Carburanti, Rabarelli (Nomisma): Le riserve rilasciate e gli effetti sull’Europa

“Il greggio tal quale non serve a niente, va sempre raffinato. Quello che occorre sono i derivati, in particolare gasolio, benzina, cherosene, i prodotti che vanno nei trasporti dove da oltre un secolo la domanda di energia, quella che fa muovere i veicoli, è fornita da derivati del petrolio per il 95% del totale. Statistiche che aiutano a capire come sia grave, il potenziale, ripetiamo, potenziale ammanco delle esportazioni da Hormuz e di quanto, allo stesso tempo, sia rigida la domanda petrolifera”. Lo scrive Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, in un suo intervento su Il Sole 24 Ore. “Uno dei fattori che tiene il prezzo del Brent relativamente basso intorno ai 90 dollari è proprio il fatto che Trump non se lo può permettere. Il Department of Energy Usa stima una media nazionale a 3,5 dollari, un balzo di 0,5 in una settimana, con punte nella West Coast abbondantemente sopra i 4 dollari. Un prezzo di 3,5 dollari a gallone equivale a 0,8 euro per litro, quando da noi la benzina è balzata a 1,8 euro per litro. Già che sia arrivata a 3,5 dollari per gallone è sorprendente, a pochi mesi dalle elezioni di Mid Term ed è per questo che i mercati giudicano impossibile che duri a lungo la chiusura dello stretto”, si legge ancora. E poi: “Di aiuto, nel tenere bassi i prezzi, conta anche la decisione di ricorrere alle scorte strategiche da parte dell’International Energy Agency (Iea)… Tuttavia, i problemi sono due, il primo tecnico legato al fatto che le scorte sono disperse, di qualità diversa, con prodotti oggi poco richiesti, sotto un sistema arrugginito negli anni. Ad esempio l’olio combustibile da noi serve poco, mentre siamo a corto di cherosene per gli aerei e gasolio diesel, in particolare dopo il blocco delle forniture dalla Russia. Noi europei, dei 2 mbg dal Golfo Persico, 0,5 erano prodotti, di cui in gran parte gasolio e cherosene per gli aerei i cui prezzi sono infatti esplosi. Il secondo problema è economico, perché il rischio di shock non è tanto sull’ammanco di quantità, quando sugli effetti sui prezzi che sono globali, fatti su un unico mercato mondiale e dipenderà molto da cosa faranno gli altri, in particolare la Cina”.