“I nodi stanno venendo al pettine. Da sette mesi lo Stretto di Hormuz è al centro delle tensioni internazionali e chi segue da vicino il mercato petrolifero si sorprende semmai che i prezzi non siano aumentati prima”. Lo dice in una intervista a La Stampa Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Il futuro “dipende da Stati Uniti e Iran, se troveranno un accordo in grado di allentare le tensioni. Per il momento, lo squilibrio tra domanda e offerta resta enorme. Finora il sistema ha retto grazie alle scorte, ma le scorte non sono infinite. Ci stiamo avvicinando al momento in cui sarà la domanda a doversi adeguare all’offerta disponibile. E questo, storicamente, avviene attraverso prezzi più alti”, aggiunge. Poi sulla decisione di Eni di introdurre un tetto al prezzo di benzina e gasolio, spiega: “In realtà Eni aveva già iniziato da mesi a praticare prezzi particolarmente competitivi. Ora la scelta è diventata più esplicita e visibile. Siamo però in presenza di un fallimento del mercato. La guerra altera i normali meccanismi di funzionamento e impone un intervento della politica. Quando il mercato non è più in grado di svolgere il proprio compito, la politica utilizza gli strumenti che ha a disposizione e, nel caso italiano, uno di questi strumenti è l’Eni. In una situazione di guerra si esce dalle regole ordinarie del mercato e questo può creare problemi, ma non è una sorpresa, è già successo in passato”. E ancora: “Ip come Eni è integrata a monte e i costi di questa operazione, dell’ordine di 100 milioni al mese, sono facilmente compensati dagli enormi profitti nella produzione e raffinazione. Questo, migliaia di altri operatori non lo possono fare”.