Trump avverte l’Europa: “Rischia la cancellazione della sua civiltà”

“Se le tendenze attuali continueranno” il Vecchio Continente “sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno” perché c’è il rischio di una “scomparsa della civiltà” in Europa. Lo scrive il presidente Usa, Donald Trump, nella prefazione della ‘Strategia di difesa nazionale’, un documento di 33 pagine in cui, tra le altre cose, invita a “ripristinare la supremazia americana” in America Latina e annuncia un “riassetto” della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente e un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

La strategia presentata da Trump è chiaramente e dichiaratamente nazionalista. “In tutto ciò che facciamo, mettiamo l’America al primo posto”, riassume il presidente Usa, che promette di “proteggere il Paese dalle invasioni”, punta a porre fine all’“epoca in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale, come Atlante” e rivendica di voltare pagina rispetto ai decenni del dopoguerra.

Il testo conferma le linee guida della politica estera americana dal ritorno di Trump alla Casa Bianca a gennaio. I presidenti americani diffondono generalmente una presentazione strategica di questo tipo ad ogni mandato. L’ultima, pubblicata da Joe Biden nel 2022, aveva posto l’accento sull’acquisizione di un vantaggio competitivo sulla Cina, limitando al contempo una Russia considerata “pericolosa”.

Il nuovo documento, disponibile sul sito della Casa Bianca, anticipa forti cambiamenti all’interno dell’Alleanza Atlantica. “È più che plausibile che, entro pochi decenni al massimo, i membri della Nato diventeranno in maggioranza non europei”, afferma il testo. “È legittimo chiedersi se percepiranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la carta” dell’organizzazione.

Washington denuncia in modo confuso le decisioni europee che “minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che trasformano il continente e creano tensioni, la censura della libertà di espressione e la repressione dell’opposizione politica, il calo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali (…)”. Trump esprime anche l’auspicio che “l’Europa rimanga europea, ritrovi la fiducia in se stessa sul piano civile e abbandoni la sua ossessione infruttuosa per l’asfissia normativa”.

Parole, quelle del repubblicano, che hanno immediatamente scatenato le reazioni europee. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ricorda che la Germania non ha bisogno di “consigli dall’esterno”. “Argomenti come la libertà di espressione o l’organizzazione delle nostre società libere” non possono essere discussi da Washington, puntualizza Berlino.

Il documento, che riassume in pochi paragrafi anche la strategia sull’Africa e il Medio Oriente, mira a riorientare la politica diplomatica e militare americana alla luce degli sviluppi geopolitici globali, ma soprattutto dei nuovi interessi di Washington. Sottolineando gli sforzi per aumentare l’approvvigionamento energetico americano, il testo ritiene che “il motivo storico per cui l’America si concentra sul Medio Oriente diminuirà”. Trump chiede di “ristabilire la supremazia americana” in America Latina e annuncia un ‘riassetto’ della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente”. Raccomanda inoltre “un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

Per quanto riguarda la Cina, la strategia ribadisce gli appelli per una regione Asia-Pacifico “libera e aperta”, ma pone maggiormente l’accento sulla concorrenza economica. Il Giappone e la Corea del Sud sono chiamati a fare di più per sostenere Taiwan di fronte a Pechino. “Dobbiamo incoraggiare questi paesi ad aumentare le loro spese per la difesa, ponendo l’accento sulle capacità necessarie per dissuadere gli avversari” dall’attaccare l’isola, afferma il documento. Inoltre, “l’era delle migrazioni di massa deve finire. La sicurezza delle frontiere è l’elemento principale della sicurezza nazionale“, afferma il documento, in linea con la sua stretta contro l’immigrazione.

“Dobbiamo proteggere il nostro Paese dalle invasioni, non solo dalle migrazioni incontrollate, ma anche dalle minacce transfrontaliere come il terrorismo, la droga, lo spionaggio e la tratta di esseri umani”, continua. Ultime decisioni in ordine di tempo della politica anti-immigrazione di Donald Trump, i servizi americani per la cittadinanza e l’immigrazione (Uscis) hanno annunciato la sospensione delle richieste di “carta verde” di residenza permanente o di naturalizzazione provenienti da cittadini di 19 paesi. Hanno anche ridotto la durata dei permessi di lavoro di numerose categorie di immigrati.

