“Trump e Xi arrivano a Washington come due pugili al dodicesimo round: stanchi, ammaccati e improvvisamente affezionati al clinch. Nessuno vuole gettare la spugna, ma entrambi hanno capito che continuare a colpirsi potrebbe significare finire al tappeto insieme. Altro che pace: è una pausa per riprendere fiato. E preparare il prossimo gancio”. Lo scrive in un suo intervento su Il Sole 24 Ore il professor Giuliano Noci, ordinario in Ingegneria Economico- Gestionale presso la School of Management del Politecnico di Milano. “Trump ha scoperto che i dazi non sono il bazooka infallibile raccontato nei comizi. Dovevano mettere Pechino all’angolo; invece la risposta cinese sulle terre rare ha ricordato all’America una verità poco Maga: una parte importante della sua industria dipende proprio dal rivale che vorrebbe strangolare – si legge ancora -. Ad agosto le spedizioni cinesi di magneti verso gli Stati Uniti sono scese del 20% rispetto a luglio. Un piccolo promemoria, recapitato senza bisogno di missili. Nel frattempo la guerra con l’Iran alimenta l’incertezza energetica, i prezzi agitano gli elettori e le elezioni di metà mandato si avvicinano. Trump ha quindi bisogno di una vittoria da esibire: minerali, soia, Boeing, qualsiasi cosa possa diventare una foto con la scritta ‘deal'”.
Noci poi prosegue: “Pechino, però, non arriva sul ring molto più fresca. La macchina industriale cinese continua a produrre ed esportare per compensare consumi interni troppo deboli. Funziona, ma ha un difetto: il resto del mondo comincia a non voler più pagare il conto”.