali condivise quando lavorano fianco a fianco, e continueremo sicuramente con questo spirito”. I contatti tra le parti, quindi, “sono in corso”.

Rubio in Vaticano dal Papa: “Relazioni solide, impegno per pace”. Domani vede Meloni e Tajani

Photo credit: Vatican News

 

Le sponde dell’Atlantico per gli Stati Uniti e la Santa Sede si riavvicinano un po’, almeno formalmente. Marco Rubio, segretario di Stato cattolico dell’amministrazione di Donald Trump, vola a Roma principalmente per ricucire gli strappi senza precedenti del presidente Usa, che ha più volte attaccato il Pontefice.

Rubio vede Leone XIV in privato, poi il segretario di Stato e il ‘ministro’ degli Esteri della Santa Sede, Pietro Parolin e Paul Gallagher. In entrambi i colloqui, fa sapere il Vaticano, viene “rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali”.

Sul tavolo ci sono anche le crisi internazionali, “con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie”, viene riferito da Roma, sottolineando la “necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace”. Tanto che tra i doni di Leone a Rubio c’è una penna che porta impresso lo stemma del Pontefice fatta in legno d’ulivo: “E’ la pianta della pace”, precisa Robert Prevost, parlando in inglese con il numero due della Casa Bianca. Nelle immagini diffuse dall’Osservatore Romano, con Parolin (che è stato per anni nunzio in Venezuela) Rubio (figlio di esuli cubani) si interfaccia in spagnolo. Di Medio Oriente e questioni di “interesse comune nell’emisfero occidentale” parla il dipartimento di Stato americano, che diffonde una dichiarazione del portavoce di Rubio, Tommy Pigott: “L’incontro ha sottolineato il solido rapporto tra gli Stati Uniti e la Santa Sede e il loro impegno comune a favore della promozione della pace e della dignità umana“, scrive Pigott nella breve nota.

Dall’altro capo di via della Conciliazione, i deputati e i senatori di Alleanza Verdi Sinistra organizzano un flash mob. “Gli attacchi di Trump al Papa, che parla di pace, sono indecenti”, tuona il portavoce Angelo Bonelli, che chiede di “ricostruire il diritto internazionale per dire basta alla guerra”. Domani Rubio vedrà alle 10 il ministro degli Esteri Antonio Tajani, alla Farnesina, e alle 11.30 la premier Giorgia Meloni, a Palazzo Chigi. “La presidente Meloni dice No alle sanzioni a Israele che sta sterminando il popolo palestinese. Noi diciamo con forza Basta guerra, Basta armi, per dare una prospettiva di pace al Pianeta”, insiste Bonelli.

Tajani è convinto che i rapporti saranno ricuciti anche tra Washington e Roma e declassa gli attacchi di Trump a Meloni a “battute”.Ciò che conta è la relazione transatlantica, l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti e viceversa. Se non siamo d’accordo su qualcosa lo diciamo chiaramente, perché essere alleati significa stare a testa alta. Con Rubio parleremo di cose concrete“, spiega parlando con i giornalisti a margine di un evento di Forza Italia alla Camera, rispondendo a chi gli chiedeva se il governo chiederà una discontinuità rispetto alle critiche espresse da Trump verso la premier. “Parleremo della coalizione nata oggi con il Med9, la Croazia e i Paesi arabi per garantire la libertà di navigazione a Hormuz, fondamentale per petrolio e agroalimentare, e della nostra posizione sulla Libia”, spiega il vicepremier, che, annuncia eviterà di “fare cronaca sulle singole parole” per concentrarsi sull’Italia “protagonista nel Mediterraneo per costruire la pace“.

Trump attacca ancora Leone XIV. Parolin: “Papa predica la pace”. Giovedì Rubio in Vaticano

Papa Leone “sta mettendo in pericolo molti cattolici”. Donald Trump, in un’intervista a Salem News Channel, torna ad attaccare pesantemente il Pontefice, reo a suo avviso di aver condannato gli attacchi americani in Iran, gli attacchi israeliani in Libano e di aver espresso un ‘no comment’ sul caso Jimmy Lai. L’editore cattolico è stato condannato a vent’anni di carcere a Hong Kong con l’accusa di cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere e pubblicazione di materiali sediziosi attraverso l’Apple Daily, il suo giornale.

