La rovesciata di Ursula: tra guerra e dazi ha messo fuori gioco il Green Deal

Presi come sono dalla guerra dei dazi e dal tentativo di pace tra Russia e Ucraina, è finito nel dimenticatoio quello che fino a qualche mese fa era il Green Deal, ovvero il cavallo di battaglia della prima amministrazione von der Leyen. Non se ne parla più e quando lo si fa, tanto a Bruxelles quanto a Strasburgo, per tacere di Roma, lo si fa con l’angoscia che accompagna chi deve affrontare i disagi del rattoppo di errori compiuti nel passato. Roba del tipo: noi ve l’avevamo detto e adesso…

Giusto per salvare la faccia, si è chiacchierato nelle settimane scorse del Clean Industrial Deal, una versione edulcorata e rivisitata del Green Deal: trattasi però di dichiarazione di intenti, nulla di formale o di strutturato. Insomma, nulla di concreto. Esattamente il contrario di ciò che, invece, avrebbe bisogno l’industria europea per riprendere a pedalare dopo un periodo non proprio agevolissimo. La sensazione che basti la parola ‘deal’ per fare a storcere il naso e aggrottare le ciglia monta come la panna, eppure con sensazioni e imprescindibili necessità dobbiamo fare pace.

In questa Unione che ha nella burocrazia la sua stella polare e che per codice genetico regolamenta anche i passaggi alla toilette, di ambiente si parla ormai pochissimo in Commissione, dove von der Leyen  ha altre impellenze da risolvere , e in Parlamento, dove arrivare a una sintesi di 27 modi di pensare diversi è un esercizio quasi fideistico: adesso sono prioritarie le strategie del riarmo e la Difesa comune di fronte alle minacce di Putin e alla politica imprevedibile di Trump, oltre alla tenuta commerciale che non è più solidissima. Ottocento (800) miliardi pronta cassa, e chissene se si sfora il bilancio, il Patto si stabilità è per l’appunto un patto e come tale suscettibile di modifiche.

Verrebbe da dire: c’era una volta Frans Timmermans e la sua ideologia estrema, c’erano anche minuscoli funzionari a libro paga della Ue che ne seguivano beceramente la strada pensando al proprio benessere e non a quello della collettività, c’erano obiettivi così ambiziosi da raggiungere in un lasso di tempo così circoscritto da generare panico. Ora, sia chiaro, in pochi rimpiangono Timmermans e la sua ‘era geologica verde’, ma come spesso accade si è passati da tutto/troppo a niente. Ed è un ‘niente’ che invece va affrontato.

Manca equilibrio, difetta il buonsenso, spesso anche chi non dovrebbe si lascia travolgere dalla ‘pancia’. Mentre Trump abbandona l’accordo di Parigi e la Cop rischia di diventare una inutile passerella di avanspettacolo, l’estate si avvicina e ci sono forti segnali di siccità, i meteorologi mettono in guardia da fenomeni atmosferici estremi, la temperatura del pianeta aumenta. Sono dati di fatto di fronte ai quali nessuno, a qualunque latitudine, può rimanere cieco e sordo. E che il rumore deflagrante delle bombe o lo stridore della recessione Usa deve cancellare.

Vittorio Oreggia

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