Tajani frena Lega: No uscite unilaterali patto stabilità. Pnrr e Mes contro caro-energia

Il vicepremier in quota Forza Italia, Antonio Tajani, frena l’idea della Lega di uscire unilateralmente dal patto di stabilità europeo per far fronte all’emergenza legata al caro energia. “Sono assolutamente contrario”, afferma a margine del Forum Italia-America Latina a Prato, pur aprendo a interventi “a tempo” per tener fuori dal patto di stabilità le spese legate alle conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz. In ogni caso, per il ministro degli Esteri in questo momento “serve più Europa” e, soprattutto, “più coraggio”.

Gli aiuti di Stato proposti dalla Commissione Europea non sarebbero equi, visto lo spazio fiscale limitato di un’Italia in procedura d’infrazione dopo aver sforato la soglia di deficit del 3% del Pil. “E’ una proposta che rischia di far aumentare la concorrenza sleale, rischia di far aumentare i dislivelli, quindi non mi pare una soluzione ottimale”, spiega il titolare della Farnesina. Tajani propone un altro Pnrr, sul modello di quello creato per il Covid, per permettere a tutta l’Europa di poter “superare questo momento complicato”. E torna sulla necessità di utilizzare i 400 miliardi del Mes: “Non vedo perché devono rimanere lì congelati – osserva – invece di aumentare il debito pubblico si potrebbero utilizzare quei soldi per il debito pubblico”.

Di sicuro, si dovrà intervenire. Perché, come mette in allerta il ministro delle Imprese Adolfo Urso, un protrarsi del blocco di Hormuz potrebbe avere “conseguenze gravi” sia sul Pil che sull’inflazione. Con zero crescita e inflazione alta, lo ha messo in chiaro anche Confindustria, l’Europa va incontro alla stagflazione. “Per questo abbiamo chiesto alla Commissione la sospensione del Patto di stabilità, per consentire agli Stati di reagire in tempi e modi adeguati, innanzitutto sul fronte energetico. Non servono pannicelli caldi, ma interventi radicali”, sottolinea Urso dalle colonne del Messaggero. L’inquilino di Palazzo Piacentini si dice consapevole che occorra agire in modo “sistemico e strutturale”, per rendere più competitiva l’Europa anche sul piano dell’autonomia strategica. Ma, esorta, “Dobbiamo agire insieme in direzione della crescita, con più risorse e meno ostacoli”. In sede nazionale per incentivare consumi e investimenti e in sede europea liberando le imprese dai “dazi interni” che pesano.

L’Europa, più che sugli interventi d’emergenza, insiste sulla necessità di ridurre la “forte dipendenza” dai combustibili fossili importati. Dall’inizio della crisi in Medio Oriente, l’Europa ha speso 27 miliardi di euro in più per le importazioni di gas e petrolio senza ricevere una sola molecola di energia aggiuntiva. “Dobbiamo ridurre questa dipendenza e, al contrario, espandere la nostra produzione energetica, più economica, qui in Europa”, scandisce Ursula von del Leyen, a Berlino per la giornata di conclave dell’Unione (Cdu-Csu). Questo, ricorda la presidente della Commissione, significa che ogni kilowattora di energia prodotto in Europa “contribuisce alla stabilità economica, all’accesso a un’energia a prezzi accessibili e, quindi, all’indipendenza dell’Unione”. La ricetta di Bruxelles è insistere su rinnovabili e nucleare, come stanno facendo la Finlandia e la Svezia, fonti che vengono prodotte nel Continente e hanno un impatto climatico molto inferiore: “I nuovi piccoli reattori modulari, in particolare, aprono nuove prospettive”.

‘Un’Europa, un mercato’: i leader Ue accelerano sulla competitività

(Photo credit: Palazzo Chigi)

Serve fare di più, aumentare gli investimenti, semplificare, ridurre la burocrazia e i costi dell’energia, per un’Europa più competitiva e capace di affrontare la concorrenza “sleale”, i dazi imposti dagli Usa e il nuovo ordine globale. Al castello di Alden Biesen, in Belgio, i leader dei 27 Paesi dell’Unione europea si sono seduti attorno a un tavolo, guidati da Mario Draghi ed Enrico Letta, pronti a definire un’agenda comune di interventi o, almeno, a provarci.

Il quadro di partenza non è dei migliori. Proprio l’ex premier Draghi, che a settembre 2024 aveva presentato il suo Rapporto sulla competitività, ai leader ha ricordato “il deterioramento del panorama economico” dopo la presentazione della sua relazione e “l’urgenza di affrontare tutte le questioni sollevate in quella sede”. Sul piatto i dossier più caldi: la necessità di ridurre le barriere nel Mercato Unico, la frammentazione dei mercati azionari e gli sforzi per mobilitare i risparmi europei, il costo dell’energia, la possibilità di una preferenza europea mirata in alcuni settori. E, ancora, “la possibilità di cooperazioni rafforzate per procedere più rapidamente in alcuni di questi argomenti, se necessario, come previsto dai trattati”. Una nuova ‘strigliata’ che sottolinea “l’urgenza” di agire.

