“L’industria delle telecomunicazioni investe in condizioni che nessun altro settore accetterebbe: da anni il costo del capitale supera il rendimento degli investimenti. Una situazione che in passato si ritrovava soltanto nelle aziende di Stato chiamate a garantire un servizio universale”. Così Pietro Labriola, presidente di Asstel e ad di Tim, in una intervista aIl Corriere della Sera. “Tra il 2010 e il 2025 gli operatori hanno perso circa 13 miliardi di ricavi e dal 2020 i prezzi sono scesi del 20 per cento — spiega Labriola — mentre il traffico continua a crescere. Nonostante questo non abbiamo smesso di investire: nel 2025 le tlc hanno impegnato 7,7 miliardi, il 27 per cento dei ricavi, per dare alle reti più capacità, più copertura e più qualità. A questo sforzo, tuttavia, non corrisponde alcun ricavo aggiuntivo. Così, anno dopo anno, questo modello consuma le risorse che dovrebbero alimentarlo”. E ancora: “Il valore si è spostato verso le grandi piattaforme digitali e le reti richiedono aggiornamenti continui che non producono nuovi ricavi: quando il traffico cresce dobbiamo rafforzarle, ma il ricavo aggiuntivo è zero”. E infine il rischio è “cheml’Italia resti analogica, o che il digitale venga costruito da piattaforme extraeuropee, con conseguenze sulla sovranità del Paese. AI, cloud e cybersecurity presuppongono reti moderne e sicure: i dossier per renderle sostenibili sono aperti da tempo, si tratta di cominciare a chiuderli”.