Ucraina, Macron a Xi: “Lavoriamo insieme”. Pechino: “Non abbiamo responsabilità nella guerra”

Lavorare insieme per porre fine alla guerra in Ucraina e correggere gli squilibri commerciali. E’ la richiesta avanzata dal presidente francese, Emmanuel Macron, al suo omologo cinese, Xi Jinping, in occasione della sua visita in Cina. Ma la risposta non è stata quella attesa. “La Cina sostiene tutti gli sforzi per la pace” e “continuerà a svolgere un ruolo costruttivo per una soluzione alla crisi” ucraina, ha assicurato Xi, ma “allo stesso tempo, si oppone fermamente a qualsiasi tentativo irresponsabile di attribuire la colpa o diffamare chiunque”.

Durante una conferenza stampa congiunta, Macron ha affermato di aver “discusso a lungo” con il suo omologo del conflitto in Ucraina, “una minaccia vitale per la sicurezza europea”. “Spero che la Cina possa unirsi al nostro appello e ai nostri sforzi per raggiungere al più presto almeno un cessate il fuoco”, ha affermato. Poco prima ha definito la cooperazione con Pechino “determinante” per l’Ucraina.

Il presidente cinese, accompagnato dalla moglie Peng Liyuan, ha ricevuto Macron e sua moglie Brigitte nella cornice monumentale del Palazzo del Popolo, sede dei congressi del Partito Comunista Cinese. Il capo di Stato francese, arrivato mercoledì sera, accompagnato anche da 35 dirigenti di grandi gruppi (Airbus, Edf, Danone…) e di aziende familiari, dal settore del lusso a quello agroalimentare, ha assistito alla firma di una serie di accordi. Si tratta della sua quarta visita di Stato in Cina da quando è stato eletto presidente nel 2017. Tuttavia, le divergenze con la Francia e, più in generale, con l’Europa sono profonde.

Il Vecchio Continente vorrebbe che la Cina usasse la sua influenza per porre fine alla guerra in Ucraina, ma Pechino non ha mai condannato l’invasione di Kiev da parte della Russia nel febbraio 2022. Partner economico e politico fondamentale, la Cina, infatti, è il primo acquirente mondiale di combustibili fossili russi, compresi i prodotti petroliferi, alimentando così la macchina da guerra. E gli europei la accusano di fornire componenti militari a Mosca, anche se Pechino ha sempre negato. Il presidente cinese, inoltre, ha riservato un trattamento privilegiato al suo omologo russo Vladimir Putin a settembre, invitandolo, insieme al leader nordcoreano Kim Jong Un, a una gigantesca parata militare per celebrare gli 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale.

Gli squilibri commerciali costituiscono un’altra grave controversia, con le pratiche commerciali cinesi giudicate sleali, dalle auto elettriche all’acciaio. Il rapporto tra la Cina e l’Ue è caratterizzato da un massiccio deficit commerciale (357 miliardi di dollari) a sfavore dei 27. “Vogliamo accogliere un maggior numero di progetti cinesi nel campo delle batterie, della mobilità decarbonizzata, della robotica industriale, del fotovoltaico e dell’eolico”, ha affermato Macron. È stata firmata una lettera di intenti in questa direzione. “Le due parti si sono impegnate a promuovere lo sviluppo equilibrato delle relazioni economiche e commerciali bilaterali, ad aumentare gli investimenti reciproci e ad offrire un ambiente commerciale equo”, ha affermato Xi, il cui Paese nel 2025 ha intrapreso un’intensa guerra commerciale con gli Stati Uniti con ripercussioni a livello mondiale. “L’interdipendenza non è un rischio e la convergenza di interessi non è una minaccia”, ha affermato.

Se i big dei trasporti chiedono aiuto a un’Europa diversa

All’assemblea generale di Alis il messaggio che è emerso, forte e chiaro, dai tre ministri presenti (Tajani, Salvini e Lollobrigida), dal viceministro Rixi, dal presidente di Ita e dall’armatore Grimaldi è quello che si sente ripetere almeno da un anno abbondante. Ovvero: l’Europa deve fare di più e meglio, soprattutto deve rimodulare pesantemente il green deal pena una crisi senza precedenti che andrà solo a vantaggio di Usa, Cina e, persino, India.