Invece di parlare della detenzione di Jimmy Lai, il Papa preferirebbe parlare del fatto che va bene che l’Iran abbia un’arma nucleare, e non penso che sia una cosa buona. Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, ma suppongo che se dipendesse dal Papa, penserebbe che vada benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare“, sostiene Trump.

A rispondere al presidente degli Stati Uniti, questa volta, è il segretario di Stato della Santa Sede: “Il Papa va avanti per la sua strada, predica il Vangelo, ‘Opportune et importune’”, dice citando San Paolo. Ovvero: il Pontefice predica la pace, sempre, ‘al momento opportuno e non opportuno’. Da San Giovanni Rotondo, dove il porporato partecipa alle celebrazioni per i 70 anni dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, Pietro Parolin parla a due giorni dall’udienza in Vaticano del segretario di Stato Usa, Marco Rubio. “Anche di fronte a questi nuovi attacchi io non so se il Papa avrà occasione di rispondere, ma la linea rimane quella”, spiega il Segretario di Stato, ricordando che, parlando con i giornalisti su uno dei voli del suo viaggio in Africa, Robert Prevost aveva già risposto, precisando di non essere interessato a dibattere con Trump ma di voler solo “promuovere la fraternità”. “Io non aggiungerei nulla”, insiste Parolin.

Il 7 maggio alle 11.30, alla vigilia del suo primo anniversario dell’elezione, Papa Leone riceverà in Vaticano il segretario di Stato americano Rubio, cattolico e di origini cubane. A lui spetterà il compito di ricucire gli strappi e chiarire alcuni nodi internazionali. Non solo Iran e Medio Oriente sul tavolo, ma anche Ucraina, Cuba appunto e Venezuela. Gli attacchi di Trump al Papa non piacciono ai milioni di cattolici statunitensi, che avevano festeggiato l’arrivo di un Papa americano. Il faccia a faccia, assicura l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Brian Burch, sarà una “conversazione franca” sulle politiche dell’amministrazione Trump . “Le nazioni hanno divergenze, e credo che uno dei modi per superarle sia attraverso la fraternità e un dialogo autentico“. Dopo l’incontro con i vertici della Santa Sede, l’8 maggio Rubio incontrerà anche la premier, Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e della Difesa, Guido Crosetto. Per gli incontri con il governo italiano, il dipartimento di Stato Usa nella nota diramata ieri parla di “allineamento strategico” e “interessi di sicurezza condivisi”.

Iran, Teheran: Blocco Usa è violazione tregua, impossibile riaprire Hormuz. Trump ipotizza colloqui venerdì

Regna ancora l’incertezza sui negoziati tra Iran e Stati Uniti in Pakistan. In un messaggio inviato al New York Post Donald Trump ammette di ritenere “possibile” che i colloqui possano tenersi già venerdì a Islamabad. Ma, come accaduto in queste ultime settimane, Teheran smentisce. Media iraniani, vicini ai pasdaran, precisano che l’Iran non ha preso alcuna decisione in merito al secondo round di negoziati con gli Usa. Il Pakistan resta fiducioso sulla possibilità di un nuovo round di colloqui “a giorni”.

Il presidente americano ha comunque esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran, in attesa che i leader iraniani presentino una “proposta unitaria”. “Considerato che il governo iraniano – ha detto il repubblicano – è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un modo o nell’altro”. Intanto il vicepresidente JD Vance ha annullato il suo viaggio in Pakistan.