Al vertice l’Italia è arrivata a braccetto con Berlino. Il motore italo-tedesco c’è, ha detto la premier Giorgia Meloni al termine del prevertice del mattino, ma non è “contro qualcuno”. Ecco allora che il presidente francese, Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si sono presentati insieme davanti alla stampa, come a voler fugare ogni dubbio sulla tenuta dei rapporti tra le due maggiori economie dell’Ue. “Siamo quasi sempre d’accordo“, ha ricordato Merz.

E al termine della giornata sono la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, a riassumere decisioni, progetti e volontà. “Vorrei essere chiaro: nel 2026 l’Europa manterrà le promesse. Lo abbiamo fatto l’anno scorso in materia di difesa. Lo faremo quest’anno in materia di competitività”, ha detto Costa.

L’ambizione è ‘One Europe, one market’ “e vogliamo raggiungerlo entro la fine del 2027”, ha ricordato von der Leyen, che al prossimo Consiglio europeo di marzo presenterà una tabella di marcia che mostrerà “in modo molto dettagliato: cosa faremo, le tempistiche, gli obiettivi e un chiaro limite di tempo anche per la realizzazione. L’ambizione è che questo documento sia approvato e concordato non solo dalla Commissione, ma anche dai due colegislatori, ovvero il Consiglio europeo e il Parlamento”.

La prossima tappa è proprio il Consiglio di marzo, al quale i 27 dovranno arrivare con una scelta ben precisa, cioè la definizione dei settori di ‘preferenza’. sulla base di “una solida analisi economica”, ha detto von der Leyen. L’obiettivo è quello di avere dei “campioni europei” e di rafforzare la produzione e le imprese del Vecchio Continente. Ed ecco perché, entro aprile, saranno presentate “le linee guida sulle fusioni” che saranno seguite “dalla consultazione con gli Stati membri”.

La roadmap delineata dai vertici Ue prevede anche di portare a termine entro giugno “la fase 1 dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti, che comprende l’integrazione del mercato, la vigilanza e la cartolarizzazione, entro giugno”. Se entro tale data non ci saranno progressi sufficienti, “valuteremo l’introduzione di una cooperazione rafforzata”, ha spiegato von der Leyen. “Il punto fondamentale è che dobbiamo passare da 27 a 1. L’unica risposta efficace a ciò che Trump sta facendo contro l’Europa è passare a un mercato unico”, ha commentato Enrico Letta al termine del vertice.

Prima del prossimo vertice dei leader, la Commissione intende inoltre presentare l’Industrial Accellerator Act’, il progetto di legge europea per permettere la creazione di imprese in tempi più rapidi, con regole uguali ovunque e riconosciute in ogni Stato membro dell’Ue. Sempre prima del 19 marzo “presenteremo il 28esimo regime”, il quadro normativo per poter fare impresa in modo digitale, ha detto la presidente von der Leyen.

Groenlandia, dazi, Mercosur: per i leader Ue l’unità funziona

L’unità europea funziona. È la presa d’atto – o forse addirittura una scoperta, sottolineata da tutti i leader – certificata dai capi di Stato o di governo dell’Unione europea che ieri sera si sono trovati a Bruxelles per una riunione informale del Consiglio europeo. Un incontro convocato urgentemente, all’inizio della settimana dal presidente Antonio Costa, per affrontare le minacce del presidente Usa, Donald Trump, di aggressione alla Groenlandia e di imposizione di nuovi dazi commerciali contro quei Paesi europei pronti a difendere con contingenti militari l’isola artica.

Iniziato alle 19.30 l’incontro si è chiuso a mezzanotte, lasciando alla conferenza stampa dei due presidenti di Consiglio e Commissione, Costa e Ursula von der Leyen, il compito di fare la sintesi.

CRISI GROENLANDIA. “Per quanto riguarda la Groenlandia, siamo chiaramente in una posizione migliore rispetto a 24 ore fa. E stasera abbiamo tratto insegnamento dalla nostra strategia collettiva”, inizia von der Leyen. La presidente elenca quattro elementi del comportamento Ue: “In primo luogo, abbiamo dimostrato un’inequivocabile solidarietà con la Groenlandia e il Regno di Danimarca. In secondo luogo, siamo rimasti fermamente al fianco dei sei Stati membri minacciati dai dazi. In terzo luogo, ci siamo confrontati attivamente con gli Stati Uniti a vari livelli. Lo abbiamo fatto con fermezza, ma senza escalation. In quarto luogo, eravamo ben preparati con contromisure commerciali e strumenti non tariffari nel caso in cui fossero stati applicati dazi”. Confermando, così, quanto dichiarato prima della riunione da alcune fonti Ue sulla prontezza dei Paesi all’utilizzo del cosiddetto bazooka, lo strumento anti-coercizione, nel caso fosse stato necessario. “In sintesi, abbiamo seguito quattro principi chiave: fermezza, apertura, preparazione e unità, e il nostro approccio si è rivelato efficace. In futuro, dovremmo mantenere lo stesso approccio”, avvisa von der Leyen. “Voglio essere molto chiaro: il Regno di Danimarca e la Groenlandia godono del pieno sostegno dell’Unione europea”, aggiunge Costa. “Solo il Regno di Danimarca e la Groenlandia possono decidere su questioni che riguardano la Danimarca e la Groenlandia. Questo riflette il nostro fermo impegno nei confronti dei principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale, che sono essenziali per l’Europa e per la comunità internazionale nel suo complesso”, prosegue.

