
Il presidente di Confindustria, Orsini, aveva dinanzi a sé un compito non facile, perché la riflessione e la proposta per ridare centralità in Italia e in Europa all’industria si devono misurare con una situazione globale che completamente modificata negli ultimi anni e segnata da grandi incertezze geopolitiche ed economiche.
In un contesto del genere, la scelta dei contenuti e del tono di una relazione così importante è estremamente delicata, perché impone di definire un rango di priorità, che talvolta impedisce di parlare di tutto, e obbliga ad un tono che inevitabilmente tiene conto delle presenze istituzionali (in questo caso oltre alla premier Giorgia Meloni era gradita ospite anche la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola).
La relazione di Orsini è stata efficace proprio perché è riuscita a definire bene le priorità, e lo ha fatto con il tono giusto, ribadendo la tradizionale visione alta di Confindustria che si misura con la politica ma non fa politica ‘politicante’.
Le grandi questioni poste da Orsini sono state l’Europa e la competitività dell’industria italiana, afflitta, più delle altre industrie europee, dall’alto costo dell’energia, ma anche capace in questi anni di straordinarie performance in termini di esportazioni e resilienza.
L’Europa è la questione centrale perché, come giustamente ha ricordato il Presidente, più del 70% delle norme che regolano la vita delle imprese sono norme europee. C’è stato un dibattito interno a Confindustria su quale dovesse essere l’approccio al problema. La base confindustriale è sempre di più insofferente rispetto alle scelte europee della passata legislatura, improntate ad un approccio estremistico e ideologizzato della transizione energetica ed ambientale; impostazione che oggi appare in tutta la sua irrazionalità e pericolosità per il futuro della presenza industriale in Europa e anche per la tenuta del nostro modello sociale.
Orsini ha scelto al riguardo un approccio duro, di denuncia delle cose che non vanno, delle lentezze con le quali la nuova Commissione Europea sta affrontando i problemi e sta cercando di correggere gli errori del passato. È partito da una giusta considerazione che Giorgia Meloni aveva fatto alla nostra precedente Assemblea: se la decarbonizzazione diventa desertificazione industriale è un vero disastro perché in un deserto non c’è nulla di verde.
Confindustria, come rappresentante della seconda industria manifatturiera del continente, deve far sentire alta e forte la sua voce nei confronti delle istituzioni comunitarie, anche provando ad indirizzare le altre associazioni industriali europee su un terreno nuovo, di forte rivendicazione, di cambiamento, lontano dal mainstream e dal galateo europeo che per troppo tempo hanno caratterizzato anche l’atteggiamento delle rappresentanze industriali.
Prezzo dell’energia, ETS, CBAM, norme sulla deforestazione, norme sulla due diligence di sostenibilità e sulla corporate governance, dazi interni che l’Europa si è autoimposta, fine dei motori endotermici, neutralità tecnologica ecc.: tutti devono diventare altrettanti terreni di battaglia per un’azione che punta a rimettere in discussione la logica di questi provvedimenti e che non si accontenta di rinvii e di piccole correzioni, come è avvenuto sulle multe sulle auto o su altri argomenti, per evitare la discussione di merito.
Il tempo è tiranno, e la lentezza con cui anche la nuova Commissione Von der Leyen si muove destano preoccupazione e frustrazione.
Tony Blair, non un pericoloso negazionista, ha detto con chiarezza che gli obiettivi europei di decarbonizzazione al 2050 sono irraggiungibili, e che accanto alla sostenibilità ambientale non si può prescindere da quella economica e sociale. Ha anche detto che tutti lo sanno, ma che i politici vanno aiutati perché non hanno il coraggio di dirlo, per paura di essere additati a negazionisti.
Su questi temi, e in particolare su una strategia per salvare l’industria europea, una strategia che sia dotata di mezzi finanziari adeguati, non ci devono essere maggioranza e opposizione, ma una collaborazione a 360 gradi tra tutte le forze politiche perché su questioni così importanti, e quando ci sono interessi nazionali in ballo, bisogna remare tutti insieme nella medesima direzione. Lo sforzo che stiamo facendo come Confindustria è proprio questo: dialogare con tutti per spiegare i bisogni dell’industria italiana ed europea, cercando di costruire una via di uscita condivisa alternativa ad un declino economico, industriale e sociale che altrimenti, come dice Draghi, è irreversibile.
Qualcuno ha osservato sull’accoglienza riservata dall’Assemblea alla presidente del Parlamento Europeo Metsola e alla premier Giorgia Meloni. Al riguardo va detto che è tradizione di Confindustria accogliere con rispetto e considerazione le alte rappresentanze istituzionali e i Presidenti del Consiglio italiani. È sempre stato così e continuerà ad essere così.
Forse il consenso tributato a Giorgia Meloni dagli industriali italiani deriva dal fatto che alla premier viene riconosciuto di essere la prima a mettere seriamente in discussione il modus operandi della Commissione Europea e gli errori da essa compiuti in questi anni, errori che qualcuno dovrà pur incominciare a denunciare.