Resta in vigore il blocco navale dei porti iraniani, giunto ormai alla seconda settimana, così come la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha sequestrato due navi. Oggi infatti i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno comunicato di aver sequestrato due navi che transitavano nello stretto di Hormuz, una è la Msc Francesca, una portacontainer di proprietà di una società registrata a Panama ma che opera sotto il cappello della Msc, la più grande società di navigazione al mondo italo-svizzera. L’altra è la portacontainer Epaminondas, di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping ma è operata da Msc. Le due navi, hanno fatto sapere i pasdaran, sono state trasferite sulla costa iraniana, con l’IRGC che ha avvertito che “turbare l’ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è considerata una linea rossa”. La notizia giunge dopo le segnalazioni di attacchi a due navi e a una terza imbarcazione avvenuti questa mattina nello strategico stretto, secondo quanto riportato dall’UK Maritime Trade Operations (UKMTO) e dalla BBC. I media iraniani hanno identificato la terza nave come la Euphoria, che sarebbe “incagliata al largo delle coste iraniane”. L’Iran comunque insiste: il blocco navale degli Stati Uniti rappresenta una violazione del cessate il fuoco e dunque lo Stretto di Hormuz non può essere riaperto. In un post su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf scrive: “Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato”. “L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco”, scandisce Ghalibaf, che nei giorni scorsi aveva guidato la delegazione di Teheran ai negoziati di Islamabad. Stati Uniti e Israele, conclude, “non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare, non li raggiungeranno nemmeno con l’intimidazione: l’unica via è l’accettazione dei diritti della nazione iraniana”.

Oggi il Regno Unito e la Francia riuniranno a Londra i responsabili della pianificazione militare di oltre 30 nazioni per discutere la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è quello di fare una ricognizione delle capacità dei rispettivi paesi, delle strutture di comando e controllo, nonché di “come le forze militari possono essere dispiegate nella regione”, ha dichiarato il ministero della Difesa del Regno Unito.

Qualsiasi piano militare elaborato a seguito delle sessioni sarà portato avanti “non appena le condizioni lo permetteranno, in seguito a un accordo di cessate il fuoco duraturo”, ha aggiunto il ministero.

Le sessioni presso il quartier generale congiunto permanente del Regno Unito a Northwood, nella zona nord di Londra, rappresentano l’ultimo passo negli sforzi compiuti da Regno Unito e Francia per formare una coalizione disposta a contribuire alla riapertura dello stretto.

Venerdì scorso il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno ospitato un vertice internazionale virtuale a cui hanno partecipato 51 Paesi, durante il quale hanno confermato la loro intenzione di istituire “una missione multinazionale indipendente e strettamente difensiva”.

“Il compito, oggi e domani, è quello di tradurre il consenso diplomatico in un piano comune per salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto e sostenere un cessate il fuoco duraturo”, ha dichiarato John Healey, ministro della Difesa britannico.

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In vigore tregua di 10 giorni tra Libano e Israele. Teheran: “Hormuz completamente aperto”

E’ scattata alle 23 ora italiana di giovedì la tregua tra il Libano e Israele, come annunciato giovedì dal presidente Usa, Donald Trump. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. “Spero che Hezbollah si comporti in modo corretto e onesto durante questo importante periodo. Sarebbe un momento enorme per loro se lo facessero. Basta uccisioni. Dobbiamo finalmente avere la pace”, ha commentato il tycoon. Il primo effetto immediato della tregua è la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran: “In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione Portuale e Marittima della Repubblica Islamica dell’Iran”, ha scritto su X il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.  Una riapertura, però, che, precisa il presidente Usa Donald Trump, non cambierà il blocco navale nei confronti dell’Iran che “rimarrà pienamente in vigore” fino alla fine dei negoziati.

Secondo quanto riportato da un funzionario della sicurezza israeliana, Israele non ha comunque intenzione di ritirare le proprie truppe dal Libano meridionale durante il cessate il fuoco. Martedì, i due Paesi si erano incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. Giovedì lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato annunciando di voler invitare Netanyahu e Aoun, alla Casa Bianca “per i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983, un periodo ormai lontanissimo”. “Entrambe le parti desiderano la pace, e credo che ciò avverrà rapidamente”, ha scritto.

Nonostante la “buona giornata”, il presidente Usa è tornato ad accusare il nostro Paese, dopo le critiche dei giorni scorsi alla premier Giorgia Meloni e poi a Papa Leone XIV. “L’Italia non c’era per noi, e noi non ci saremo per loro”, ha assicurato a commento di un articolo del 31 marzo di The Guardian sul ‘no’ del nostro Paese all’uso della base di Sigonella.