Insomma, nulla di inedito, nulla che non abbia giù riempito le nostre orecchie fino a trasformare questi messaggi-denuncia nel ritornello di un tormentone musicale. Il punto, in fondo, ormai è sufficientemente chiaro ma non abbastanza condiviso: bisogna mettere mano alle normative verdi per correggere le storture della precedente Commissione senza venire meno agli obblighi ambientali e di sostenibilità indispensabili per mantenere in salute il nostro pianeta. Ma se l’Unione europea deve darsi una mossa, nulla può accadere se i grandi inquinatori del mondo non pongono un freno a se stessi. Fino a quando la Cina userà il carbone senza scrupoli, l’India non farà qualcosa per limitare le proprie emissioni, gli Stati Uniti non si rimetteranno in liena con gli Accordi di Parigi, ancorché rivisitati, niente di ciò che viene stabilito a Bruxelles o a Strasburgo potrà servire. Saranno sforzi inutili, che porranno solo a repentaglio lo stato di salute dell’industria.

Perché il passo successivo – pericolosissimo – sarebbe uniformarsi agli altri, del tipo: loro inquinano e se ne infischiano? Allora riprendiamo a farlo anche noi. Ed è proprio l’esito incerto della recente Cop 30, a Belem, a sollevare perplessità. Là dove si poteva costruire qualcosa di buono e di buonsenso per la Terra, si è arrivati alla solita intesa stiracchiatissima che non sposta di un millimetro il problema. Ed è qui che la riflessione può scivolare sul piano inclinato del pessimismo o, a voler essere positivi, di un grigissimo realismo.

Antonio Tajani, nelle sue chiacchiere ad Alis, ha giustamente sottolineato che alla transizione verde va associata una transizione sociale. Le misure sulle auto a motore endotermico – bannate dal 2035 – costeranno all’Italia 70 mila posti di lavoro, ha detto. Ce lo possiamo permettere? Evidentemente no, ma non possiamo neppure innestare la retromarcia adesso, dopo che l’automotive si è attrezzata per elettrificare la propria offerta di veicoli. E si ritorna al buonsenso di cui sopra. Dalle auto agli Ets in passo è breve e il ministro Salvini in settimana sarà a Bruxelles per chiederne l’abolizione. Una gabella, ha sentenziato davanti a una platea ovviamente interessata. Armatori e grandi trasportatori, ma anche piccoli imprenditori della mobilità, che dell’Europa così com’è adesso ne hanno le tasche piene.

Domanda: quanto ci metteranno a capirlo e a cambiare a Bruxelles?

Commercio e terre rare: ecco perché la Cina è in vantaggio sugli Usa e sul resto del mondo

Frutto di una strategia a lungo termine, il controllo della Cina sulle terre rare, dall’estrazione all’innovazione, le conferisce un vantaggio competitivo rispetto agli Stati Uniti e al resto del mondo, che ha saputo sfruttare a proprio favore nel 2025. Questi 17 elementi metallici indispensabili per il digitale, l’automobile, l’energia o gli armamenti svolgeranno un ruolo economico e geopolitico cruciale nei prossimi anni. Tuttavia, secondo gli esperti, i concorrenti della Cina potrebbero impiegare anni per garantire catene di approvvigionamento alternative.

Il fermento osservato a novembre nella regione mineraria di Ganzhou (sud-est), specializzata in terre rare cosiddette pesanti come l’ittrio e il terbio, offre un assaggio dello sforzo compiuto dalla Cina per mantenere la sua supremazia. Pechino controlla rigorosamente l’accesso a questo settore. A Ganzhou è in costruzione una nuova sede tentacolare per il China Rare Earth Group, una delle due più grandi aziende statali del settore. L’acutizzarsi del confronto tra le potenze mondiali nel 2025 ha “spinto un numero maggiore di paesi a cercare di sviluppare la propria produzione e trasformazione di terre rare”, afferma Heron Lim, docente di economia presso la Essec Business School. “Questo investimento potrebbe rivelarsi redditizio nel lungo termine”, aggiunge.

In piena guerra commerciale con gli Stati Uniti dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio, la Cina ha provocato un’onda d’urto nel settore manifatturiero mondiale limitando drasticamente le esportazioni legate alle terre rare nel 2025. La revoca parziale e per ora temporanea di queste restrizioni è stata uno dei punti salienti della tregua conclusa da Trump con il suo omologo cinese Xi Jinping durante un vertice in Corea del Sud il 30 ottobre. L’accordo è stato ampiamente percepito come una vittoria per Pechino.

“Le terre rare rimarranno probabilmente al centro dei futuri negoziati economici sino-americani, nonostante gli accordi provvisori conclusi finora”, anticipa Heron Lim. “La Cina ha dimostrato la sua volontà di utilizzare maggiormente le leve commerciali per mantenere gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati”, afferma. Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di primo piano nello sviluppo delle capacità di estrazione e lavorazione delle terre rare, con la miniera di Mountain Pass, in California, che forniva la maggior parte dell’approvvigionamento mondiale.

