“Qualsiasi intesa che permetta all’Iran di diluire l’uranio arricchito, lascerà al regime la possibilità di occultarlo, e, politicamente, significherà ottenere il diritto di mantenere le scorte sul proprio territorio”. Lo dice l’americana Andrea Stricker, vice direttrice del Programma di non proliferazione della Foundation for Defense of Democracies e una delle voci più ascoltate sul tema del nucleare. In un colloquio con Repubblica spiega qual è la migliore soluzione per quei 441 chili di uranio arricchito al 60 per cento: “Trasferirli alla banca del combustibile dell’Agenzia atomica (Aiea) in Kazakhstan. Poi, sulla base di esigenze tecniche civili dell’Iran, verificate dall’Aiea, potrebbero essere inviati carichi limitati in Russia per la fabbricazione di barre di combustibile, e, da lì, tornare in Iran”. La procedura di esfiltrazione del materiale radioattivo “è ad alto rischio. Nei tunnel di Isfahan ci sono contenitori che custodiscono circa il 70 per cento dell’uranio altamente arricchito. Teheran ne ha abbastanza per undici bombe atomiche. L’impianto fuori terra di Natanz è stato distrutto, non è più un motivo di preoccupazione. Servono specialisti in materiali pericolosi, mezzi pesanti e protezione militare”.