Oggi intanto la presidente del Consiglio sarà a Parigi per partecipare alla conferenza sul blocco a Hormuz, organizzata da Emmanuel Macron, con Keir Starmer e Friedrich Merz. Al centro, c’è una possibile spedizione europea nello Stretto, per le attività di sminamento. La presenza a Parigi consentirà a Meloni di riaffermare un posizionamento attivo dell’Italia con la coalizione dei volenterosi e di ribilanciare le tensioni con gli Stati Uniti, dopo giorni di attacchi continui del presidente.

L’impegno dei leader europei nello Stretto avverrebbe comunque solo con un cessate il fuoco solido. Ma un’azione dell’Europa per difendere la navigazione è richiesta urgentemente dagli Stati Uniti. Tanto che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha fatto riferimento ai molti alleati che “parlano molto e non fanno nulla”: “Questa è una via navigabile che il commercio americano non utilizza poi così tanto. Noi non dipendiamo dall’energia proveniente dallo Stretto di Hormuz, ma l’Asia sì, e l’Europa sì, e gran parte del resto del mondo sì”, ha sottolineato ricordando che “sentiamo e vediamo i discorsi al riguardo, ma quando quei paesi erano necessari, non non erano al nostro fianco”. Se la situazione dovesse concludersi, “cosa che crediamo accadrà, allora accoglieremmo con favore l’intervento di altri paesi a posteriori”, ammette, avvertendo però che “non si può vivere in un mondo – e questo è un messaggio al resto del mondo e ai nostri alleati – in cui ci si affida semplicemente all’America per fare continuamente il lavoro pesante”. Che gli alleati si impegnino attivamente per liberare lo Stretto sin da subito è una richiesta esplicita: “Non ci contiamo, ma sarebbe meraviglioso se mai si concretizzasse”.

Iran, stallo sui negoziati ma Trump annuncia tregua in Libano. Allarme Aie: “Europa ha jet fuel per 6 settimane”

E’ stallo sui negoziati per la guerra in Iran. Mentre a Teheran, il capo dell’esercito pakistano  Asim Munir, ha incontrato funzionari iraniani nel tentativo di estendere il cessate il fuoco in scadenza il 21 aprile che ha interrotto quasi sette settimane di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, permane l‘incertezza sul fatto che l’intensa attività diplomatica possa portare a un accordo. La Casa Bianca si è detta ottimista sulla possibilità di raggiungere un’intesa con la volontà di riprendere presto i colloqui anche se non ci sono ancora informazioni sul luogo o sulla data del secondo round.

Sul fronte libanese, invece, dopo una giornata di scambi telefonici con i due leader, Donald Trump ha annunciato il cessate il fuoco anche tra Beirut e Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. Martedì, i due Paesi si sono incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. In mattinata, lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato.

Intanto l’impatto della guerra inizia a preoccupare seriamente: l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha infatti lanciato l’allarme carburanti. “L’Europa ha “forse carburante per aerei sufficiente per circa sei settimane”, ha detto un’intervista all’Associated Press, Il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, dipingendo un quadro allarmante delle ripercussioni globali di quella che ha definito “la più grande crisi energetica che abbiamo mai affrontato”, derivante dal blocco del flusso di petrolio, gas e altre forniture vitali attraverso lo Stretto di Hormuz. “Ora ci troviamo in una situazione critica, che avrà gravi ripercussioni sull’economia globale. E più a lungo durerà, peggiori saranno le conseguenze per la crescita economica e l’inflazione in tutto il mondo”, ha poi aggiunto, spiegando che le ripercussioni economiche saranno disomogenee, con alcuni Paesi “più colpiti di altri”. Tra questi, Giappone, Corea, India, Cina, Pakistan e Bangladesh. “I Paesi che soffriranno di più non saranno quelli la cui voce viene ascoltata di più. Saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo. I Paesi più poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina”, ha affermato. L’impatto si tradurrà in “prezzi più alti della benzina, prezzi più alti del gas, prezzi più alti dell’elettricità”, ha detto.

Sulla delicata questione dello Stretto di Hormuz è previsto domani a Parigi un nuovo vertice dei cosiddetti ‘volenterosi’, coalizione formata da oltre 40 Paesi. Sul tavolo un piano di sminamento pronto da mettere in campo, soprattutto se la tregua tra Iran e Stati Uniti sarà prolungata. Il vertice è stato convocato dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer: in presenza anche la premier Giorgia Meloni. L’obiettivo è quello di ritornare presto alla libertà di navigazione nello Stretto, ma restano due incognite: una legata al ruolo degli Stati Uniti, rimasti finora fuori dalla coalizione, e l’atteggiamento dell’Iran, che per la prima volta si è mosso con netta contrarietà rispetto al piano dei volenterosi.