Gli Stati Uniti hanno progressivamente delocalizzato la loro produzione negli anni ’80 e ’90, con l’attenuarsi delle tensioni con Mosca e l’aumentare della sensibilità all’impatto ambientale di questo settore. Secondo la maggior parte delle stime, oggi la Cina controllerebbe circa i due terzi dell’estrazione mondiale di terre rare. La seconda potenza mondiale possiede le più importanti riserve naturali di questi elementi sul pianeta, secondo studi geologici. Detiene un quasi monopolio sulla separazione e la raffinazione. Un notevole vantaggio in materia di brevetti e un rigoroso controllo sull’esportazione delle tecnologie contribuiscono a preservare il dominio cinese.

Questa dipendenza globale non è una novità. Nel 2010 la Cina aveva sospeso le esportazioni di terre rare verso il Giappone a seguito di una disputa territoriale marittima, primo esempio delle ripercussioni della prevalenza cinese. L’anno scorso è stata evidente l’urgenza per gli Stati Uniti e i loro alleati di sviluppare alternative alle forniture cinesi. “Gli Stati Uniti e l’Unione Europea dipendono fortemente dalle importazioni di terre rare, il che evidenzia i rischi significativi che gravano sulle industrie critiche”, dice Amelia Haines, analista specializzata in materie prime presso Bmi. “Questo rischio persistente potrebbe accelerare e ampliare la transizione verso una maggiore sicurezza nel settore delle terre rare”, prevede.

Negli ultimi anni, le autorità della difesa statunitensi hanno investito massicciamente nel rafforzamento della produzione nazionale, con l’obiettivo di creare una catena di approvvigionamento “dalla miniera al magnete” entro il 2027. Gli Stati Uniti hanno appena firmato con l’Australia, che possiede importanti riserve di terre rare, un accordo che promette 8,5 miliardi di dollari di investimenti in progetti legati ai minerali critici. Il mese scorso il presidente americano ha anche firmato accordi di cooperazione nel settore dei minerali critici con Giappone, Malesia e Thailandia.

Cop30, oggi pre vertice a Belem ma senza Usa e Cina grandi assenti

I leader di parte del mondo si riuniscono oggi a Belém, in Brasile, per tentare di salvare la lotta per il clima, minacciata da divisioni, tensioni internazionali e dal ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Una cinquantina di capi di Stato e di governo hanno risposto all’invito del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva a recarsi in questa città fluviale dell’Amazzonia in vista della 30a conferenza delle Nazioni Unite sul clima, la Cop30 (10-21 novembre).

La scelta di Belém, capitale dello Stato del Pará, ha suscitato polemiche a causa delle sue infrastrutture limitate, che hanno reso più costoso l’arrivo delle piccole delegazioni e delle Ong. Al punto che il Brasile ha dovuto trovare i fondi per ospitare gratuitamente i delegati dei paesi più poveri su due navi da crociera noleggiate. La città, che conta circa 1,4 milioni di abitanti, metà dei quali vivono nelle favelas, non aveva mai ospitato un evento internazionale di questa portata, e le autorità federali e dello Stato del Pará hanno investito nella ristrutturazione e nella costruzione di infrastrutture. Mercoledì il sito del vertice, il Parque da Cidade, era ancora un grande cantiere, pieno di operai che segavano, avvitavano, montavano pareti divisorie… E gli ingorghi di Belém peggiorano con la chiusura di alcune arterie stradali. “Non ho nulla contro la Cop in sé, ma Belém non ha le infrastrutture necessarie per ospitare un evento del genere”, protesta Agildo Cardoso, autista di taxi privato.

Sono stati mobilitati circa 10.000 agenti delle forze dell’ordine, ai quali si aggiungono 7.500 militari dispiegati appositamente. Per la presidenza brasiliana, l’obiettivo è quello di salvare la cooperazione internazionale a dieci anni dall’accordo di Parigi, di cui l’Onu ammette ormai ufficialmente che l’obiettivo di un riscaldamento di 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale sarà superato nei prossimi anni. Il Brasile non cercherà nuove decisioni emblematiche a Belem, ma vuole che la Cop30 fissi impegni concreti e organizzi un follow-up delle promesse del passato, ad esempio sullo sviluppo delle energie rinnovabili. “Basta parlare, ora è il momento di attuare ciò che abbiamo concordato”, ha dichiarato Lula in un’intervista alle agenzie di stampa.