Ma se la situazione è cambiata, con la marcia indietro di Trump su minaccia bellica e commerciale dopo l’intervento del segretario della Nato, Mark Rutte, Bruxelles sa che i rischi rimangono. Per questo, al suo arrivo, il presidente francese Emmanuel Macron aveva scandito: “Rimaniamo estremamente vigili e pronti ad utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione se dovessimo trovarci nuovamente sotto minaccia”. E l’Unione vuole agire, anche per togliere dal tavolo le motivazioni fin qui addotte dalla Casa Bianca a giustificazione di una sua presa di Nuuk. “Abbiamo collettivamente investito troppo poco nell’Artico e nella sua sicurezza. Ora è giunto il momento di fare un passo avanti. E di costruire su ciò che abbiamo già realizzato”, afferma von der Leyen.

“In questo momento, stiamo lavorando per rafforzare le relazioni tra l’Ue e la Groenlandia”, prosegue ricordando l’apertura dell’ufficio Ue a Nuuk due anni fa; l’avvio l’anno scorso di accordi che porteranno a più investimenti in energia pulita, materie prime essenziali e connettività digitale; il raddoppio del sostegno finanziario dell’Ue nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione (il Qfp 2028-2034). “La Commissione presenterà presto un consistente pacchetto di investimenti”, osserva. Ma oltre ai finanziamenti, “intendiamo anche approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti e tutti i partner sulla sicurezza artica. In particolare, credo che dovremmo utilizzare l’aumento della spesa per la difesa per equipaggiamenti pronti per l’Artico, ad esempio una nave rompighiaccio europea. E dovremmo rafforzare i nostri accordi di sicurezza e difesa con partner come Regno Unito, Canada, Norvegia, Islanda e altri. Questa è diventata una vera e propria necessità geopolitica”, sottolinea.

DAZI. Per quanto riguarda i dazi, l’Unione considera il quadro di riferimento l’accordo trovato in Scozia a fine luglio di cui il Parlamento europeo in settimana aveva sospeso la sua valutazione alla luce delle nuove minacce della Casa Bianca. Con il rientro della situazione, però, è stata la stessa presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, a poter annunciare, al suo arrivo al vertice informale, che ora l’Eurocamera potrà continuare le sue discussioni interne sul trattato commerciale Ue-Usa. Concetto ribadito da Costa nella conferenza stampa al termine dei lavori. “L’annuncio di ieri che non ci saranno nuovi dazi statunitensi sull’Europa è positivo. L’imposizione di dazi aggiuntivi sarebbe stata incompatibile con l’accordo commerciale Ue-Usa. Il nostro obiettivo deve ora essere quello di procedere con l’attuazione di tale accordo”, spiega lasciando intendere che, senza cambiamenti di situazione, sarà prorogata la sospensione, in scadenza il 6 febbraio, alle contromisure Ue di 93 miliardi, preparate in risposta ai dazi Usa dell’anno scorso e messe in stand-by alla luce dell’accordo scozzese.

UCRAINA. Sull’Ucraina, la presidente von der Leyen ricorda in conferenza stampa che, “con l’inverno che ha preso il sopravvento sul Paese, la Russia sta raddoppiando gli attacchi vili” e l’Ue sta “raddoppiando” il suo sostegno a Kiev “schierando questa settimana 447 generatori di emergenza per un valore di 3,7 milioni di euro per ripristinare l’alimentazione di ospedali, rifugi e servizi essenziali”. Inoltre, “i lavori stanno procedendo bene sugli aspetti di sicurezza e prosperità dei colloqui di pace” e, rispetto alle “garanzie di sicurezza, l’incontro di Parigi ha portato buoni progressi” e “ora stiamo aspettando la risposta russa”. In più, “per riguarda la prosperità, siamo vicini a un accordo con Stati Uniti e Ucraina su un unico quadro unificato per la prosperità” che “esamina come possiamo aumentare la prosperità dell’Ucraina nel momento in cui raggiungeremo un cessate il fuoco pacifico”. In questo contesto, “stiamo parlando di un unico documento che rappresenta la visione collettiva di ucraini, americani ed europei per il futuro dell’Ucraina nel dopoguerra”, che “si basa sull’importante lavoro di valutazione dei bisogni della Banca Mondiale” e “propone una risposta basata su cinque pilastri chiave”: aumentare la produttività attraverso riforme favorevoli alle imprese e una maggiore concorrenza sul mercato; accelerare l’integrazione dell’Ucraina nel Mercato unico dell’Ue; significativo aumento degli investimenti; maggiore coordinamento dei donatori; riforme fondamentali.