Da Washington oggi il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth in conferenza stampa al Pentagono ha precisato che la Marina degli Stati Uniti “controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di mezzi concreti e di capacità reali”. “Stiamo attuando questo blocco utilizzando meno del 10% della potenza navale americana”, ha spiegato avvertendo Teheran che le truppe in Medio Oriente si stanno “riarmando” e sono pronte a riprendere i combattimenti in caso di fallimento dei negoziati. “Mentre voi scavate tra le macerie delle strutture colpite dai bombardamenti, noi diventiamo solo più forti”, ha affermato. Rivolgendosi direttamente al regime iraniano, ha detto che possono “spostare le cose”, ma così facendo si espongono all'”occhio vigile” americano.

 

Trump attacca il Papa: “È un debole”. Leone XIV: “Non ho paura di lui, continuerò a parlare”

Con i negoziati saltati a Islamabad e l’escalation in Libano, si consuma definitivamente anche lo scontro tra Casa Bianca e Santa Sede.

Nei giorni scorsi Leone XIV è tornato ad appellarsi per un vero cessate il fuoco, ha definito “non cristiano” chi lancia le bombe, ha avuto un faccia a faccia con il presidente francese Emmanuel Macron dal quale è emersa la richiesta di far rientrare il Libano negli accordi di pace per l’Iran. Sabato sera, in piazza San Pietro, durante una veglia di preghiera per la pace, il Papa ha definito la preghiera un “argine al delirio di onnipotenza che si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”.

Alla fine, Donald Trump ha scritto un lunghissimo post sul suo social, Truth, che è un crescendo di accuse nei confronti del Pontefice americano. Attacchi senza precedenti. “E’ un debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera”, scrive Trump, che loda il fratello di Robert Prevost, Louis, “perché è completamente Maga”: “Lui capisce, Leone no!”, esclama, condannando un Papa che “pensa che sia ok che l’Iran abbia un’arma nucleare” e che non ha condiviso l’attacco dell’America al Venezuela, “un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le proprie prigioni, liberando assassini, spacciatori e omicidi”. E, soprattutto, un Papa che “critica il presidente degli Stati Uniti” per fare “esattamente ciò per cui è stato eletto, ovvero portare i numeri sulla criminalità ai minimi storici e creare il miglior mercato azionario della storia”.

“Non ho paura di Trump, continuerò a parlare a voce alta“, replica il Papa sul volo che lo conduce da Roma in Algeria. “Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva. Ma crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace”, sottolinea Leone, ribadendo di non voler “entrare in un dibattito” con Trump. Ma affonda: “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo”. “Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore”, tuona Prevost.

Giorgia Meloni prende nuovamente le distanze dal Tycoon: “Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra”, sottolinea la premier in una nota.

Ma Trump offre soprattutto a Teheran l’assist perfetto: “A nome della grande nazione iraniana, condanno l’insulto rivolto a Vostra Eccellenza e dichiaro che la profanazione di Gesù, il Profeta della pace e della fratellanza, è inaccettabile per qualsiasi persona libera. Le auguro che Allah le conceda la gloria”, scrive il presidente Masoud Pezeshkian rivolgendosi al Papa su X. “Quando il leader supremo religioso del mondo islamico viene assassinato con tale sfrontatezza mentre gli occidentali osservavano in silenzio, non sorprende che si proceda a insultare il grande leader dei cristiani del mondo”, fa eco più esplicitamente il suo responsabile della comunicazione, Seyed Mehdi Tabatabai. “Il nostro tempo si trova di fronte a un tiranno senza freni che, se non verrà fermato, lascerà dietro di sé distruzioni irreparabili”, avverte.

Esprime “rammarico” Matteo Zuppi, presidente della Cei, come ha fatto anche il presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, Paul S. Coakley, ricordando che il Papa non è una “controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace”: “In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità”, scandisce il cardinale.