Giovedì il Brasile lancerà un fondo dedicato alla protezione delle foreste (Tfff) e si impegnerà a quadruplicare la produzione di carburanti “sostenibili”. Diversi paesi vogliono anche ampliare gli impegni per ridurre le emissioni di metano, un gas molto riscaldante. Centosettanta paesi partecipano alla Cop30, ma gli Stati Uniti, secondo inquinatore mondiale, non invieranno una delegazione, con grande sollievo di coloro che temevano che l’amministrazione Trump potesse ostacolare i lavori, come ha fatto recentemente per affossare un piano globale di riduzione delle emissioni di gas serra prodotte dal trasporto marittimo. Non ci sarà nemmeno il cinese Xi Jinping, altro responsabile dell’inquinamento globale.

Da parte europea, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer e il principe William interverranno giovedì e venerdì. Per l’Italia ci sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il presidente austriaco ha invece rinunciato a causa dei prezzi degli hotel. La maggior parte dei leader del G20, tra cui Cina e India, sarà assente. Una parte del mondo in via di sviluppo rimane insoddisfatta dopo l’accordo raggiunto con fatica lo scorso anno a Baku sul finanziamento del clima e vuole rimettere la questione sul tavolo. “Non si tratta di carità, ma di una necessità”, ha dichiarato all’AFP Evans Njewa, il diplomatico del Malawi che presiede il gruppo dei paesi meno sviluppati.

L’Unione Europea e i piccoli Stati insulari (Aosis) vogliono soprattutto andare oltre nella riduzione delle emissioni di gas serra, affrontando il problema delle energie fossili. “Molti dei nostri paesi non riusciranno ad adattarsi a un riscaldamento superiore ai 2 °C”, ha dichiarato Ilana Seid, diplomatica dell’arcipelago pacifico delle Palau e presidente dell’Aosis. “Alcuni dei nostri paesi atollici non esisterebbero più”. Il Brasile, che vuole essere un ponte tra Nord e Sud, non è esente da paradossi, dopo aver dato il via libera all’esplorazione petrolifera al largo dell’Amazzonia. “È molto contraddittorio”, afferma Angela Kaxuyana, della Coordinazione delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana. “Gli stessi governi che si impegnano per il clima negoziano l’esplorazione petrolifera” della più grande foresta tropicale del pianeta, ha deplorato a Belem

Al via il tour di Trump in Asia: attesa per incontro con Xi Jinping

Il presidente Usa, Donald Trump, inizierà nel fine settimana un importante tour in Asia, che sarà caratterizzato da un incontro molto atteso con il suo omologo cinese Xi Jinping, con importanti implicazioni per l’economia mondiale. Mercoledì il repubblicano ha annunciato un “grande viaggio” in Malesia, Giappone e Corea del Sud per la sua prima visita nella regione dal ritorno al potere a gennaio.

Giovedì la Casa Bianca ha fornito dettagli sul programma, confermando in particolare un incontro con il suo omologo cinese. Il bilaterale si svolgerà giovedì 30 ottobre in Corea del Sud, a margine di un vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec). Trump ha dichiarato di sperare di concludere un accordo con il presidente cinese su “tutti gli argomenti”. Tuttavia, l’incontro non dovrebbe costituire “un punto di svolta” nelle relazioni tra i due leader, secondo quanto previsto da Ryan Hass, ricercatore presso il centro studi americano Brookings, in un’intervista all’AFP. Il presidente americano aveva lasciato qualche dubbio sullo svolgimento di questo incontro, sullo sfondo delle tensioni commerciali. Tuttavia, ha affermato di aspettarsi la conclusione di un “buon” accordo tra le due principali economie del pianeta.

Anche Pechino, attraverso il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, ha dichiarato che i due Paesi potrebbero trovare un accordo per risolvere le loro controversie commerciali in occasione dell’incontro tra Trump e Xi. La Cina e gli Stati Uniti dovranno inoltre tenere nuovi colloqui commerciali nei prossimi giorni in Malesia, che ospiterà il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) a partire da domenica a Kuala Lumpur, come ha indicato proprio il ministero cinese del Commercio.

