“Certamente l’Italia incarna in modo estremo le debolezze dell’Ue. Ma nessuno poteva prevede un Armageddon come quello in corso sul Golfo di Hormuz”. Così Marcello Messori, docente presso l’Istituto Universitario Europeo dopo una lunga esperienza che l’ha portato a dirigere la Scuola di economia politica europea della Luiss, in una intervista a Repubblica. La bocciatura dell’Ue che ha dimezzato le prospettive di crescita per l’Italia affonda le radici nello shock energetico: “L’Europa e l’Italia in particolare hanno altre colpe ancora più antiche, che ora vengono a sommarsi in un mix diabolico con i fattori congiunturali”, spiega. E aggiunge: “Il nostro apparato industriale europeo e in particolare quello italiano, hanno perso la sfida con gli Stati Uniti, e ora anche con la Cina, sul doppio fronte della produttività e della competitività tecnologica. Né si è mai presa piena consapevolezza che per essere all’altezza bisogna esserlo anche come dimensioni. Troppe e troppo piccole imprese industriali, insomma, per di più operanti in settore a basso valore aggiunto, dall’edilizia fino ai piccoli costruttori di elettrodomestici”. E ancora: “Una parte importante dell’Ue, quella che volge verso oriente, è però legata ai filoni produttivi tedeschi e trae vantaggio dal dominio della Germania in questi comparti. L’Italia è stata lasciata, diciamo così, da sola, al pari di altri importanti Paesi come la Francia e recentemente la Polonia e la Spagna che però reagiscono meglio”. Insomma, l’Italia intrappolata “per tanti motivi. Le aziende hanno storicamente temuto le fusioni e la perdita d’indipendenza. Non ne parliamo neppure di cosa è successo, e ancora oggi succede, quando si è trattato di fusioni transfrontaliere, le uniche che potenzialmente darebbero vita almeno a mini-giganti in grado di competere con i colossi americani e cinesi. Persino il treno delle nuove tecnologie lo si è lasciato passare per carenze organizzative e finanziarie, e ora è quasi irraggiungibile. Si aggiungano problemi annosi come le difficoltà di una vera unione monetaria, compresa l’unione dei debiti, dovute ai veti incrociati e alle gelosie fra le autorità di controllo”.