Lo stesso viaggio di Leone in Africa è uno strumento di promozione della pace. Una visita che, confessa Prevost sul volo, sarebbe dovuto essere il primo viaggio del pontificato. Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale sono le tappe che toccherà in questi giorni, “mosso dal vivo desiderio di incontrare i fratelli nella fede e gli abitanti di quelle care nazioni”, scrive il Papa nello scambio di telegrammi con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che avviene da protocollo ogni volta che un Pontefice lascia l’Italia. “Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli, rivolti soprattutto alle ultime generazioni, chiamate ad assumere la responsabilità e vivere la gioia del divenire fecondo seme di progresso sociale ed economico per i rispettivi Paesi e comunità”, sottolinea Mattarella. Con Leone, il presidente condivide la responsabilità di “individuare assieme le risposte a tutte le sfide principali del nostro tempo”, scrive il presidente. Dalle ripercussioni di guerre e conflitti alla globalizzazione, dalle divisioni settarie alla pressione demografica e migratoria, dall’uso delle risorse naturali alla crisi climatica.

 

Iran, a rischio la ‘fragile’ tregua. Trump: “Forze Usa in campo fino a un accordo reale”

A poco più di 24 ore dalla “fragile” tregua raggiunta in Iran, la tensione nella regione del Medioriente resta alta.  L’esercito americano, assicura su Truth il presidente Usa, Donald Trump resta schierato.Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, insieme a ulteriori munizioni, armamenti e qualsiasi altro mezzo ritenuto opportuno e necessario per l’attacco letale e la distruzione di un nemico già sostanzialmente indebolito – scrive il repubblicano – rimarranno dispiegati in Iran e nelle zone circostanti fino a quando l’accordo reale raggiunto non sarà pienamente rispettato”. L’avvertimento è chiaro: “Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse avvenire, cosa altamente improbabile – aggiunge – allora inizieranno gli scontro a fuoco più grandi e più potenti di quanto chiunque abbia mai visto prima. È stato concordato, molto tempo fa, e nonostante tutta la falsa retorica contraria: nessuna arma nucleare e lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro”. Ma Trump guarda già oltre: “Le nostre grandi forze armate si stanno rifornendo e riposando, guardando avanti, in realtà, alla loro prossima conquista. L’America è tornata!”.

Durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, Trump ha ribadito la propria “delusione” per la posizione assunta dagli alleati. L’alleanza, dice, “non c’era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito malissimo”. Secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca sta valutando un piano per ‘punire’ alcuni membri della Nato che, secondo il presidente Trump, non hanno aiutato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. La proposta prevede il trasferimento delle truppe statunitensi dai paesi membri della Nato ritenuti poco collaborativi nella guerra contro l’Iran, verso paesi che si sono dimostrati più favorevoli. Durante il faccia a faccia Rutte spiega di aver sottolineato il fatto che “la grande maggioranza delle nazioni europee si è dimostrata disponibile per quanto riguarda le basi, la logistica, i sorvoli, assicurandosi di rispettare gli impegni”. 

Il Libano resta lo scenario più preoccupante, dal momento che l’esercito israeliano non ha cessato gli attacchi. L’Iran “garantirà la sicurezza del passaggio sicuro” attraverso lo Stretto di Hormuz, ma la riapertura avverrà solo “dopo che gli Stati Uniti avranno effettivamente ritirato questa aggressione”, contro il Libano, dice alla Bbc il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh. Gli Usa, spiega, “devono scegliere” se vogliono la guerra o la pace. “Non possono avere entrambe allo stesso tempo. Sono incompatibili, è chiarissimo”. L’accordo raggiunto, assicura, include il Libano e l’Iran e i suoi alleati erano disposti ad “accettare il cessate il fuoco”. Il traffico navale nello Stretto rimane trascurabile. Secondo i dati di Marine Traffic, registrati questa mattina numerosi gruppi di navi erano ancora ancorati nel Golfo Persico. Nella regione si trovavano ancora oltre 400 petroliere, 34 navi cisterna per GPL e 19 navi metaniere. Prima della guerra, secondo i dati di Lloyd’s List, una media di 107 navi mercantili transitavano quotidianamente nello Stretto di Hormuz.