MERCOSUR. Infine, l’unità si manifesta anche nel capitolo dell’accordo commerciale Ue-Mercosur. Il Parlamento europeo ha deciso di ricorrere alla Corte di Giustizia per chiedere un parere sulla conformità dei testi ai Trattati dell’Ue, di fatto bloccando non il suo iter di esame ma la sua ratifica. Ma sono gli stessi Trattati a prevedere la possibilità di una applicazione provvisoria dell’accordo, prima che gli eurodeputati lo ratifichino. “Non voglio drammatizzare troppo la situazione. Non si è trattato di una votazione sul consenso, ma chiarimenti legali”, aveva puntualizzato Metsola al suo arrivo chiarendo che “l’applicazione provvisoria è un’opzione sul tavolo, e la porterò avanti anche con i leader dei gruppi politici”. E in conferenza stampa Costa: “Il Consiglio ha già deciso la scorsa settimana non solo di autorizzare la Commissione a firmare l’Accordo Mercosur, ma ha anche deciso di procedere all’applicazione provvisoria dell’Accordo Mercosur. Questa è la posizione del Consiglio, e invito la Commissione a utilizzare questa decisione del Consiglio e ad attuare l’applicazione provvisoria dell’Accordo Mercosur”. E von der Leyen chiarisce: “La questione dell’applicazione provvisoria è stata sollevata stasera da diversi leader” perché “c’è un chiaro interesse a garantire che i benefici di questo importante accordo si applichino il prima possibile. Non abbiamo ancora preso una decisione. Una decisione sarà necessaria solo quando uno o più Paesi del Mercosur avranno completato le loro procedure e saranno sostanzialmente pronti Quindi, in breve, saremo pronti quando lo saranno loro”, conclude.

Epitaffio di Draghi per l’Europa di Ursula che ora deve cambiare

“Grazie Mario”, ha ripetuto con enfasi Ursula von der Leyen. Grazie per tutto quello che hai detto e costruito per l’Europa. Insomma, grazie di esistere. Poi, però, Mario, nella fattispecie Draghi, ex presidente della Bce, ex premier, una luce nel buio di questi tempi, ha smontato pezzo dopo pezzo tutto quello che l’Unione europea ha fatto, anzi non ha fatto, (proprio) durante la gestione passata e presente della presidente tedesca. Perché il discorso di Draghi sullo stato di salute malandatissimo del vecchio Continente è stato molto crudo e diretto, partendo dal presupposto che “a distanza di un anno, l’Europa si trova quindi in una situazione più difficile” e che “l’inazione non minaccia solo la nostra competitività ma anche la nostra sovranità”. Liofilizzando il concetto: vi avevo avvertito ma le mie parole sono cadute nel vuoto. E adesso sono grane.

In un (per niente tranquillo) martedì di metà settembre, Draghi ha messo a nudo i difetti della Ue targata Ursula: lenta, avvitata su se stessa, incapace di decidere, imbolsita dalla burocrazia e dalla smania regolamentare, non ancora del tutto convinta che il green deal come era stato pensato da Frans Timmermans debba essere profondamente rivisitato. Giusto un anno fa l’ex premier aveva presentato il suo rapporto, un’istantanea che riscosse consensi ma che in concreto non ha spostato di un millimetro il baricentro della Ue, ormai bersaglio di critiche diffuse proprio da parte dei più europeisti tra gli europeisti. Antonio Tajani, ad esempio, ministro degli Esteri ed ex presidente del Parlamento, pochi minuti prima che Draghi si prendesse la scena aveva assestato un paio di ceffoni a Bruxelles, parlando della necessità urgente di cambiare registro, del bisogno di dire basta all’unanimità del voto, dell’imperativo di arrivare a una Difesa europea. Non proprio peanuts.

Il paragone di Draghi è quello con gli Stati Uniti e la Cina. Che sono giganti ma che agiscono velocemente, mentre l’Europa sta deludendo i cittadini per “la lentezza e la sua incapacità di muoversi con la stessa rapidità”. Il punto, ancora più grave, è che i governi che compongono l’Europa non sono consapevoli – stigmatizza l’ex commissario – della gravità della situazione. Intanto che si discute e ci si accapiglia, il “modello di crescita sta svanendo”, “la vulnerabilità sta aumentando” e “non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno”.

Una pietra tombale, un epitaffio su ‘questa’ Europa, quella di von der Leyen. Che ha incassato la scarica di cazzotti senza (quasi) fare una piega e promesso un cambio di passo su energia (nucleare), Difesa e intelligenza artificiale. Ecco: conviene che, rispetto alla prima volta, ‘questa’ volta Ursula faccia sul serio, ritrovi l’Unione (U rigorosamente maiuscola) e metta a terra promesse e sogni. A Strasburgo, una settimana fa, il suo discorso è stato coniugato sempre e solo al tempo futuro, conviene che viri sul presente oppure tra un anno saranno inutili anche le scosse di Mario.

