
La crescita italiana resta appesa agli sviluppi della guerra in Medio Oriente, con rincari energetici e rendimenti in aumento che restringono i margini per sostenere famiglie e imprese. Un’escalation nel Golfo rischia di presentare un conto ancora più salato se le quotazioni di petrolio e gas non scenderanno come previsto, proprio mentre il debito pubblico limita la capacità di risposta dello Stato. E l’inflazione è già tornata al 4,2% a settembre. È la combinazione di fragilità che emerge dal Bollettino economico di ottobre della Banca d’Italia: una ripresa modesta, esposta a nuovi shock e con poco spazio per assorbirne le conseguenze.
Per l’Italia, Via Nazionale prevede una crescita del Pil dello 0,9% nel 2026, dello 0,7% nel 2027 e dello 0,8% nel 2028. Le stime sono state riviste al rialzo rispetto a giugno: per il 2026 la revisione riflette soprattutto un impatto del conflitto in Medio Oriente meno marcato di quanto atteso in precedenza. Investimenti nella transizione digitale ed energetica e turismo forniscono inoltre un contributo positivo all’attività economica. La ripresa resterà tuttavia moderata: il rincaro dell’energia e il maggiore costo dei finanziamenti freneranno la domanda interna nei prossimi trimestri, mentre l’attività dovrebbe tornare a rafforzarsi dalla seconda metà del 2027, con l’attenuazione delle pressioni sui prezzi.
Le prospettive restano legate all’evoluzione della guerra e alle quotazioni delle materie prime. Nello scenario di base, Bankitalia ipotizza che nel quarto trimestre del 2026 il petrolio si attesti in media a 114 dollari al barile e il gas a 76 euro/MWh. I prezzi dovrebbero restare elevati fino ai primi mesi del 2027, per poi attenuarsi. Gli economisti hanno elaborato anche scenari alternativi. In quello più severo, caratterizzato da rincari energetici particolarmente marcati, la crescita del Pil risulterebbe cumulativamente inferiore di quasi 2 punti percentuali nel triennio 2026-28, mentre l’inflazione sarebbe più alta di oltre 3 punti, soprattutto nel 2027. In uno scenario avverso ma meno estremo, gli effetti sarebbero analoghi ma più contenuti. Al contrario, una discesa più moderata dei prezzi dell’energia rispetto allo scenario di base porterebbe a una crescita cumulativamente superiore di 0,4 punti e a un’inflazione più bassa di circa mezzo punto. L’incertezza, sottolinea la Banca d’Italia, resta elevata.
Intanto, l’Istat ha confermato che l’inflazione italiana è salita al 4,2% a settembre, dal 3,3% di agosto, spinta soprattutto dai rincari dei beni energetici e degli alimentari non lavorati. Per il 2026 Bankitalia stima un’inflazione media del 3,2% secondo l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, con un picco nell’ultimo trimestre, seguita da un rallentamento al 2,4% nel 2027 e all’1,7% nel 2028. L’inflazione di fondo, al netto delle componenti più volatili, dovrebbe invece rimanere intorno al 2% lungo l’intero orizzonte previsivo. Finora non emergono segnali evidenti di una trasmissione generalizzata dei rincari energetici alle altre componenti dei prezzi, ma un nuovo aumento delle quotazioni potrebbe rendere l’inflazione più alta e persistente, comprimendo ulteriormente i consumi.
A settembre, secondo i dati definitivi dell’Istat, i prezzi degli energetici sono aumentati del 22,6% su base annua. La crescita è stata del 25,8% per gli energetici regolamentati e del 22,5% per quelli non regolamentati. Tra le singole voci, il gas nel mercato tutelato ha registrato un rincaro del 47% rispetto a settembre 2025, mentre l’elettricità tutelata è aumentata del 9,7%. Sul mercato libero, i prezzi del gas sono saliti del 16,7% e quelli dell’elettricità del 22,8%. Rispetto ad agosto, il gas tutelato è rincarato dell’11,4%, mentre l’elettricità tutelata è rimasta stabile. Nell’area euro, secondo Eurostat, l’inflazione complessiva è salita al 3,8% dal 3,2% di agosto, mentre i prezzi dell’energia sono aumentati del 18,9% su base annua, dal 14,3% del mese precedente. Il rincaro energetico risulta quindi più marcato in Italia rispetto alla media dell’eurozona.
Sul fronte dei conti pubblici, le stime di Palazzo Koch basate sul Documento programmatico di finanza pubblica approvato dal governo indicano un deficit al 2,9% del Pil nel 2026, in risalita al 3,4% nel 2027. Il debito pubblico è previsto aumentare fino al 138,5% del Pil nel 2027, per poi scendere al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029. Il governo intende ricorrere alla clausola nazionale di salvaguardia per finanziare interventi nei settori dell’energia e della difesa nel biennio 2027-28. Ma il percorso resta impegnativo: lo shock energetico richiede sostegni a famiglie e imprese, mentre il livello del debito limita i margini di manovra e complica l’andamento della spesa per interessi.
A rendere più oneroso il finanziamento contribuisce il rialzo dei rendimenti. Dalla fine di febbraio i tassi sui titoli pubblici a lunga scadenza sono aumentati nelle principali economie avanzate: il Btp decennale ha raggiunto il 4,6%, contro il 4,9% della Francia e il 3,5% della Germania. Per le imprese italiane, tra l’inizio di luglio e i primi giorni di ottobre il rendimento medio delle obbligazioni è salito al 4,7%. Nel terzo trimestre le condizioni di accesso al credito sono lievemente peggiorate, soprattutto per le aziende manifatturiere con meno di 50 addetti. I prestiti bancari hanno accelerato, ma la crescita resta concentrata nelle imprese medio-grandi; il costo dei nuovi finanziamenti alle aziende è aumentato, mentre quello dei nuovi mutui alle famiglie è rimasto sostanzialmente stabile.
Tra i contributi positivi alla crescita spicca il turismo. La spesa dei viaggiatori stranieri in Italia è aumentata del 4,4% nella prima metà del 2026, dopo una flessione contenuta a marzo con l’avvio del conflitto. L’impatto della crisi sui flussi è stato attenuato anche dal rialzo contenuto delle tariffe aeree, nonostante i rincari energetici. Le presenze di turisti stranieri sarebbero aumentate nel terzo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre in estate la spesa per alloggio e ristorazione avrebbe registrato un lieve incremento. Il settore ha un peso rilevante per l’economia: nel 2025 rappresentava il 38% delle esportazioni italiane di servizi e generava un avanzo con l’estero vicino all’1% del Pil.