Tutti i paesi ospitanti dovranno stendere il tappeto rosso a Trump per cercare di attirare le sue simpatie e ottenere i migliori accordi possibili in materia di dazi doganali e garanzie di sicurezza. Il presidente americano partirà da Washington venerdì per arrivare domenica in Malesia per il vertice dell’Asean – che ha snobbato più volte durante il suo primo mandato, previsto dal 26 al 28 ottobre. Qui dovrebbe concludere un accordo commerciale e, soprattutto, assistere alla firma di un’intesa di pace tra Thailandia e Cambogia. Dopo un conflitto durato diversi giorni, i due paesi vicini hanno concluso un cessate il fuoco il 29 luglio, a seguito dell’intervento di Donald Trump, che rivendica il premio Nobel per la pace per il ruolo che sostiene di aver svolto nella risoluzione di diversi conflitti, tra cui questo.

In occasione del vertice è previsto anche un incontro con il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. I due leader hanno iniziato ad appianare le loro divergenze dopo mesi di tensioni legate in primo luogo al processo e alla condanna dell’ex presidente brasiliano di estrema destra Jair Bolsonaro, alleato dell’inquilino della Casa Bianca.

Trump si recherà poi lunedì in Giappone, dove incontrerà il giorno successivo la nazionalista Sanae Takaichi, diventata questa settimana la prima donna a guidare il governo giapponese. Quest’ultima ha dichiarato di volere “discussioni franche” con il presidente americano. Tokyo ha firmato quest’estate un accordo commerciale con Washington, ma alcuni dettagli rimangono ancora da discutere. Il presidente americano desidera inoltre che il Giappone smetta di importare energia dalla Russia e aumenti le spese per la difesa.

Ma il momento clou del tour si svolgerà in Corea del Sud, dove Donald Trump è atteso a partire dal 29 ottobre per l’Apec, a margine del quale avrà un colloquio con Xi Jinping a Gyeongju. Il presidente americano incontrerà anche il suo omologo sudcoreano Lee Jae Myung, terrà un discorso davanti a uomini d’affari e parteciperà a una cena dei leader dell’APEC, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca. Anche la Corea del Nord, che mercoledì ha lanciato diversi missili balistici, sarà all’ordine del giorno. Donald Trump ha affermato di sperare di incontrare il leader nordcoreano Kim Jong Un, possibilmente quest’anno, dopo tre vertici durante il suo primo mandato. Ma la Casa Bianca non ha confermato le informazioni secondo cui sarebbe previsto un nuovo incontro durante questo viaggio.

Ira di Trump sulla Cina per il freno all’export di terre rare: “Pronto a dazi massicci”. E annulla incontro con Xi

Il rapporto tra le due principali potenze mondiali si è bruscamente deteriorato, quando Donald Trump ha minacciato la Cina di “massicce” ritorsioni dopo la decisione di Pechino di regolamentare maggiormente le esportazioni di tecnologie legate alle terre rare. Il gigante asiatico è il primo produttore mondiale di questi materiali indispensabili per l’industria, e Washington lo accusava già di abusare di questa posizione dominante. “È stata una vera sorpresa”, ha commentato il presidente americano sul suo social network Truth Social.

I nuovi controlli annunciati giovedì riguardano l’esportazione delle tecnologie legate all’estrazione e alla produzione di questi materiali, ha indicato il ministero cinese del Commercio in un comunicato. “Avrei dovuto incontrare (il presidente cinese Xi Jinping) tra due settimane al vertice dell’APEC (Cooperazione economica Asia-Pacifico) in Corea del Sud, ma non sembra più esserci motivo” di farlo, ha scritto il leader repubblicano.

La Borsa di New York è passata in rosso dopo il messaggio del presidente americano, che interrompe un periodo di relativa distensione tra Pechino e Washington. Trump ha affermato che “sarebbe costretto a contrattaccare finanziariamente” dopo gli ultimi annunci della Cina.
Una delle opzioni prese in considerazione per rispondere è un “massiccio” aumento dei dazi doganali sulle merci cinesi che entrano negli Stati Uniti, ha aggiunto su Truth Social. “Molte altre contromisure sono seriamente allo studio”, ha detto. “Non è possibile che alla Cina sia permesso di tenere il mondo ‘in ostaggio’, ma sembra che questo sia il loro progetto da un po’ di tempo”, ha aggiunto.

Le relazioni commerciali sino-americane hanno conosciuto alti e bassi nel 2025. A settembre Trump ha avuto una conversazione definita “molto produttiva” con Xi Jinping, la terza dall’inizio dell’anno. Ha persino accennato a un viaggio in Cina il prossimo anno, nonché a una visita del suo omologo in America. Sotto l’effetto dell’offensiva protezionistica lanciata da Trump dal suo ritorno al potere il 20 gennaio, i dazi doganali tra i due paesi hanno raggiunto livelli tre volte superiori alla norma da entrambe le parti, perturbando le catene di approvvigionamento. Da allora, Washington e Pechino hanno concluso un accordo volto ad allentare le tensioni, abbassando temporaneamente i dazi doganali al 30% per i prodotti cinesi importati negli Stati Uniti e al 10% per i beni americani importati in Cina.
Questa tregua commerciale dovrebbe durare fino al 10 novembre.