Stellantis appoggia l’Ue sulle piccole e-car: “Ora trasformare ambizione in azione”

“Stellantis accoglie con grande favore l’annuncio della presidente von der Leyen relativo a un’iniziativa per la promozione di auto piccole e convenienti in Europa. Auto piccole e convenienti significano aria più pulita, strade più sicure, aumento della produzione industriale e decarbonizzazione più rapida”. Lo afferma il gruppo, commentando l’annuncio della presidente della Commissione europea, durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione in plenaria a Strasburgo. Von der Leyen ha parlato di una collaborazione con l’industria nell’ambito di una iniziativa “per le auto elettriche piccole ed economiche”, che siano “pulite, efficienti e leggere”, ma anche accessibili per le persone”.  Auto, ha ricordato von der Leyen, che devono essere “costruite in Europa, con catene di fornitura europee. Perché non possiamo permettere alla Cina e ad altri di conquistare questo mercato”

Ma oggi l’Europa, dice Stellantis, “si trova ad affrontare una sfida: le auto piccole e convenienti (con un prezzo inferiore a 15.000 euro) sono quasi scomparse dal mercato, con un conseguente forte calo della produzione (da 1 milione di unità e 49 modelli disponibili sul mercato nel 2019 a meno di 100.000 unità e un solo modello nel 2025) e un parco auto sempre più vecchio che circola sulle strade europee”.

Inoltre, “l’eccessiva regolamentazione ha fatto aumentare i costi, rendendo quasi impossibile la produzione redditizia di queste auto”.
Ecco perché, per Stellantis, l’iniziativa della presidente von der Leyen “è sia visionaria che urgente. Ora è il momento di trasformare l’ambizione in azione”. Da qui una serie raccomandazioni presentate dal gruppo, a partire dai supercrediti per i piccoli veicoli elettrici a batteria (BEV), per “adeguare la regolamentazione che favorisce i veicoli elettrici a batteria di grandi dimensioni e premiare quelli con un impatto ambientale minore”. Inoltre, il gruppo chiede una regolamentazione semplificata: “eliminare i vincoli inutili per migliorare l’accessibilità economica senza compromettere la sicurezza e la connettività”. Infine, come già ribadito da Stellantis in passato, si chiede la creazione di “una nuova categoria di auto piccole europee: ispirata al concetto giapponese di kei-car, ma con un design e un fascino europei, costruita su piattaforme comuni per garantire scalabilità e competitività”. Per il gruppo, infatti, “non si tratta solo di automobili, ma di garantire che nessun europeo venga lasciato indietro nella transizione verso la mobilità verde. Stellantis non vede l’ora di continuare a plasmare il futuro della mobilità europea”.

Von der leyen

Interferenze russe su Gps aereo von der Leyen: atterraggio in Bulgaria con mappe cartacee

Domenica 31 agosto l’aereo su cui viaggiava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è stato vittima di una interferenza Gps – frequente in questa parte dell’Europa orientale – al suo arrivo in Bulgaria, tanto da costringere i piloti ad atterrare utilizzando mappe cartacee. Lo ha confermato la Commissione europea dopo le anticipazioni pubblicate dal Financial Times.

“Le autorità bulgare ci hanno informato che sospettano che la causa sia stata una palese interferenza da parte della Russia”, ha spiegato la portavoce della Commissione, Arianna Podestà. In ogni caso, ha assicurato, l’areo – che era un volo charter – è atterrato “senza difficoltà” in Bulgaria. “Siamo ovviamente consapevoli, e in un certo senso abituati, alle minacce e alle intimidazioni che sono parte integrante del comportamento ostile della Russia”, tanto è vero che a giugno 13 Stati membri hanno inviato una lettera alla Commissione per “chiederci di sollevare la questione in sede di Consiglio per discuterne”, ha spiegato un’altra portavoce Anna-Kaisa Itkonen. “Stiamo già lavorando a un piano specifico per l’aviazione in collaborazione con l’AESA – ha aggiunto – Eurocontrol, ovviamente anche con i nostri Stati membri, i fornitori di servizi di navigazione aerea e l’industria manifatturiera. Quindi, in questi casi, la collaborazione, lo scambio di informazioni e la cooperazione tra gli Stati membri sono ovviamente fondamentali”

Venerdì la presidente della Commissione ha iniziato un tour dei paesi dell’Ue confinanti o situati non lontano dalla Bielorussia e dalla Russia per esprimere la “piena solidarietà” dell’Ue nei loro confronti. Il suo viaggio in Bulgaria si è svolto luogo domenica, dopo tappe in Lettonia, Finlandia, Estonia e Polonia e l’attacco non ha modificato il suo programma.

