
Due settimane fa, nel villaggio di Ulleri, una scossa di terremoto ci sveglia poco dopo le due di notte. Tutto normale in una zona sismica. Ma proprio un evento analogo potrebbe essere una delle cause del distacco di un ghiacciaio che ha provocato l’esondazione improvvisa del fiume Bhote Koshi al confine tra Nepal e Tibet. Un terremoto, oppure le alte temperature dovute al cambiamento climatico. O entrambi. Troppo presto per sapere le reali cause.
Dalle zone inondate ci siamo passati soltanto l’altro ieri, da Pokhara a Kathmandu, sotto le piogge della stagione dei monsoni. Strade che facevano paura già così: l’asfalto, dove è presente, era già smottato in più punti. Facile immaginare, a posteriori, cosa sarebbe successo di lì a pochi giorni.
Al momento sono oltre 350 le vittime accertate, ma oltre mille i dispersi. L’ondata di acqua, fango e pietre ha spazzato via persone, edifici e ponti. Addirittura una centrale idroelettrica. È il disastro più devastante in Nepal dal terremoto del 2015, che causò più di ottomila vittime.
A Kathmandu un gruppo di turisti italiani ci racconta di aver percorso – solo un giorno prima – l’unica via che dal Tibet raggiunge il distretto di Rasuwa, la regione più colpita dal cataclisma. “Strade strette, ridotte a una singola carreggiata dagli smottamenti e dalla pioggia” dicono. Mostrano una fotografia in cui la gomma del pulmino è a pochissimi centimetri dal precipizio. Sono visibilmente scossi, l’hanno scampata per pochissimo. “È stato l’unico momento in cui abbiamo visto anche l’autista in difficoltà” raccontano, “preoccupato da una cascata che inondava la strada”.
Due turisti di Oderzo, in provincia di Treviso, hanno rischiato di trovarsi nel pieno dell’alluvione. Di ritorno da un trekking di dieci giorni nella regione del Mustang hanno cambiato idea all’ultimo momento: troppo stanchi per fare sette ore di pullman, “torniamo in aereo”. Una scelta che li ha salvati. “Abbiamo perso i contatti con la nostra guida a Pokhara, per fortuna siamo riusciti a sentirla oggi. Sta bene, ma le comunicazioni sono difficilissime”.
L’unico modo per comunicare e per raccogliere informazioni avviene con telefoni satellitari, come conferma Emanuele Assini, rappresentarne della onlus italiana Asia, in Nepal dal 1996 e attiva a Rasuwa dal 2015 con attività di ricostruzione post terremoto. Oggi l’associazione sta operando in una delle zone più colpite dall’alluvione con cinque operatori sul campo. “Sono stato qui nel 2015, ho visto il terremoto del 2023 e le alluvioni del 2024” racconta Assini, “posso dire che questo è un disastro di grandissima portata, su un distretto già in sofferenza”.
Tutto il distretto di Rasuwa non è raggiungibile in macchina. E gli aiuti umanitari stanno cercando soluzioni. Mercoledì sera un gruppo di venti mountain-bikers e runner è partito da Kathmandu, la capitale del paese, per portare medicinali e beni di prima necessità ai villaggi più sperduti. Sono arrivati giovedì.
L’associazione Asia si muove invece in moto: “L’unica strada di accesso è sterrata che passa da Saramthali” continua Emanuele Assini, “normalmente in macchina da Kathmandu a Rasuwa servono 4 ore e mezza, ieri chi è partito alle 11:30 è arrivato a destinazione alle 9 di sera”.
La prima fase dell’emergenza, secondo Assini, durerà dalle tre alle quattro settimane: “Riteniamo che il primo apporto che possiamo dare come Asia sia legato ai rifugi temporanei, tende, materassini, coperte, luci elettriche, e soprattutto la parte igienico sanitaria. Ogni aiuto da parte della comunità è prezioso per noi”. Dopo di che inizierà la ricostruzione di spazi abitabili.
Anche lontano dalla zona dell’alluvione si percepisce la preoccupazione. Ridima, una ragazza di ventidue anni che vende tè e caffè a Durban square, nella cittadina di Patan, ha un amico di famiglia che non riesce a contattare da ieri: “Ha venticinque anni, vive a Rasuwa, la zona dell’esondazione. Siamo molto preoccupati”.