Tags:
, ,

Quando a Trump all’Onu scivola la frizione di un quattro cilindri diesel

Non c’erano dubbi sul fatto che Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, fosse da tempo immemore assai scettico sulla tutela del Pianeta. Non era però immaginabile che all’Onu, nel corso del suo interminabile intervento all’Assemblea Generale, il tycoon picchiasse così duro su Green Deal e rinnovabili – definendole la più grande truffa del mondo, uno scherzo, una sorta di harakiri economico – e assurgesse a leader dei negazionisti perché – la sintesi del suo ragionamento – un centinaio di anni fa si temeva per il raffreddamento della Terra e adesso ci si angoscia per il riscaldamento. Balle, in buona sostanza, anzi bullshit. Così l’uscita dall’accordo Parigi diventa un atto dovuto trattandosi solo di “una bufala”.  Tutto condito da uno schiaffo all’Europa e un cazzoto alla Cina, la nazione che produce più CO2 del mondo e inquina gli Oceani fino a Los Angeles, per giungere al pizzicotto assestato alla Scozia che ha un sacco di risorse nel Mare del Nord e non le sfrutta in maniera adeguata.

Trump ha coccolato il carbone (pulito, eh già), ammiccato al petrolio, si è accoccolato sul gas, quello che ci vende a prezzi esorbitanti, ha confezionato una sorta di elegia delle fonti fossili. Dando nel contempo degli idioti a tutti coloro che in questi ultimi anni si sono impegnati a diminuire l’inquinamento, a pensare a soluzioni non impattanti sull’ambiente, a tutelare ciò che sta ineludibilmente degradando. Ora, se è vero che le follie di Frans Timmermans e di un certo tipo di atteggiamento ecologista sono andate paradossalmente nella direzione sbagliata, è altrettanto innegabile che il presidente degli Stati Uniti si è stabilizzato su posizioni indubbiamente estreme. E quindi non proprio condivisibili.

Più che lo stato del Pianeta a Trump interessa lo stato di salute della sua economia. Così facendo, ovvero tornando al “drill, baby drill” dell’insediamento alla Casa Bianca, gli Usa usciranno dall’impasse economico e diventeranno una specie di Eldorado, mentre l’Europa rischia il fallimento (chiaro e diretto il riferimento alla Germania) per la cocciutaggine di voler perseguire politiche ‘verdi’.

Su un tema, forse, The Donald ha ragione: per tanto che ci si impegni a Bruxelles, ci saranno sempre nazioni (India, Cina?) che anteporranno i loro interessi a qualsiasi ecopolitica di buonsenso. Vale un vecchio ragionamento di strada: basta una sgasata di un furgoncino a Nuova Delhi per vanificare gli sforzi di un’intera città della Ue. però…

…Però stavolta a Trump è scivolata la frizione (di un quattro cilindri rigorosamente diesel).

Allarme delle imprese Ue: “Difficile accedere alle terre rare cinesi”

Le aziende europee continuano ad avere difficoltà ad accedere alle terre rare prodotte in Cina, nonostante un accordo recentemente annunciato per facilitarne le esportazioni. A lanciare l’allarme è la Camera di commercio dell’Unione europea in Cina.

Pechino domina l’estrazione e la raffinazione delle terre rare, onnipresenti nelle industrie digitali, energetiche e degli armamenti, ponendosi, quindi, in una posizione di vantaggio in un contesto di tensioni commerciali e braccio di ferro con gli Stati Uniti. Da aprile la Cina richiede una licenza per l’esportazione di terre rare, decisione percepita come una misura di ritorsione nei confronti dei dazi doganali americani.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aveva riferito a luglio di un accordo con la Cina su un meccanismo di esportazione “migliorato” per fornire, secondo lei, una soluzione rapida a un problema di approvvigionamento. Tuttavia, la Camera di commercio dell’Unione europea in Cina riferisce in una documento pubblicato oggi che “molte aziende, in particolare le piccole e medie imprese, continuano a subire gravi perturbazioni nelle loro catene di approvvigionamento”. “Non è stata proposta alcuna soluzione sostenibile a lungo termine”, si legge nel testo. “Alcuni dei nostri membri stanno attualmente subendo perdite significative a causa di queste strozzature”, ha dichiarato ai giornalisti il presidente dell’istituzione, Jens Eskelund. “I nostri membri e noi abbiamo formulato più di 140 richieste, solo una parte delle quali ha trovato una soluzione” in questa fase, ha affermato.