Intanto i ministri degli Esteri di Iran e Arabia Saudita hanno avuto oggi un colloquio telefonico , in quello che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa AFP, rappresenta il primo contatto ufficiale tra i due Paesi dall’inizio della guerra. Il ministero degli affari esteri saudita ha dichiarato in un comunicato stampa che il ministro degli esteri del Paese, il principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal suo omologo iraniano, Abbas Araghchi. Nella nota si legge che “durante la telefonata, hanno esaminato gli ultimi sviluppi e discusso le modalità per ridurre le tensioni al fine di ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione”. 

Iran, Trump: “Colpiremo ancora per due o tre settimane, torneranno all’età della pietra”

Venti minuti di monologo – 19 per la precisione – la solita narrazione autocelebrativa, qualche stoccata ai Paesi occidentali e pochi tentativi di rassicurazione al popolo americano. Il discorso alla nazione del presidente Usa, Donald Trump, non ha sorpreso più di tanto, pur mettendo in fila, punto per punto, ciò che il repubblicano ripete da settimane e cioè che l’operazione Epic Fury in Iran, iniziata 33 giorni fa, è servita a “correggere errori di altri” (“ho fatto ciò che nessun altro presidente era disposto a fare”, dice) e che gli obiettivi sono stati quasi raggiunti. Ancora “due o tre settimane” di attacchi e poi “li riporteremo all’età della pietra, cioè quella a cui appartengono”.

Davanti lui nello Studio Ovale, tra gli altri c’erano anche il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa – anzi alla Guerra – Pete Hegseth, la procuratrice generale Pam Bondi e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, dall’inizio delle operazioni sono stati colpiti oltre 12.300 siti in Iran, sono stati effettuati oltre 13.000 voli di combattimento e oltre 155 navi militari iraniane sono state danneggiate o distrutte. Marina e aviazione di Teheran, dice Trump nello Studio Ovale “sono state spazzate via”. Il più, insomma, è fatto, assicura, grazie a “vittorie rapide, decisive e schiaccianti sul campo di battaglia”. “Siamo sulla buona strada per raggiungere a breve tutti gli obiettivi militari americani”.

E se sul fronte militare “mai nella storia della guerra un nemico ha subito perdite così evidenti e devastanti su larga scala nel giro di poche settimane”, su quello economico anche Trump non può ignorare la realtà e cioè che negli Usa la benzina ha raggiunto i 4 dollari al gallone, registrando un incremento del 30%, il più alto dal 2022. “Molti americani – ammette – sono preoccupati per il recente aumento dei prezzi della benzina nel nostro Paese”, ma la ‘colpa’ è degli “attacchi terroristici folli sferrati dal regime iraniano contro petroliere commerciali e paesi vicini che non hanno nulla a che vedere con il conflitto”. La chiusura dello Stretto di Hormuz, assicura, non ha alcun peso. “Gli Stati Uniti non importano quasi petrolio” attraverso quella via “e non ne importeranno nemmeno in futuro. Non ne abbiamo bisogno”.

Ecco, allora, la stoccata agli alleati della Nato (la “tigre di carta“, come l’ha definità mercoledì): “A quei paesi che non riescono a procurarsi petrolio — molti dei quali si sono rifiutati di partecipare alla decapitazione dell’Iran, costringendoci a farlo da soli — ho un suggerimento. Numero uno: comprate petrolio dagli Stati Uniti d’America; ne abbiamo in abbondanza. Ne abbiamo tantissimo. E numero due: tirate fuori un po’ di coraggio e andate nello Stretto e prendetevelo. Proteggetelo. Usatelo per voi stessi”.

Non c’è da preoccuparsi nemmeno per il gas, minimizza il presidente degli Stati Uniti, perché “quando questo conflitto sarà finito, lo Stretto” di Hormuz “si aprirà naturalmente. Riprenderà a fluire e i prezzi del gas torneranno rapidamente a scendere”.

Il futuro, insomma, potrebbe non essere così male per Trump. “Le discussioni” con l’Iran “sono in corso. Il cambio di regime non era il nostro obiettivo, ma si è verificato a causa della morte di tutti i loro leader originali. Sono tutti morti”. I nuovi leader iraniani sono “meno radicali e molto più ragionevoli”.

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