“Si devono rendere conto che ormai il drone è come il fucile, fa parte del loro zaino. Abbiamo distribuito ai reparti le stampanti 3D in modo che possano costruire i quadricotteri da soli: è l’unico modo di stare al passo con l’evoluzione di strumenti che invecchiano nel giro di pochi mesi”. Così il generale Carmine Masiello, da due anni capo di Stato maggiore dell’Esercito. In un’intervista a Repubblica spiega: “Ogni conflitto ha una sua fisionomia e questo è esattamente il punto: non esiste un unico paradigma. In Ucraina assistiamo a combattimenti su larga scala con un confronto tra forze corazzate e meccanizzate, artiglieria, trincee, e al tempo stesso sciami di droni Fpv, attacchi in profondità con droni a lungo raggio su infrastrutture in territorio russo, guerra elettronica pervasiva. Gaza ci ha restituito la centralità del combattimento in ambiente urbano e sotterraneo: carri armati, tunnel, difesa missilistica integrata, con il coinvolgimento massiccio della popolazione civile. Lo scenario iraniano ha proiettato il conflitto su scala regionale: bombardamenti aerei sistematici, grandi unità navali e terrestri insomma una dimensione che evoca scontri tra potenze di livello superiore. Il Venezuela, con ‘l’operazione Maduro’, ci ha infine ricordato che esistono scenari in cui elicotteri, forze speciali e intelligence rimangono determinanti. La lezione è chiara: o siamo pronti a tutto o siamo già in ritardo”. E ancora. “La crisi su cui siamo maggiormente concentrati è ovviamente l’Ucraina, perché è in Europa e, contrariamente all’Iran, è essenzialmente un combattimento terrestre. Da questo ‘tragico laboratorio’ stiamo traendo continue lezioni, talvolta scomode da accettare. In primo luogo, la necessità di recuperare una scala del confronto che richiede una ‘massa critica’ di soldati sul campo: il tema della ‘quantità’ torna predominante e lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha avviato riflessioni al riguardo. Il secondo è la capacità di una nazione di reggere un conflitto prolungato: una variabile strategica che le società occidentali devono tornare a coltivare con anticipo. Poi c’è il terzo filone, quello che definisco il presente-futuro del conflitto: la guerra tecnologica. Missili ipersonici, guerra cibernetica, sciami di droni, intelligenza artificiale: la tecnologia ha sempre cambiato la guerra, ma questa volta il cambiamento è radicale, pervasivo, irreversibile. Infine c’è la dimensione cognitiva: la disinformazione come arma strategica. Chi controlla la narrativa influenza la percezione del conflitto ben oltre i confini del campo di battaglia”.