La Camera di commercio dell’Ue in Cina rappresenta oltre 1.600 aziende. Nel suo rapporto formula 1.141 raccomandazioni all’attenzione dei decisori politici cinesi per ridurre gli ostacoli incontrati dagli imprenditori europei. Queste difficoltà si inseriscono in un contesto di persistenti difficoltà della seconda economia mondiale, ha affermato Eskelund. Secondo i dati pubblicati lunedì, ad agosto la produzione industriale ha registrato il tasso di crescita più basso da un anno, mentre le vendite al dettaglio, principale indicatore dei consumi, sono cresciute al ritmo più basso degli ultimi nove mesi. Il presidente della Camera di commercio ha affermato di osservare “una maggiore convergenza tra le sfide che devono affrontare le imprese cinesi e quelle straniere”. “Il nemico principale qui è lo stato dell’economia nazionale e l’equilibrio tra domanda e offerta”, ha aggiunto.

Epitaffio di Draghi per l’Europa di Ursula che ora deve cambiare

“Grazie Mario”, ha ripetuto con enfasi Ursula von der Leyen. Grazie per tutto quello che hai detto e costruito per l’Europa. Insomma, grazie di esistere. Poi, però, Mario, nella fattispecie Draghi, ex presidente della Bce, ex premier, una luce nel buio di questi tempi, ha smontato pezzo dopo pezzo tutto quello che l’Unione europea ha fatto, anzi non ha fatto, (proprio) durante la gestione passata e presente della presidente tedesca. Perché il discorso di Draghi sullo stato di salute malandatissimo del vecchio Continente è stato molto crudo e diretto, partendo dal presupposto che “a distanza di un anno, l’Europa si trova quindi in una situazione più difficile” e che “l’inazione non minaccia solo la nostra competitività ma anche la nostra sovranità”. Liofilizzando il concetto: vi avevo avvertito ma le mie parole sono cadute nel vuoto. E adesso sono grane.

In un (per niente tranquillo) martedì di metà settembre, Draghi ha messo a nudo i difetti della Ue targata Ursula: lenta, avvitata su se stessa, incapace di decidere, imbolsita dalla burocrazia e dalla smania regolamentare, non ancora del tutto convinta che il green deal come era stato pensato da Frans Timmermans debba essere profondamente rivisitato. Giusto un anno fa l’ex premier aveva presentato il suo rapporto, un’istantanea che riscosse consensi ma che in concreto non ha spostato di un millimetro il baricentro della Ue, ormai bersaglio di critiche diffuse proprio da parte dei più europeisti tra gli europeisti. Antonio Tajani, ad esempio, ministro degli Esteri ed ex presidente del Parlamento, pochi minuti prima che Draghi si prendesse la scena aveva assestato un paio di ceffoni a Bruxelles, parlando della necessità urgente di cambiare registro, del bisogno di dire basta all’unanimità del voto, dell’imperativo di arrivare a una Difesa europea. Non proprio peanuts.

Il paragone di Draghi è quello con gli Stati Uniti e la Cina. Che sono giganti ma che agiscono velocemente, mentre l’Europa sta deludendo i cittadini per “la lentezza e la sua incapacità di muoversi con la stessa rapidità”. Il punto, ancora più grave, è che i governi che compongono l’Europa non sono consapevoli – stigmatizza l’ex commissario – della gravità della situazione. Intanto che si discute e ci si accapiglia, il “modello di crescita sta svanendo”, “la vulnerabilità sta aumentando” e “non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno”.

Una pietra tombale, un epitaffio su ‘questa’ Europa, quella di von der Leyen. Che ha incassato la scarica di cazzotti senza (quasi) fare una piega e promesso un cambio di passo su energia (nucleare), Difesa e intelligenza artificiale. Ecco: conviene che, rispetto alla prima volta, ‘questa’ volta Ursula faccia sul serio, ritrovi l’Unione (U rigorosamente maiuscola) e metta a terra promesse e sogni. A Strasburgo, una settimana fa, il suo discorso è stato coniugato sempre e solo al tempo futuro, conviene che viri sul presente oppure tra un anno saranno inutili anche le scosse di Mario.