Ex Ilva, nodo area a caldo. Sindacati scrivono a Mattarella: “Chiediamo di essere ricevuti”

Passo cruciale dopo la svolta segnata dalla manifestazione di interesse per gli stabilimenti del gruppo formalizzata da Federacciai

Il destino industriale ed economico dell’Ilva di Taranto compie un passo cruciale dopo la svolta segnata dalla manifestazione di interesse per gli stabilimenti del gruppo formalizzata ieri da Federacciai, la Federazione Imprese Siderurgiche Italiane.

Un passaggio che apre di fatto a nuove prospettive per il comparto manifatturiero nazionale, con una mossa di sistema sottoscritta da quattordici imprese di primo piano che punta a recuperare il controllo nazionale su marchi e competenze tecnologiche. Eppure l’iniziativa si inserisce in un contesto di profonda complessità, col vero nodo rappresentato dal destino dell’area a caldo. Da una parte, infatti, bisogna considerare l’esigenza produttiva legata al ciclo integrale, ritenuta da vari esperti strategica per la sovranità industriale del Paese. Dall’altra parte ci sono le pendenze: la sentenza della Corte d’Appello di Milano e le stringenti necessità di sicurezza ambientale. E in più, il ricorso in Cassazione presentato dall’ex Ilva non ha sopito le tensioni, lasciando cittadini, indotto e migliaia di lavoratori in una condizione di perenne precarietà.

Proprio per denunciare questo blocco istituzionale, aggravato da promesse mancate e rinvii burocratici, le sigle sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno deciso di scrivere una lettera ufficiale al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nell’appello, i sindacati chiedono al Capo dello Stato di essere ricevuti e ascoltati: “E’ indispensabile un suo autorevole intervento per sensibilizzare Governo e istituzioni”. L’obiettivo è fronteggiare una vertenza “drammatica che coinvolge oltre 20.000 addetti” tra dipendenti diretti, amministrazione straordinaria e appalto, scongiurare licenziamenti collettivi e arrivare a risposte “straordinarie che sappiano coniugare il diritto alla salute con la salvaguardia del lavoro e del tessuto produttivo del Mezzogiorno”.

Il dibattito politico, che resta aspro e fortemente polarizzato, si muove sempre intorno a questo scenario. Da un lato c’è l’economista ed ex ministro, Patrizio Bianchi, che nelle ultime ore ha avvertito: una ‘mini-Ilva’ depotenziata dall’esclusione dell’area a caldo non conviene “né all’Italia né all’Europa”, poiché rende il continente vulnerabile rispetto alle importazioni di bramme da aree estere e instabili. Le parti sociali continuano a monitorare ogni sviluppo con estrema attenzione, in una linea condivisa in parte dalla Fim Cisl, che sottolinea come la decarbonizzazione debba concretizzarsi “in una transizione sostenibile dal carbone all’elettrico”. Sul fronte parlamentare, invece, il M5S non arretra di un centimetro e attraverso il senatore Mario Turco e la deputata Patty L’Abbate insiste sulla necessità di chiudere l’area a caldo per tutelare la salute pubblica e risolvere l’emergenza legata all’amianto. I parlamentari pentastellati invocano “tutele economiche e un piano di rilancio complessivo per il territorio ionico”. A tal proposito viene suggerito di sfruttare al meglio i Giochi del Mediterraneo 2026 come “volano per diversificare l’economia locale”, puntando su turismo, servizi e rigenerazione urbana, “affinché Taranto possa finalmente affrancarsi da una mono-cultura dell’acciaio che ha segnato dolorosamente decenni di storia”.