“Durante l’avvicinamento per l’atterraggio all’aeroporto di Plovdiv, il segnale Gps è scomparso”, ha dichiarato il governo bulgaro. “Al fine di garantire la sicurezza del volo, i servizi di controllo del traffico aereo hanno immediatamente proposto un approccio alternativo per l’atterraggio utilizzando mezzi di navigazione terrestri”, ha precisato. In Bulgaria, Ursula von der Leyen ha visitato una fabbrica di munizioni destinate all’Ucraina e al rafforzamento della sicurezza del continente europeo.

“Naturalmente – ha detto Podestà – questo non farà altro che rafforzare ulteriormente il nostro incrollabile impegno a potenziare le capacità di difesa e il sostegno all’Ucraina. Questo incidente sottolinea in realtà l’urgenza della missione che la presidente sta svolgendo in questi giorni negli Stati membri in prima linea. Lì ha potuto constatare di persona le sfide quotidiane rappresentate dalle minacce provenienti dalla Russia e dai suoi alleati. E naturalmente l’Ue continuerà a investire nella spesa per la difesa e nella preparazione dell’Europa ancora di più dopo questo incidente”.

Gli europei stanno cercando con ogni mezzo di influenzare le discussioni sulla sicurezza dell’Ucraina e del Vecchio Continente. Sono in corso intense trattative tra gli alleati di Kiev per determinare quale tipo di garanzie di sicurezza offrire al Paese in caso di accordo di pace con Mosca, al fine di prevenire nuovi attacchi russi. Queste trattative hanno subito una netta accelerazione dopo il vertice del 15 agosto tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, seguito da un incontro alla Casa Bianca tra il presidente americano, il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky e sette leader europei. La settimana scorsa, gli uffici dell’Unione Europea a Kiev sono stati danneggiati dai bombardamenti russi.

Ucraina, addestratori Ue sul campo dopo cessate fuoco. VdL: “Dobbiamo essere pronti”

L’Unione europea è pronta ad addestrare l’esercito ucraino a Kiev, dopo un cessate il fuoco o un accordo di pace che ponga fine ai combattimenti con le forze russe. Dopo il consiglio informale con i ministri degli Esteri e della Difesa di Copenaghen, Kaja Kallas non ci gira intorno: “Finora abbiamo addestrato più di 80.000 soldati e dobbiamo essere pronti a fare di più”, spiega. Il che, potrebbe includere l’invio di istruttori dell’Ue in Ucraina, ma solo dopo il ritiro delle truppe.

L’Alta rappresentante Ue si dice soddisfatta dell’ “ampio sostegno” dei 27 paesi membri a questa estensione dell’attuale mandato della missione militare dell’Ue in Ucraina. Tutti i paesi dell’Unione europea sono favorevoli, a eccezione dell’Ungheria. Gli europei lavorano sulle garanzie di sicurezza da fornire all’Ucraina dopo un’eventuale cessazione dei combattimenti e Bruxelles prevede di contribuire, in particolare rafforzando la sua missione di addestramento dei militari ucraini. Gli Stati Uniti, a lungo titubanti, hanno promesso in agosto di contribuire, ma senza inviare truppe americane sul suolo ucraino, sottolineando anche la necessità che gli europei garantiscano l’essenziale di queste garanzie di sicurezza per Kiev.

E mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede all’Ue più velocità per il programma di acquisto delle armi americane, Kallas suggerisce che il Fondo europeo per la pace possa “fornire finanziamenti a sostegno di questo impegno”. “Può rimborsare agli Stati membri le armi acquistate per l’Ucraina, anche a sostegno delle iniziative Purl della Nato”. Pertanto, il continuo blocco dello European Peace Facility, insiste, “non è giustificato”: “Risolvere rapidamente la questione è importante per il lavoro tra l’Europa e gli Stati Uniti a sostegno dell’Ucraina, e le questioni bilaterali non devono ostacolare gli aiuti”, scandisce Kallas. “Gli aiuti all’Ucraina salvano vite umane. Dobbiamo continuare a intensificare i nostri sforzi”, precisa.

Intanto, da Riga, Ursula von der Leyen ricorda che se nel nuovo bilancio europeo appena proposto si parla di una spesa quintuplicata per la difesa, è perché è “giunto il momento di essere pronti”. In conferenza stampa insieme alla prima ministra Evika Silina, la presidente della Commissione europea sostiene che l’Europa è sulla “strada giusta”, ma il lavoro da fare è ancora lungo. Al Consiglio europeo di ottobre si farà ancora il punto sulla tabella di marcia al 2030. Su Putin, von der Leyen non fa sconti: “E’ un predatore”, attacca: “I suoi rappresentanti hanno preso di mira le nostre società per anni con attacchi ibridi e attacchi informatici, l’uso dei migranti come arma è un altro esempio”.

