Fmi bacchetta Italia: Taglio accise poco mirato, debito troppo alto. Pil fermo a +0,5%

L'avvertimento del Fondo Monetario Internazionale: la crescita non manca, ma è troppo debole per imprimere una svolta. E anche quando i conti pubblici migliorano, la struttura resta esposta.

L’Italia continua a muoversi a bassa velocità. Dopo i richiami della Commissione europea, anche il Fondo Monetario Internazionale lancia un nuovo monito sull’Italia, confermando una crescita debole e fragile almeno fino al 2027. L’economia resterà compressa tra shock esterni, domanda interna debole e una struttura produttiva che fatica a ritrovare slancio. A ricordarlo, con toni tutt’altro che rassicuranti, è il Fondo Monetario Internazionale, al termine della missione ‘Articolo IV’. Il Pil resterà inchiodato attorno allo 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027. “Le prospettive a breve termine sono sempre più difficili a causa dell’incertezza globale e dell’aumento dei prezzi dell’energia”, avverte il Fmi nel suo report, mentre nel medio periodo pesano “la debole crescita della produttività e l’invecchiamento della popolazione”.

Il giudizio è netto: la crescita non manca, ma è troppo debole per imprimere una svolta. E anche quando i conti pubblici migliorano, la struttura resta esposta. Il deficit scende al 3,1% del Pil, ma il debito rimane ancorato a livelli elevatissimi, intorno al 137%. Per il Fondo, è proprio qui il punto di equilibrio più delicato. “Un debito più basso contribuirebbe a generare un circolo virtuoso di rendimenti più bassi che attirerebbero gli investimenti privati”, osserva il Fmi, legando la traiettoria fiscale non solo alla sostenibilità dei conti, ma anche alla capacità del Paese di tornare ad attrarre capitale. L’indicazione è chiara: accelerare il consolidamento, ampliare la base imponibile, migliorare la riscossione ed efficientare la spesa. Qualsiasi nuova uscita, inclusa quella per la difesa, dovrebbe essere interamente compensata “per non compromettere la sostenibilità” dei conti. E poi il capitolo energetico, che diventa uno dei punti più sensibili dell’analisi. Le raccomandazioni ricalcano quelle – più volte ribadite – della Bce. Le misure per contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero infatti essere “neutrali dal punto di vista di bilancio, temporanee e ben mirate”.

La recente riduzione delle accise su benzina e diesel, pensata per assorbire lo shock inflazionistico, dovrebbe essere sostituita “da trasferimenti diretti alle famiglie più vulnerabili”. L’obiettivo è chiaro: proteggere il potere d’acquisto senza indebolire gli incentivi alla riduzione dei consumi energetici. Sul fronte macro, il Fondo sottolinea anche la resilienza del sistema bancario, sostenuto da profitti record e capitalizzazione solida, ma invita a rafforzare la vigilanza e a rendere più proattivi gli strumenti macroprudenziali. È un messaggio che si inserisce in una cornice più ampia: stabilità sì, ma senza margini di rilassamento. Ed è proprio su questa linea di fragilità strutturale che si innesta anche la lettura congiunta di Oxford Economics ed EY-Parthenon. Il quadro non si discosta, ma aggiunge un elemento: la crescita italiana non solo è bassa, ma resta esposta a shock esterni sempre più frequenti. Nel 2026 il Pil italiano è atteso crescere dello 0,4%, a fronte di un’Eurozona allo 0,7%.

L’inflazione, secondo Oxford Economics, si manterrà attorno al 3%, quasi il doppio delle precedenti stime, con un picco fino al 3,5% nel corso dell’anno. Una dinamica che riflette soprattutto la nuova instabilità energetica legata alla guerra in Medio Oriente. “Lo shock è di natura stagflazionistica: frena la crescita e alimenta l’inflazione”, spiega Nicola Nobile, associate director di Oxford Economics, ricordando come lo scenario centrale resti quello di un rallentamento globale, non di una recessione. Ma la soglia di equilibrio è sottile: un conflitto prolungato e la chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbero spingere il Brent fino a 190 dollari, con una crescita mondiale vicina all’1,5%. In Italia, intanto, i consumi restano deboli e gli investimenti si reggono ancora sul ciclo edilizio e sugli incentivi. EY-Parthenon prevede una crescita appena più vivace nel 2027 (+0,6%), ma trainata soprattutto dalla domanda estera più che da quella interna. È una dinamica che si riflette anche nei settori produttivi: alimentare e turismo restano i più solidi, mentre automotive e tessile mostrano maggiore fragilità.