Prendiamo a prestito il ‘Make Europa great again’ ma per rispondere a Trump

‘Make Europe great again’ è lo slogan che  coniato da Elon Musk – scimmiottando il Make America great again – e lanciato su X per sostenere la salita al governo dell’estrema destra tedesca ma  già usato a suo tempo dal premier ungherese Victor Orban. Noi lo prendiamo a prestito come stimolo -invece – per rispondere al decisionismo estremo del presidente Donald Trump. In particolare e senza dubbi sul tema dei dazi. Chi pensava che il tycoon non avrebbe messo a terra ciò che aveva promesso ai suoi concittadini durante la campagna elettorale è stato smentito. E non solo riguardo alle misure difensive/offensive in tema di economia. Ad esempio, Trump aveva aveva anticipato che sarebbe uscito dall’Accordo di Parigi e lo ha fatto; aveva garantito una politica durissima contro gli immigrati irregolari e non ha perso tempo al confine tra Usa e Messico; aveva profilato una politica energetica di assalto e infatti ha subito lanciato il ‘drill, baby, drill’.

Insomma, Trump non si sta tirando indietro soprattutto con i dazi. Prima mossa contro Canada e Messico, poi toccherà alla Cina e infine all’Europa. “che ci ha trattato male”, ha ripetuto più volte. Di qui sarebbe bello e utile che facessero davvero  ‘l’Europe great again’, nella speranza che questo slogan preso a prestito e a presa rapida come l’attaccatutto possa diventare  il vademecum per un cambio di passo da parte del vecchio Continente. Ormai ineludibile.

Di fronte alla minaccia trumpiana, solo un’Europa coesa in tutte le sue 27 componenti può resistere e provare a ricostruirsi una dignità. Se, al contrario, prevarranno gli interessi dei singoli Paesi sul bene comune, è probabile che il presidente americano stravinca questa sfida e l‘Europa diventi ancora più marginale nel contesto mondiale. Anche perché, va detto, i dazi non fanno bene a nessuno, né a chi li impone né a chi li subisce. E di dazi si può anche morire. Giusto per farsi un’idea, le esportazioni americane verso Cina, Europa, Canada e Messico valgono il 4% del Pil degli Stati Uniti, mentre le esportazioni della Cina o dell’Unione europea verso l’America valgono meno del 3% del Pil di ciascuna delle due aree. Si tratta di cifre, riscontri che devono portare a riflessioni allargate e che devono elidere l’immobilismo e la burocratizzazione. A Strasburgo e Bruxelles devono fare in fretta e bene.

Vittorio Oreggia

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