A Tolone, dopo un consiglio dei ministri franco-tedesco, Parigi e Berlino fanno sapere che continueranno a esercitare “pressioni” perché vengano imposte nuove sanzioni alla Russia. “Siamo pronti a farlo, ma anche da parte degli Stati Uniti d’America per costringere la Russia a tornare al tavolo delle trattative”, spiega Emmanuel Macron in conferenza stampa con Friedrich Merz. Il 18 agosto, Putin si era impegnato con Trump a incontrare Zelensky. Se questo incontro bilaterale non si terrà entro lunedì, ”credo che ancora una volta significherà che il presidente Putin si sarà preso gioco di Trump“ e ”questo non può restare senza risposta”, afferma Macron. Merz confessa di non farsi illusioni: “È possibile che questa guerra duri ancora molti mesi“, deplora. I due leader parleranno separatamente con il presidente americano ”questo fine settimana”. La prossima settimana terranno anche una nuova riunione della coalizione dei volontari con i loro omologhi di 30 paesi pronti a fornire garanzie di sicurezza a Kiev per evitare una ripresa del conflitto una volta che questo sarà terminato. Nel frattempo, in una dichiarazione congiunta, annunciano l’intenzione di fornire all’Ucraina ulteriori sistemi di difesa antiaerea, “alla luce dei massicci attacchi russi” sul Paese nelle ultime settimane. Il presidente francese si difende inoltre dall’accusa di essere “grossolano e volgare” mossa da Mosca per aver definito Putin un ‘orco’. Nega qualsiasi insulto ma giustifica gli epiteti assegnati a “un uomo che ha deciso di intraprendere una deriva autoritaria, autocratica e di condurre un imperialismo revisionista dei confini internazionali”.

Da domenica il presidente russo sarà in Cina, dove incontrerà anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a margine del vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai. “La Turchia svolge un ruolo importante nel processo di risoluzione” del conflitto, spiega il consigliere diplomatico russo, Yuri Ushakov. La Turchia ha ospitato tre sessioni di colloqui tra Russia e Ucraina quest’anno, che però non hanno portato a progressi reali verso la pace.

Trump (per ora) vince e Pichetto riavvolge il nastro: Ci fosse Kamala…

L’Europa è spaccata, il Parlamento è spaccato, nel mondo delle imprese non tutti sono uniti. L’effetto Trump, al riparo dalla reazioni di pancia sui dazi imposti al 15%, è questo. Ed è anche piuttosto preoccupante. Germania e Italia sono considerati i Paesi più ‘deboli’ di fronte alle minacce del Tycoon americano, da più parti si chiedono le dimissioni della presidente Ursula von der Leyen, qualcuno (Renzi) azzarda addirittura dell’intera Commissione, il commissario Sefcovic viene considerato un lacchè, né più né meno del segretario della Nato Rutte, prono di fronte al presidente americano quando il tavolo negoziale era quello della Difesa. E si potrebbe continuare così, perché ci sono reazioni di tutti i tipi all’intesa raggiunta nella club house di un campo da golf (esclusivo) in Scozia, tra chi dice che poteva andare molto peggio e chi sostiene che si poteva fare molto meglio usando il famigerato bazooka contro il capo della casa Bianca. Su tutte le riflessioni ne enucleiamo una: quella di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energia. “Avesse vinto Kamala Harris forse questo problema non lo avremmo avuto”.

La riflessione di Pichetto è banale e geniale al tempo stesso e, di rimbalzo, attribuisce a Trump una valenza superiore ai dazi al 15%. E’ vero che se si ascoltano i pareri di illuminati economisti la tassazione coatta si ritorcerà contro l’economia americani e gli americani medesimi, però la realtà dei fatti, al momento, è che il presidente Usa con il suo comportamento indecifrabile, con la sua capacità strategica di cambiare idea dalla sera alla mattina, ha messo in ginocchio più di un Paese. Allargando il concetto, addirittura un continente, quello europeo, vittima delle proprie debolezze e soffocato dalla mania di regolamentare tutto, anche l’irregolamentabile. Così, mentre tra Bruxelles e Strasburgo ci si parla addosso , a Washington si finge di essere matti per ottenere qualcosa di più e di diverso dal passato.

Tornando a Pichetto, non è scritto da nessuna parte che con la signora Harris sarebbe andata più morbida, però è un dato di fatto che la presidentessa si sarebbe mossa con andamento più felpato e non avrebbe squassato la quiete di molti dormienti (Canada, Giappone, Europa) con dichiarazioni e minacce che qualcuno ha accostato ai bulli di periferia, però è fuori discussione che Trump ha messo a segno il primo colpo, anche se (forse) la lotta è ancora lunga.

