“Tra area di Sassuolo e di Faenza le nostre aziende garantiscono 20 mila posti di lavoro che raddoppiano con l’indotto. Non lo diciamo noi ma uno studio dell’università di Reggio Emilia”. Così il presidente di Confindustria Ceramica, Augusto Ciarrocchi in un dialogo con il Corriere della Sera. Colpa della crisi energetica e del prezzo del gas: “Questo è un fattore fondamentale ma adesso se ne è aggiunto anche un secondo”, aggiunge. E rivela: “Esportavamo molto in Medio Oriente, ma con la guerra nel Golfo quel mercato si è chiuso. Sempre a causa della guerra le argille e i prodotti da cava arrivano da noi facendo viaggi pazzeschi. In alcuni casi circumnavigano l’intera Africa. Si figuri i costi”. E ancora: “Quando si è smorzato l’impatto della guerra in Ucraina eravamo scesi a un valore sostenibile. Oggi siamo a 48 euro/MWh ma in alcuni giorni siamo tornati anche a 50-60 euro. E nessuno sa cosa accadrà domani”. Ciarrocchi spiega poi che il problema è che cuocere le piastrelle a 1.200 gradi inquina. E più CO2 emettete e più Ets vanno acquistati: “Si, infatti. Il meccanismo per un po’ ha avuto senso. Per pagare di meno abbiamo investito in tecnologie e ridotto al minimo le emissioni. Ma adesso siamo al punto che più di così non possiamo fare. Le aziende più grandi possono pensare di trasferire la produzione in India. I più piccoli rischiano di chiudere”. E c’è una ragione: “Sulle ceramiche cinesi ci sono dazi elevati, su quelle che arrivano dall’India i dazi sono solo del 6-7% e hanno un basso impatto. Le nostre piastrelle in Italia costano in media 15 euro al metro quadrato, le loro 5 euro”.