Agricoltura, protesta Coldiretti a Roma e Bruxelles: “Tecnocrazia Ue è peggio dei dazi”

Coldiretti scende in piazza per denunciare “il tentativo dei tecnocrati europei, guidati da Ursula Von der Leyen, di distruggere l’agricoltura, la produzione di cibo e la sicurezza alimentare in Europa, mettendo a rischio le fondamenta stesse della democrazia”. Una protesta che arriva a pochi giorni dall’annuncio della stangata sui dazi “che vede ancora una volta la Von der Leyen indiziata numero uno di un immobilismo che sta affossando l’economia europea con rischi ora per l’agricoltura dieci volte più gravi dei danni che potrebbero causare i dazi di Trump. Questi potrebbero essere gli effetti delle nuove proposte di bilancio che la Commissione presenterà domani, a partire da un fondo unico tra politiche di coesione e politica agricola. Per la prima volta dal 1962 l’Europa non avrebbe più un budget destinato con chiarezza al sostegno della produzione di cibo e alla sicurezza degli approvvigionamenti alimentari”. Così, con un messaggio chiaro “Abbiamo bisogno dell’Europa come il pane, ma questa non è l’Europa che vogliamo”, Coldiretti ha dato vita ad un’azione coordinata da Bruxelles a Roma, per dare il benvenuto a “Vonderland, una landa autocratica che vede un’Europa sempre più distante dalla realtà, dai cittadini e dalla terra”.

L’iniziativa ha coinvolto centinaia di giovani agricoltori di Coldiretti, che hanno esposto striscioni raffiguranti Ursula Von der Leyen nella sua “Vonderland” appunto, accompagnati da messaggi come: “non spegnere la democrazia!”, “non spegnere la salute” “non spegnere l’agricoltura”.

Gli striscioni, oltre ad essere stati esposti dal palazzo di Farm Europe a Bruxelles a pochi passi da quello di Berlaymont sede della Commissione Europea, sono stati alzati in cielo anche in alcuni luoghi iconici di Roma come il Colosseo, Fontana di Trevi e Piazza Navona, e con valore anche politico come il Senato.

“Siamo scesi in piazza perché è in gioco molto più del nostro futuro: è in gioco la democrazia e la stessa idea di Europa – dichiara da Bruxelles il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini –. Di fronte all’arroganza di una burocrazia europea che, sotto la guida della presidente Von der Leyen, calpesta ogni giorno il lavoro degli agricoltori e ignora sistematicamente la volontà dei cittadini”. “Noi auspichiamo che von der Leyen esca dal palazzo di cristallo nel quale le piace stare e inizi a dialogare da un lato con i settori produttivi per capire le esigenze che questi hanno, ma anche iniziando a fare una politica vera di diplomazia nei confronti di quei Paesi che sono strategici per dare continuità alla crescita economica dell’intero sistema e comunità europea”, ha aggiunto Prandini durante un punto stampa.

Meloni e von der Leyen a Roma per vertice su Piano Mattei e Global Gateway

Domani Giorgia Meloni vedrà Ursula von der Leyen a Roma. L’appuntamento è programmato, la premier e la presidente della Commissione europea co-presiederanno un vertice sul Piano Mattei e il Global Gateway per l’Africa. Ma è ragionevole pensare che le due leader faranno anche un punto sulle tensioni geopolitiche mondiali e sulla strategia da tenere nel caso in cui Donald Trump decidesse di entrare in guerra contro l’Iran, al fianco di Israele.

A Villa Pamphilj, Meloni e von der Leyen accoglieranno i leader dell’Unione Africana, dell’Angola, dello Zambia, della Repubblica Democratica del Congo, della Tanzania e i vertici delle Istituzioni finanziarie multilaterali, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Banca Africana di Sviluppo e l’Africa Finance Corporation.

Il passaggio servirà a consolidare la sinergia tra il piano italiano e quello europeo per il continente oltre Mediterraneo, per approfondire la rotta operativa e monitorare l’avanzamento delle iniziative comuni. Più volte infatti Meloni ha dichiarato di voler allargare il Piano Mattei, “europeizzarlo”, per potenziare la collaborazione con le iniziative internazionali che hanno un focus sull’Africa.

Tra i progetti più imponenti, spicca il ‘Corridoio di Lobito’, infrastruttura ferroviaria da 830 chilometri, che collegherà Angola e Zambia tramite la Repubblica Democratica del Congo, che in prospettiva potrà essere estesa fino al porto di Dar es Salaam, in Tanzania. Il progetto – di cui si è già parlato lo scorso anno, nel corso del G7 sotto presidenza italiana a Borgo Egnazia – punta a creare un asse logistico regionale per il trasporto non solo di minerali strategici, ma anche di prodotti agricoli e input energetici, in un’ottica di sviluppo integrato.

In agenda anche il potenziamento dell’interconnessione digitale ‘Blue-Raman’ – che oggi prevede il collegamento tra India, Europa e Medio Oriente -, il sostegno alle filiere produttive agroalimentari del Continente africano e il rafforzamento delle catene di approvvigionamento. Il vertice è stato anticipato a livello tecnico lo scorso 27 marzo da un evento che si svolto a Roma e che ha riunito oltre 400 attori pubblici e privati italiani, africani ed europei, per definire priorità settoriali e piattaforme di investimento congiunte. Le intese maturate nel corso di questa iniziativa si tradurranno, a livello istituzionale in occasione del Vertice del 20 giugno, in accordi politici e finanziari multilaterali.